Un treno per la Toscana

Spinto da irrefrenabile vanità, qualche mese fa decisi di partecipare a un concorso di letteratura e poesia organizzata dall’associazione toscana “Il Muro Magico”. Vi confesso che in genere preferisco passare la mano, però il tema proposto mi intrigava a tal punto da indurmi a compiere quel temerario passo. Chi mi conosce un po’ avrà già capito di che si tratta, ma siccome l’etichetta impone di non apparire inutilmente misteriosi rivelerò subito che è il treno l’oggetto di questo mio antico innamoramento.
Sussistevano solamente due impedimenti, il primo consisteva nella mia inadeguatezza letteraria, peraltro ampiamente descritta nella pagina “Lunatico” di questo blog, mentre la seconda afferiva alle massime dimensioni ammissibili per un racconto. Tre pagine in tutto, quelle che a me bastano appena appena per scrivere i saluti, mi sono parse subito una gabbia insopportabile, un disperante esercizio di concisione alla quale non sono uso, un paio di scarpe troppo strette per andare abbastanza lontano, una sorta di giogo al quale mi sarei dovuto sottomettermi per poter partecipare.
Non era una sfida, era vera e propria istigazione all’abiura del mio modus scribendi.
Impossibile resistere.
Scovare una trama non fu difficile, in fondo bastò che rovistassi un po’ nella mia memoria per imbastire un percorso che risultasse parallelo alla mia idea di treno come metafora della vita e latore di fuggevoli esperienze. Il titolo poi, “S.”, rappresentava tutto, la brevità, il mistero, il nonsenso e, dettaglio imprescindibile, la chiave di interpretazione, l’unica possibile di un testo altrimenti banalmente bizzarro, e vedete da voi qui se non lo è.
A questo punto mi riservo il diritto di non essere esaustivo, di non procedere oltre in un’esposizione che potrebbe risultare oltremodo stucchevole, però di questo rebus mi garba di fornirvi un indizio: provate a sostituire la “S” con la “K”.
Chi ha studiato capirà.
Andiamo avanti.
Tra le cose più improbabili che potevano capitarmi, ecco che arriva sulla mia casella di posta elettronica un messaggio dall’associazione “Il Muro Magico”, la quale mi informa che la qualità del mio scritto è stata apprezzata e che il racconto è stato incluso nei dieci selezionati per la serata finale. Potrete ben immaginare che per un “vile meccanico” del mio stampo, uno che da sempre pensa e parla quasi esclusivamente in veneto coloniale, tale riconoscimento da parte di una giuria toscana, ove mi risulta che la lingua italiana la mastichino abbastanza bene, è già di per sé una bella medaglia. Il fatto poi che la manifestazione si sarebbe tenuta a ridosso della Garfagnana, nei pressi di Lucca, mi ha fornito la scusa ideale per fare una gitarella da quelle parti.
Dalla mia escursione in quelle terre ne ho ricavato impressioni contrastanti, ma prima di parlarvene per esteso consentitemi di concludere il discorso del premio letterario, perché le sorprese non erano finite.
La serata è stata organizzata in maniera superba nel pittoresco paese di Benabbio, nei pressi di Bagni di Lucca, senza i soliti discorsi ampollosi delle autorità in fregola di visibilità, bensì con inserti musicali di classe e con la collaborazione di attori che di volta in volta davano voce e moto agli scritti. Un grazie particolare lo si deve alla Presidente Paola Tarantino, la quale è stata musa ispiratrice e Divinitas ex machina di tutta la manifestazione. Quando poi, nel corso della premiazione, sono stato chiamato sul palco perché il mio racconto bislacco era stato valutato degno di una segnalazione da parte della giuria sono riuscito a contenermi solo in parte, ma ne sono uscito brillantemente con due battute che hanno fatto ridere l’uditorio.
Insomma, è ufficiale: io sono tante cose sbagliate, ora anche scrittore. Di questo passo chissà dove andremo a finire…


