Lunatico


È indicativo, si potrebbe dire, questo modo che ho trovato per definirmi, con la gianografia n°157 – TEMPI E MODI

Trapassato ancora non sono,
se pure il presente m’ha superato,
del futuro poi manco a parlarne
Cosa sono allora?
Imperfetto!
Ah.

Se la pigrizia è la mia stella polare, l’imperfezione è tutto il mio orizzonte.
Lo è perché il suo opposto, la perfezione, non è di questo mondo, o almeno così usano dire quelli che si vedono contestare una loro mancanza di attenzione al dettaglio.
Lo è perché l’imperfezione ha un suo fascino particolare, mi attira come se nello svelare una qualsiasi leggerezza, un’imprudenza, una trasgressione all’eccellenza, ritrovassi la voluttà dell’errore, e quasi ne provo dipendenza.
Lo è perché in ogni mia espressione essa è presente, nella parola, nel gesto, nella messa in opera, nell’abitudine.
Anche quanto di mio vi capiterà di trovare in questo blog porta con sé la sua cifra di imperfezione, e non posso dire che era destino, quando si tratta invece di debolezza di mezzi e di spirito.
Perdonatemi, le mie armi culturali non sono state forgiate in auguste fucine, bensì le ho raccattate qui e là strada facendo, senza troppo badare a cosa servisse cosa, e ora trascino un carico mal assortito di elementi indistinguibili, i solo miei da quelli indotti, l’idea dal ragionamento, il vero dal falso, e alcune riflessioni, però queste ultime non generate da uno specchio cristallino, ma frutto delle domande fatte a una superficie acquosa perennemente turbata da accidentali increspature.
Nemmeno l’idioma che utilizzo mi appartiene, essendo l’istroveneto la mia lingua madre-padre-fratello-sorella, e per suo tramite, ieri come oggi, penso, parlo, intendo, e sogno.
Tutto dovrebbe indurmi a tacere allora, eppure eccomi qua, come un milione di anni fa all’interno di Pegacity, la prima arena internet nella quale posai il piede, lì dove le evoluzioni del cavallo alato avrebbero dovuto innalzare gli internauti, e dove invece le mie crude argomentazioni turbarono quelle anime delicate, perché non di esseri mitologici abbiamo necessità, ma di robusti equini da cavalcare, su terra e su fango, e non ci si deve scandalizzare se quegli animali talvolta puzzano e cacano, o perlomeno non ci si dovrebbe vergognare di essere così simili a loro.
Va da sé che fui costretto all’esilio.
Eccomi qua, come mille anni fa quando la mia zattera si arenò sulla riva di un nuovo e sconfinato continente. Si trattava di MySpace, policromo, multiforme, imprevedibile, e soprattutto accogliente. Per quanto quell’ambiente venisse definito “virtuale”, espressione tanto riduttiva quanto genericamente applicabile a tutte le nostre suggestioni, compresa quella di essere “vivi”, in esso vi si poteva cogliere la possibilità di una connessione empatica con altri partecipanti, istantanea in forza del medium, duratura per la presenza di spiriti sinceri.
Giunse Facebook, e noi venimmo dispersi dal Dio Denaro, come aironi che si levano in tutte le direzioni dopo lo sparo assassino.
Eccomi qua, come cent’anni fa quando tentai di raccogliere i fuggiaschi per offrire loro rifugio in un blog multiautore, My3Place. Per un po’ funzionò, almeno fino a quando continuarono a sostenerci la forza di continuare un sogno e la rabbia di chi si era sentito tradito da MySpace, ma, inutile negarlo, ora la struttura ha perso lo smalto, troppe stanze sono deserte o chiuse a chiave, e capita di girare a vuoto come ospiti fuori stagione.
Allora eccomi qua, diabolico come chi si ostina a ripetere lo stesso errore, ovvero il medesimo comportamento dei folli, a imbrogliarmi ancora per (de)scrivere, ossia dare i contorni di un pensiero senza scriverlo in chiaro; meglio, e più divertente (per me, per voi non saprei) restare aperti a ogni interpretazione.
Di me non saprete molto altro, magari che amo gli scritti di Franz Kafka e che trovo ne “Il castello” la mia bibbia ideale, magari che guardo all’arte come una foglia di lattuga guarda il girasole, magari che viaggio se posso, quando posso, e come posso, e perciò posso riportarvi indietro qualche immagine, infine che non sono una persona troppo ridanciana, ma che faccio spesso ridere, e il più delle volte in maniera del tutto involontaria.
Allora facciamo così, facciamo che s’è scherzato.