Riprendendo i risultati di un esperimento condotto nel 1882 dalla John Hopkins University, nel suo libro “Media e potere” Noam Chomsky descrisse il pericolo di adattarsi a situazioni pericolose quando queste si manifestano con gradualità quasi impercettibile.
Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50°C avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Ora io vi chiedo se vi piacerebbe trovarvi al posto di quella rana. No? Eppure già ci siete.
Voi di certo sarete già a conoscenza della scarsissima opinione che ho di questo governo di scappati di casa e parafascisti, e le decisioni politiche riguardanti la sanità non hanno fatto che confermare quanto temevo, ossia che il loro obiettivo è l’instaurazione di una struttura castale nella quale non esistono ascensore sociale, ridistribuzione, equità e dignità. In buona sostanza viene negato il futuro e vengono riproposte le stesse ricette fallimentari del passato, quando essere poveri non era un inciampo della vita, bensì una colpa, un’onta, un destino, un incancellabile marchio d’infamia.
I numeri son presto detti: sono stati stanziati 3 miliardi di Euro in più, ma l’ottanta per cento di quella cifra verrà utilizzata per rinnovare i contratti del personale, e gli incrementi previsti per il biennio 2025-2026 non coprono nemmeno gli aumenti dei costi derivanti dall’inflazione.
Il rapporto tra la spesa sanitaria e il PIL è destinato quindi a scendere al 6,1%, ben sotto alla media europea, drammaticamente inferiore a quello dei nostri vicini di casa, come la Francia (11,8%), la Germania (13%), l’Austria (12%), la Svizzera (11,2%). Persino la piccola Slovenia fa meglio di noi (9,2%).
Il segnale maggiormente percepito di tale disattenzione verso la salute dei cittadini è costituito dalle liste d’attesa, una vergogna nazionale.
Ricordo che in una nota trasmissione televisiva, tale Fabio Dragoni del giornale “La verità” (mai nome di una testata mi richiama tanto alla mente quelli dei ministeri descritti da Orwell in “1984”) affermò con foga che non c’era assolutamente nulla di scandaloso nel rivolgersi alla sanità privata convenzionata per saltare le liste di attesa delle strutture pubbliche, e che anzi si trattava della soluzione migliore da promuovere a ogni piè sospinto dato che nessun extracosto viene richiesto al cittadino, e del resto così s’è già fatto a tappeto in regione Lombardia con i bei risultati che si son visti, aggiungo io.
Si tratta in buona sostanza di un ragionamento circolare, lo stesso che permette di affermare che il salame disseta. Mi spiego. Voi mangiate del salame, ed è pacifico che dopo un po’ vi viene sete, per placare la quale bevete dell’acqua, dissetandovi, perciò unendo le due estremità del ragionamento è dimostrato che il salame disseta.
Qui è lo stesso. Togliendo fondi alla sanità pubblica la si rende inefficiente, e quindi sorge l’esigenza di trovare una soluzione alternativa, guarda caso offerta dalla sanità privata convenzionata, quest’ultima pagata con fondi sottratti alla sanità pubblica. Se a ciò aggiungiamo che chi lavora nella sanità pubblica viene trattato male, direi che viene quasi spinto a scegliere una carriera nelle strutture private, si ottiene un depauperamento del servizio pubblico a causa mancanza di personale, il che comporta carichi di lavoro insostenibili, e tali carenze risultano ancora più evidenti se raffrontate all’efficienza del privato.
Qualche numero?
Nella manovra per il 2024 il fondo sanitario nazionale ha previsto 520 milioni di Euro destinati alla riduzione delle liste di attesa, ma contemporaneamente sono stati destinati ben 380 milioni di Euro in favore delle strutture private convenzionate, quasi il 75% di quanto previsto per il servizio pubblico.
A questo punto il disegno dovrebbe esservi chiaro: togliere lentamente risorse al servizio pubblico per indebolirlo, e allo stesso tempo “nutrire” le strutture private convenzionate affinché suppliscano alle manchevolezze che inevitabilmente si presenteranno.
Per un certo periodo, che non so ancora quantificare, il cittadino otterrà il consueto servizio farmacologico e ospedaliero universale, anzi in qualche caso potrà persino trovare che la situazione sia migliore di quand’era “tutto pubblico”, perciò non avrà motivo di protestare, quando invece dovrebbe iniziare a preoccuparsi.
Taglia, taglia, taglia, a un certo punto il servizio sanitario pubblico andrà in crisi e non sarà più in grado di fornire le prestazioni minime in grado di giustificarne l’esistenza e i relativi costi, perciò i cittadini, ormai abituati a guardare al privato convenzionato come la soluzione ultima alle loro problematiche di salute, troveranno più che ragionevole la sua cancellazione.
E lì metteranno sul ceppo la loro testa (che comunque non gli è servita un granché).
Dopo quel giro di boa, tutto ciò che era convenzionato diverrà oggetto di offerte di servizi ai quali sarà necessario registrarsi, ovviamente dopo il versamento di un obolo più o meno consistente.