Veniamo ora alle dolenti note.
Le prime, stonatissime, sono strimpellate dalle stazioni ferroviarie, quelle di Firenze Rifredi e di Pisa. Viaggiatori che si accalcano sull’unica scala disponibile del marciapiede, premendo su quelli che stanno scendendo e affrontando indomiti quelli che stanno salendo, tutti accompagnati da enormi parallelepipedi multicolori, questi ultimi simili a pittime vincolate dalla precisa mansione di rendere difficile ogni spostamento alla loro vittima consenziente, tutti affannati, tutti accaldati, tutti assillati, tutti persi. Se Dante fosse nato ai giorni nostri si sarebbe ispirato lì per il suo Inferno, e non nel vicino Orrido di Botri.
Alla stazione di Pisa S. Rossore ci sono tre biglietterie automatiche, distantissime per chi arriva dalla zona del Duomo, però nessuna di quelle è funzionante, per cui anche lì girano delle anime in pena come gli ignavi del III canto, turisti stranieri che non hanno ancora ben compreso in che girone sono precipitati.
Ma se il treno lascia a desiderare, il servizio su gomma è a dir poco demoralizzante, almeno per la zona di Bagni di Lucca. Mettiamola così: per chi ha problemi di stitichezza il trasporto pubblico locale sarebbe una mano santa. Corse rarefatte, passaggi in ritardo, frazioni isolate e altre amenità sono inspiegabilmente accettate dalla popolazione come una calamità naturale alla quale non ci si può opporre, anche quando non c’è maniera di acquistare un biglietto se non mediante un ammennicolo elettronico del quale non tutti hanno pratica e disponibilità, anche quando non è previsto un minimo di coincidenza con gli orari ferroviari, e anche quando il biglietto cartaceo c’è, quello è più largo della bocca dell’obliteratrice, sempre che tale affare funzioni.
E allora passi pure tutto questo, contenti loro contenti tutti, però una località a forte vocazione turistica dovrebbe pensarci a quei dettagli, a come, per esempio, permettere di visitare il suggestivo Ponte del Diavolo del XIV secolo senza dover rischiare la vita percorrendo a piedi due chilometri sulla Strada Statale per l’Abetone (l’alternativa era aspettare tre ore un autobus per Lucca).
Veniamo a ciò che ho visto.
Bagni di Lucca. Ei fu.
Se andate su Wikipedia e cercate Bagni di Lucca troverete la descrizione di una località dalle mille attrattive, con una storia importante che risale ai tempi della Roma repubblicana (quella di Cesare, non quella di Mazzini), località termale di fama plurisecolare nella quale si riversavano da tutta Europa per passare le acque. Dato che solo i benestanti potevano permettersi i trattamenti termali, era inevitabile che si pensasse a far trascorrere lietamente il tempo anche al di fuori degli stabilimenti, ed ecco allora sorgere nel XIV secolo le sale da gioco, una tradizione sfociata nel 1837 con la creazione del primo casinò moderno del mondo.
Nondimeno la natura e l’orografia costituiscono l’ambientazione ideale per impegnare le giornate in rilassanti passeggiate, o visitando i piccoli e suggestivi borghi che circondano Bagni di Lucca. Qualora aveste voglia di approfondire le vostre ricerce potrebbe capitarvi di incontare la definizione di “Svizzera della Toscana” per descrivere quella zona.
Bello eh? Magari fosse tutto vero.
Delle terme non so dirvi molto, ma da quel poco che ho visto mi sono sembrate in grave affanno, poche e pochissimo frequentate, anche se, ne sono più che certo, sussistono tutti i presupposti per un loro rilancio. Basterebbe crederci.
Le ville tradiscono un passato glorioso, stile impero e liberty, però sono per la massima parte vuote, se non addirittura abbandonate, il che è abbastanza deprimente. Potrà sembrare assurdo, ma una certa trascuratezza nei confronti degli edifici è palesata dalla loro nudità, ovvero dall’assenza di impalcature edili. Nella mia città, come pure in altre località della regione, il contestato superbonus del 110% come pure il bonus facciate ha dato la stura a una serie di ristrutturazioni mai vista prima, mentre a Bagni di Lucca non si osserva traccia di tali attività, e gli edifici, di pregio o meno, mantengono le loro malte screpolate e a tratti assenti, le loro imposte malconcie e i loro colori sbiaditi, senza voler contare alcune costruzioni letteralmente fatiscenti. Un vero peccato.
Gli ubertosi colli sono omai coperti da una boscaglia inestricabile, una vegetazione nella quale le piante si contendono quel poco che c’è, col risultato di plotoni di alberi dal fusto troppo sottile e un tappeto di sottobosco che li soffoca, la culla ideale per incendi catastrofici. Potrei supporre che lo spopolamento abbia portato all’abbandono della cura boschiva, come pure una certa riforma renziana (un Giuda in questo caso), che ha di fatto reso impotente il corpo forestale, abbia privato il territorio di una strategia di protezione, ma sono altresì certo che un’azione anche minima di cura del territorio potrebbe essere svolta dal volontariato, ovviamente col patrocino degli enti istituzionali. Evidentemente non c’è la volontà.
Toscana, terra d’olio, è vero, ed è pure molto buono. Dalle mie parti l’olivo per sopravvivere e fruttare deve misurarsi con spazi ristretti, la pietra, il gelo, il secco, la bora e altri accidenti del genere, perciò faceva male al cuore vedere lì tanti olivi ormai inselvatichiti, non potati da anni, circondati da erbacce e rovi, in una terra alla quale non manca nulla, né l’acqua, né il sole, né lo spazio. Una bestemmia al cielo.
Essendo una località turistica sarebbe il caso che vi racconti qualcosa di chi la frequenta. Per tradizione e per moda molti visitatori provengono dalle terre d’Albione, ma non sono quelli che bazzicano per il senese e l’aretino, quelli ricchi intendo. Si tratta perlopiù di villeggianti che ambiscono a tornare nelle loro isole vantando una vacanza in Toscana, evidente una località mitica per i sudditi di Sua maestà Britannica, ma non dispongono di risorse finanziarie adeguate e bagaglio culturale degno. Così capita ogni tanto di incontare drappelli di sciamannati che sarebbero perfetti a Rimini, a Fregene, a Milano Marittima, ma che in quella località storica stanno bene come i cavoli a merenda.
Tutto male quindi? Assolutamente no.
A parte il fatto che, tolte le recriminazioni sopra esposte, Bagni di Lucca ci è apparsa originale e interessante, abbiamo potuto constatare l’infinita cordialità della popolazione locale, un approccio al quale noi, riservati austroungarici, non siamo avvezzi, a iniziare da chi ci ha ospitato nel suo suggestivo B&B, passando poi per tutte le persone, emerite sconosciute, che ci salutavano incontrandoci (azione questa quasi sospetta dalle nostre parti), e quelle, supponendo che ci trovassimo in difficoltà logistiche, di loro sponte facevano del loro meglio per cercare di aiutarci, e persino quelle che con il loro semplice chiacchierare al bar scatenavano il nostro buonumore quando udivamo le loro bischerate nell’inconfondibile parlata locale, per finire con le piacevolissime serate trascorse al Circolo dei Forestieri, tra squisiti manicaretti e vini all’altezza, il tutto accompagnato da una cortesia che non t’aspetti.
Per farla breve, era tutto un su e giù, delle montagne russe dove si alternavano scoramento ed esaltazione, con prevalenza però di quest’ultima.
Ma non si vive di solo Bagni di Lucca, perciò, grazie a un’accorta pianificazione degli spostamenti, siamo riusciti a passare a Lucca un giorno intero.
Che dire, è stata una piacevolissima scoperta.
La città vecchia è completamente circondata dalle secentesche mura, badate bene, non una parete di pietre, bensì un vallo alto una dozzina di metri e largo circa trenta con un viale alberato alla sommità, un ombreggiato passeggio lungo più di quattro chilometri con vista sugli edifici storici. Tutta la parte antica è ZTL, ovvero circolano pochissime automobili, e la bicicletta è il mezzo di spostamento preferito dai locali.
A Lucca come ti giri c’è qualcosa di bello da vedere, è come stare a Venezia ma senza il casino di gente che c’è a Venezia. Una goduria. Non vi starò adesso a raccontare quanto di suggestivo abbiamo visto, mancherei di accuratezza e di competenza artistica, però una cosa ve la posso dire, forse lì ci potrei anche vivere. Comunque nella galleria sottostante qualche immagine di Lucca potrebbe darvi una vaga idea di quell’atmosfera più unica che rara. Da provare assolutamente.
Già che eravamo nei paraggi siamo passati per Pisa, giusto una puntata in Piazza del Duomo, la classica cartolina nella quale viene smarrita tutta la parte trascendente di quell’ambiente che, mi si passi l’aggettivo, appare alieno tant’è singolare.
Bene, direi che vi ho annoiati abbastanza, perciò, se vi va, buttate un occhio alle immagini sottostanti, poche per fortuna, hai visto mai che vi saltasse in capo l’uzzolo di percorrere quelle contrade assai differenti dalla stereotipata idea che si ha della Toscana.

