Le verità di Pinocchio

Le verità di Pinocchio

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Quattordicesima puntata

 

Dopo qualche secondo di silenzio, toccò alla nuova arrivata rompere il silenzio.
– Certo che ti ricordavo più loquace quand’eri un burattino di legno – disse quella con un tono ironico.
Alidoro guardava a non capiva. Sembrava che lì tutti si conoscessero bene, e che per qualche motivo le loro vite s’erano intrecciate per poi separarsi, ma che questo insperato ritrovarsi causasse più imbarazzo che felicità. La giovane donna s’aspettava una reazione da Pinocchio, un gesto, un saluto, ma quello stava facendo la bella statuina, incapace di spiccicare parola, Anche l’omone si limitava a grattarsi la barba e cercava inutilmente di prendere un’aria compassata. Alla fine il cane non si trattenne.
– Insomma, fammi capire cosa sta succedendo. Chi è lei? La conosci? E chiudi quella bocca, che ci entrano le mosche!
– Lei è… lei è… tu sei la mia Fata! – disse Pinocchio, correndo ad abbracciarla.
– Beh, buono a sapersi. Certo che per essere stato un semplice burattino, ne hai conosciuta di gente strana tu – commentò Alidoro, aspettandosi di ricevere qualche chiarimento in merito.
E così fu.
In capo a cinque minuti il cane venne messo a conoscenza delle peripezie e dei pericoli alle quali la Fata aveva posto rimedio, compresa la trasformazione di Pinocchio in un ragazzino vero. Alla fine gli capitò persino di provare un moto d’orgoglio per far parte anche lui di quella compagnia di personaggi che aveva aiutato il burattino prima, e il ragazzino poi.
Terminato quel racconto, Pinocchio si rivolse di nuovo alla sua Fata.
– Stai bene ora? Sei guarita? Sai, la lumaca m’aveva detto che…
– Sto benissimo Pinocchio, non preoccuparti.
– Però sei diversa, sei tu e non sei tu, non capisco. Ah sì, i capelli! Ma tu non sei così vecchia.
La fata si mise a ridere.
– Te ne sei accorto finalmente, non sono più turchini, sono bianchi. È una lunga storia.
Venne fuori che lei aveva sempre avuto i capelli bianchi fin da bambina, con un incarnato pallidissimo, e che per quel motivo veniva sempre presa in giro, quando andava bene, o guardata con sospetto, quando andava peggio, e non era un bel vivere. Seppe che tanti anni prima, molto prima che lei nascesse, ad altri nella sua sua famiglia era capitato di nascere con quel non-colore di capelli, e le cose non erano mai andate a finire bene. Non potendo contare sulla compagnia degli uomini, iniziò a frequentare gli esseri del bosco, di carne o di legno, col pelo o colle foglie, con ali o con radici, rumorose o mute, e assieme a loro si trovò subito bene. Quelli non la giudicavano dall’aspetto, anche se era comunque una bimba molto aggraziata, e anzi furono molto felici di scambiare quattro chiacchiere con lei. Finì che per sdebitarsi delle spiegazioni che lei forniva intorno a certe assurdità del comportamento umano, loro le svelarono tantissimi segreti del mondo naturale, i linguaggi, le cose benefiche e quelle pericolose, i sentieri nascosti, e pure tutto ciò che che regola il ciclo della vita, nel quale ogni tramonto trova di nuovo la sua alba.
Così, appena ebbe la forza e i mezzi per andare a vivere da sola, lasciò il paese, e per buona misura decise di tingersi i capelli di un bel turchino. Grazie a quanto aveva appreso e all’aiuto degli amici dei boschi prese a fornire buoni consigli e “miracolosi” rimedi nei luoghi dove si trovava a passare, e per tutti divenne la Fata dai capelli turchini, e anche tutti gli animali presero a chiamarla così.
– Ricordo bene la prima volta che t’ho visto, quando m’inseguivano gli assassini, e quando m’hai salvato – disse Pinocchio. – Però sembravi una bambina giusto un po’ più grande di me.
– In realtà non sono più una bambina, è che ho una corporatura minuta, e per evitare guai mi vestivo anche come una bambina.
– Quali guai?
– Eh, lasciamo perdere, tu ancora non te ne rendi conto, ma sappi che ci sono sempre troppi mosconi che girano attorno alle ragazze sole.
Pinocchio fece un paio di passi indietro e squadrò da capo a piedi la figura che gli stava di fronte. Dopo averci pensato un po’ su ammise ciò che era evidente.