Chi scrive si ricorda bene dei tempi in cui c’erano le mutue, coi relativi libretti che era necessario presentare allo sportello di accettazione per poter accedere a una visita medica, un esame specialistico, una terapia, eccetera, e chi non non era coperto da una cassa mutua doveva pagare tutto di tasca sua, e comunque non era detto che ogni cassa mutua fornisse tutte le prestazioni sanitarie indispensabili. Negli anni ‘60 c’erano 35 casse mutue nazionali e ben 280 casse mutue locali o aziendali, ognuna col suo protettore politico, ognuna col suo bilancio, ognuna con le sue regole. Non tutte le terapie, tutti gli esami, tutti gli interventi e tutti i medicinali erano rimborsati, e va da sé che quelli a carico del cittadino erano i più costosi. Comunque anche su quanto garantito dal regolamento della cassa mutua esisteva un contributo richiesto al paziente, che poteva essere del 10%, 20%, 50%, oppure il rimborso copriva la minima parte delle spese, e questo a seconda della cassa mutua, del medicinale e del grado di parentela col mutuato. Vi lascio immaginare a quale immane lavoro burocratico fossero sottoposti gli ambulatori e i farmacisti. Non dimentichiamo che una fetta della popolazione rimaneva comunque scoperta, come i disoccupati, i lavoratori a giornata, e talvolta i familiari, per i quali esistevano solo le visite di un aleatorio medico condotto e le cure offerte ai poveri ufficialmente riconosciuti (esistevano i registri degli indigenti).
Indovinate un po’ chi mise in piedi questo bel meccanismo inefficiente: i fascisti, ed è appunto col ritorno dei parafascisti al governo che lo si vuole ripristinare, imbellettato e spacciato per grande novità.
Tra le caratteristiche di quel regime esecrabile, oltre alla violenza e alla soppressione del diritto di critica o di obiezione, c’era la volontà di realizzare una società di caste separate, chiamandole corporazioni, impermeabili alle contaminazioni reciproche e formatrici di orgoglio di corpo, sentimenti che dovevano sfociare nell’ottuso nazionalismo e nella presunzione di superiorità razziale. Ogni cassa mutua faceva riferimento a una specifica corporazione, uno specifico mestiere, una specifica casta, all’interno della quale il cittadino si barricava per proteggere il riconoscimento sociale ammesso dal regime.
Succederà di nuovo, ossia per curarsi sarà indispensabile risultare parte attiva e contribuente della società, con la differenza che stavolta non avremo un regime dittatoriale che impone le regole, bensì ci penserà un’avida conventicola di assicuratori, e ciò, anche se potrebbe sembrare paradossale, sarà ben peggio del fascismo.
Forse non ricordate perché crollò negli anni ‘70 il castello delle casse mutue, e allora ve lo rammento io: non furono gli aneliti di giustizia sociale, di egualitarismo, di adeguamento al progresso, furono i soldi. Con l’avvento di nuovi medicinali e nuove terapie i costi per le mutue esplosero, e se prima ci si poteva mettere una pezza riducendo di una frazione le prestazioni o chiedendo aiuto allo stato, il deficit divenne talmente elevato da non poter venire ripianato con semplici manovre di bilancio, perciò nel 1974 venne decretata la cancellazione degli enti mutualistici, a fronte dell’estinzione dei loro debiti nei confronti degli enti ospedalieri, trasferendo le loro funzioni alle Regioni, e poi nel 1978 allo Stato, dando finalmente forma tangibile all’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Stavolta invece sarà proprio lo Stato a sabotare il servizio sanitario pubblico, e come se fosse un film di Romero vedremo levarsi dalle loro tombe gli zombie delle casse mutue che morirono nel 1974, e come gli zombie saranno orribili, feroci, disumane, fameliche, inarrestabili, letali.
Perché?
Lo sappiamo il perché. “La salute non ha prezzo”, cioè non esisterà un limite di prezzo accettabile, e le assicurazioni ci spremeranno fino all’ultima goccia di sangue pur di mantenerci in vita (ma non in salute). “Finché c’è la salute c’è tutto”, nel senso che finché ci manterremo sani e redditizi resteremo coperti, ma se appena appena diventassimo troppo costosi allora verremo scaricati e mai più riassicurati, a meno di pagare un premio stratosferico. “Un povero sano vale la metà di un ricco ammalato”, ovvero se un’assicurazione non guadagnerà quanto previsto dai suoi azionisti si limiterà a chiudere bottega lasciando scoperti gli assicurati, i quali su nessun aiuto potranno contare, né dalla concorrenza, né dalle strutture private, né dallo Stato, padrino e protettore di una cupola sanitaria, in quanto semplici clienti e non più cittadini della Repubblica.
Allora, quando troverete sorprendentemente semplice e opportuno ottenere una prestazione dalla sanità privata convenzionata, quando darete credito a figuri che sono indegni di considerazione e di rispetto (e della poltrona istituzionale che occupano), quando vi stordirete di consumismo compulsivo da quattro soldi senza pensare che state vendendo il vostro futuro per un piatto di lenticchie, quando scoverete qualche comodo escamotage per evitare di pagare una tassa o un’imposta (contribuendo così all’erosione di ogni servizio pubblico), quando non vi occuperete di politica e non andrete a votare perché “ tanto son tutti uguali”, quando firmerete qualche generoso contratto che una società assicuratrice vi propone per garantirvi con pochi spicci delle prestazioni “esclusive”, sappiate che state vi stanno lentamente riscaldando l’acqua sotto al culo, e che quando quella sarà diventata troppo calda avrete le gambe molli e nessuna forza per risollevarvi, e forse non vi resterà nemmeno il fiato per protestare, ma poi non venitemi a dire che nessuno vi ha avvisato.
Per il momento non vi sento ancora gracidare, speriamo bene…

 

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