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5 thoughts on “Un treno per la Toscana

    • Ça va sans dire, e mi sono anche preso una zuccata su un ramo basso (mi dispiace per l’albero…).
      Altrimenti da dove avrei scattato quelle foto dei tetti di Lucca?
      🙂

  • Complimenti e tanti per il premio letterario, vorremmo conoscere le esilaranti battute. Per motivi direi banalmente logistici conosco abbastanza la Toscana per non averne un’immagine stereotipata, ma la consapevolezza di una terra così densa di cose da vedere che non so se avrò abbastanza tempo. Intanto ancora braco!! (K è anche una città?)

    • Ti confesso che praticamente sono stato l’unico che ha spiccicato qualche parola durante la premiazione. Gli altri, per pudore o per saggezza, hanno preferito semplicemente ringraziare e sorridere per la foto di rito.
      Va detto però che mi hanno tirato per la giacchetta (in realtà indossavo una camicia estiva a maniche corte…), nel senso che al momento della consegna la presidentessa dell’associazione ha commentato l’impatto straniante che ha avuto sulla giuria il mio racconto, e si è espressa sul fatto che anche l’autore è certamente una persona divertente, chiedendomi conferma di ciò.
      Beh, che dire, su due piedi ho cercato di trovare qualcosa di non stucchevole, perciò mi sono lanciato su ciò che mi riesce meglio: l’assurdo.
      In buona sostanza ho confessato che la mia specialità sono le frasi stupide, il più delle volte casuali e inavvertite, ma talvolta volute perché ho scoperto che la stupidità attira più attenzione dell’intelligenza. In quel frangente la frase più stupida che avrei potuto pronunciare è “grazie, non ho parole”, il che per uno scrittore non è proprio il massimo…
      😀
      Il titolo (e chiave) del racconto è “S.”
      Devi sostituire la S con la K , e poi leggere questo: https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-tedesca/il-castello-franz-kafka-9788806224110/
      Nel tuo caso sarebbe “P.”
      😉

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