– Hai ragione, col mantello sembri un’altra persona, non potrei mai confonderti con una bambina, ma non solamente per come sei vestita, o per i capelli, anche il tuo viso è diverso.
– Non il viso, quello è sempre lo stesso, è la mia espressione che è cambiata – volle precisare la Fata.
– Cosa intendi per espressione? – chiese Pinocchio, non riuscendo ad afferrare la sottile differenza.
– Si tratta di come guardi il mondo, con quali occhi, con quale spirito, e purtroppo vedo che anche la tua espressione è cambiata, non è più la stessa di quando ti scopristi bambino in carne e ossa.
– Mi vedesti?
– Certamente. Quando la Lumaca mi portò i tuoi quaranta soldi io venni al villaggio, poi entrai in casa e ti trovai addormentato accanto a una pila di sedici canestri di giunco. Non ho avuto cuore di svegliarti, dovevi essere stanchissimo. Con l’aiuto di qualche amico che m’ero portato dietro ho messo a posto la tua cameretta, in silenzio, e poi in una tasca del vestito che avevo preparato per te misi quel portamonete d’avorio.
Pinocchio tornò con la memoria a quella mattina indimenticabile, quando si svegliò in forma di bambino, in una bella stanzetta ammobiliata e quaranta zecchini d’oro in tasca. Quel giorno avrebbe voluto ringraziare la Fata dai capelli turchini, ma c’era solamente quel biglietto di ringraziamento nel portamonete. Ma ora lei c’era.
– Grazie Fatina mia, grazie di avermi salvato dal mio stato di burattino di legno!
– Oh, non serve caro il mio Pinocchio, io non ho fatto nulla – disse la Fata, lasciando interdetti tutti i presenti.
– Come sarebbe a dire? – chiese Pinocchio.
– Sarebbe a dire che quando arrivai eri già diventato un bambino, ma tu non te n’eri accorto. È stato il tuo cuore, la buona volontà e lo spirito di sacrificio a farti uscire da quel manichino di legno, io ho solamente fatto in modo che succedesse. Quando entrai nella tua cameretta trovai un ragazzino che dormiva beatamente nel suo letto. Gli parlai come se fosse sveglio, giusto i complimenti per i suo comportamento e un augurio per il futuro, poi uscii dalla stanza.
– Ricordo di aver sentito la tua voce, però allora ero convinto che fosse un sogno. E perché non sei restata?
– Non serviva, il mio compito era terminato, e da quel momento spettava solo a te costruire il tuo futuro. Mi limitai a osservare il tuo risveglio da fuori, giusto dietro alla finestra della tua cameretta, e quello che vidi mi piacque assai.
La Fata s’avvicinò a Pinocchio, e invece di fargli una carezza come si fa con un ragazzino, gli strinse la mano come se lui fosse già un uomo fatto.
– Bravo il mio Pinocchio, ho sentito delle tue disavventure e di come le hai affrontate, con forza d’animo e responsabilità. E complimenti anche al tuo cane, pure lui deve essere molto coraggioso.
– Alidoro, prego – volle precisare quello. – E non sono il suo cane, sono suo amico.
– Mi scusi signor Alidoro – disse la Fata, accennando un rispettoso inchino. – Grazie d’aver badato al nostro comune amico, le sono debitrice.
– A proposito di debiti – aggiunse al volo il cane che era un tipo pratico. – Non è che ci sarebbe qualcosa da mettere sotto ai denti? Sa, noi si è in cammino da stamane in compagnia d’una sola caciotta, perciò…
A quelle parole Mangiafoco si mise subito in moto. Prese le fondine e uscì dalla stanza, quindi dalla cucina arrivarono dei rumori di pentole smosse, di coperchi sollevati e di rimescolamento di mestoli. Dopo un poco si ripresentò con un largo vassoio dove stavano tre fondine colme di fumante zuppa d’orzo, dalla quale faceva capolino un bel pezzo di rigatino, e per Alidoro un piatto di trippe crude.
In capo a dieci minuti i due viaggiatori avevano spazzolato tutto quel ben di Dio, e la compagnia se ne stava, chi sulla sedia e chi sul pavimento, satolla e rilassata.
Pinocchio avrebbe voluto chiedere ancora tantissima cose, ma la stanchezza prese presto il sopravvento. Quando Mangiafoco s’avvide che il ragazzino s’era addormentato sulla sedia lo prese in braccio e lo portò di sopra, lo posò delicatamente sul suo letto, gli tolse le scarpe e lo coprì con una leggera trapunta, quindi tornò di sotto per discutere il da farsi con la Fata. Alidoro s’era intanto sistemato in in cantuccio, e anche lui ronfava della grossa.
Quando al mattino dopo Pinocchio riaprì gli occhi scoprì di trovarsi in una bella stanza rivestita di larice chiaro, con un altro letto oltre al suo, un grande armadio e un canterano, più un paio di sedie. Un fiotto di luce proveniva da una graziosa finestra con inglesina, sicuramente rivolta a Est, e pioveva su un raffinato oggetto in noce scuro che stava a metà tra una scrivania e una cassettiera. Sulla parete sopra a quello stava appeso uno specchio, roba da signori, perché aveva il vetro bisellato e una bella cornice intagliata. Alcuni piccoli dipinti, fiori e paesaggi in genere, davano un tocco di colore alla stanza.
Non sapendo che fare si limitò ad ascoltare i rumori che provenivano dal piano inferiore, e quando intuì che si trattava di pentole e stoviglie al lavoro s’alzò di scatto e prese le scale.
– Buongiorno Pinocchio – disse la Fata, intenta ad apparecchiare la tavola per la prima colazione.
– Buongiorno, e ben alzato! – gridò Mangiafoco dalla cucina.
– Buongiorno a tutti – rispose Pinocchio. – E Alidoro dov’è?
– Ah, quello s’è alzato prima di tutti – rispose Mangiafoco. – M’ha aspettato in cucina, e dopo aver mangiato qualcosa è uscito a fare un giro. Probabilmente non sopporta di stare troppo tempo al chiuso.
Chiarita che fu la situazione, Pinocchio si sedette a tavola, davanti a una tazza di cotto che attendeva solamente d’essere riempita.
– Ah no, caro mio, hai troppa fretta! – gli disse la Fata.
– Perché?
– Perché adesso ti alzi e vai a lavarti. Fa già abbastanza caldo, quindi usa la pompa che sta dietro alla casa, e non dimenticare di lavarti bene anche dietro alle orecchie.
– Ma io ho fame!
– Vai adesso, altrimenti niente colazione, e vedi di sbrigarti!
Pinocchio non se lo fece ripetere due volte, uscì, andò dietro alla casa è lì trovo tutto quello che gli serviva, compreso un gabbiotto in legno dalla funzione inequivocabile. Al rientro trovò che lo aspettavano un piatto con una bella fetta di pane con pomodoro e cipolle e un po’ di grano saraceno, più un vassoio di cavallucci per finire in bellezza. Dalla grande tazza che pareva la regina di quel desco proveniva l’invitante aroma del caffellatte d’orzo tostato.
I padroni di casa, per non metterlo in imbarazzo, se ne andarono in cucina, per tornare solamente quando udirono un significativo – Ahhhh – di soddisfazione e il rumore della tazza posata sul piano di legno.
– Bene, a quanto vedo il signore ha gradito – disse sorridendo la Fata.
– Grazie, era tutto buonissimo, complimenti.
– Non è me che devi ringraziare, ma lui.
Mangiafoco se ne stava appoggiato su uno stipite della porta che dava sulla cucina, a braccia incrociate, con l’espressione soddisfatta di chi ha fatto bene un lavoro, e lo sa. Proprio in qual momento entrò Alidoro, e corse accanto a Pinocchio.
– Buongiorno. Sai cos’ho scoperto? Che il tipo qui è un cuoco di prim’ordine. Stamane ho assaggiato un paio di cosette e, ti giuro, erano anni che… ah, vedo che già lo sai.
Della prima colazione non restavano che delle briciole sparse e qualche macchiolina di caffellatte. Fine.
– Eh sì, è proprio bravo. Certo che però è strano.
– Cosa sarebbe strano? – chiese la Fata.
– No, e che… insomma… in paese sono le donne a cucinare. A casa il babbo s’arrangia, volevo dire s’arrangiava, ma non saprebbe mai preparare i cavallucci – rispose Pinocchio, un po’ a disagio.
– E ti credo – intervenne Mangiafoco. – Anzi vorrei proprio trovare chi sa farli buoni come i miei. Avrei voluto farti provare il castagnaccio, la mia specialità, ma ho punto finito la farina lo scorso mese.
– Vero è che quando ci siamo incontrati la prima volta t’eri ridotto a mangiare un montone mezzo crudo, e questo cambiamento è incredibile.
– Hai ragione mio caro, però erano altri tempi, altre circostanze, e mi dovevo adattare. Ora che qui ho tutto quello che mi serve possiamo trattarci da gran signori!
– Possiamo? – chiese Pinocchio.
– Certo, io e lei – rispose Mangiafoco.
– Dunque tu vivi a casa della Fata adesso.
– Ehm, veramente questa sarebbe casa sua – confessò lei con un certo imbarazzo.

 

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