Il processo – Sesta puntata

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Il processo – Prima puntata

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Il processo – Terza puntata

Il processo – Quarta puntata

Il processo – Quinta puntata

 

   – Signor Kos, questo tribunale non è stato in grado di dimostrare la sua colpevolezza, però sono state ampiamente comprovate le sue attività che, seppur non illegali, non possono apparire aderenti all’etica della nostra società. Lei ha inteso confrontarsi con le tecnologie alimentari di un lontano passato, e questo da un certo punto di vista, diciamo… scientifico, si potrebbe trovarlo accettabile. Resta il fatto che lei invece ha agito di nascosto, il tipico comportamento di chi, in cuor suo, sa di essere colpevole, ma ha fatto in modo di non infrangere platealmente alcuna regola scritta. Con mio estremo dispiacere ho dovuto constatare una lacuna nel nostro corpus legislativo, nel senso che non viene contemplato il reato di furbizia, perché lei, signor Kos, si è dimostrato estremamente furbo. Però lei non poteva ignorare che la nostra società pretende il rispetto di alcune regole fondamentali, e tra quelle una delle più importanti è il riconoscimento della reponsabilità in tutte le sue forme, la propria, la reciproca e la collettiva, sia quando si fa bene e sia quando si sbaglia. In poche parole ogni cittadino rispettabile deve poter dimostrare una specchiata onestà, pur nei limiti dell’umana debolezza. Ebbene, lei non l’ha assolutamente dimostrata, e anche se non è colpevole di alcun reato io non posso dichiararla innocente.
Dopo quell’ultima frase calò il silenzio. Tutti nell’aula erano consapevoli di stare assistendo a un evento molto raro, una dichiarazione di non-innocenza, una sentenza prevista dalla legge, ma di una tale difficoltà interpretativa da renderla quasi inapplicabile. Quasi.
   – Signor Kos, contro di lei non verranno emesse limitazioni allo spostamento continentale, le verranno solamente sequestrati tutti i beni relativi al procedimento testé concluso. Per ovvi motivi lei dovrà interrompere la sua attività di biogenetista e le verrà affidata una mansione retribuita presso un tutore nominato dal tribunale, tutore che valuterà il suo recupero morale ed etico per un periodo minimo di dieci anni. Lei notificherà una dichiarazione con la quale si impegna a non diffondere gli scopi, i procedimenti e i risultati delle sue ricerche, pena una condanna detentiva non retribuita equivalente al periodo di recupero. Sono stata abbastanza chiara, signor Kos?
L’imputato, che prima si era mostrato stupefatto, ora ascoltava quelle parole a capo chino, e dimostrava tutta la sua delusione, la sua sconfitta, la sensazione che ormai la sua vita si sarebbe trascinata, giorno dopo giorno, in qualche attività poco interessante, una vita senza alcun sapore.
   – Sì, signor Giudice, è stata chiara, grazie.
   – Lei è libero di tornare nella sua proprietà. Le verrà notificato l’indirizzo del tutore che questo tribunale le assegnerà. Buona giornata. L’udienza è chiusa.
Il giudice Dessalier si alzò, arrivò alla postazione ausiliaria per ringraziare gli impiegati della loro collaborazione, quindi uscì dall’aula, mentre i giornalisti presenti tra gli spettatori impazzivano per riuscire a far comprendere alle loro reti l’eccezionalità dell’evento del quale erano stati testimoni. A loro scusante andrebbe detto che quasi mai i processi erano merce di valore, però la conclusione del procedimento era una notizia da prime time.
Quando sollevarono lo sguardo dai loro device per dare una descrizione dello stato del non-innocente alla sua postazione si accorsero che era già sparito. Probabilmente aveva approfittato della confusione per defilarsi alla chetichella.
Poco meno di un mese dopo quella sentenza, Vincente Kos si trovò davanti all’ingresso di una grande proprietà, ovvero all’indirizzo del tutor,e che gli avevano assegnato. Non c’erano nomi sul device di presentazione alla porta, ma sicuramente doveva trattarsi di una persona più che benestante, un industriale, uno sportivo di successo, una persona dello spettacolo, tutta gente che preferiva, nel privato, mantenere un certo anonimato, ma che era sempre smaniosa di far del bene accogliendo le persone in difficoltà, vittime della sfortuna o della malattia, oppure dei reietti come lui. Sperò soltanto che il tipo non lo usasse per farsi pubblicità, non lo avrebbe sopportato, meglio la detenzione. Quando sul device d’ingresso apparve la scritta “parlate prego”, avvicinò il volto al monitor bidirezionale.
   – Buongiorno, mi chiamo Vincente Kos e sono qui per il recupero…
Rispose una voce femminile, probabilmente quella una cameriera o di una governante. Si sa che la gente ricca ha sempre “molto da fare” e delega tutte le incombenze al personale di servizio.
   – Ah, sì, va bene, entri pure e attenda sotto il patio del giardino.
Il portoncino d’ingresso si scostò senza nessun rumore di scatto, indizio di una costosa serratura magnetica, e Kos ne concluse che il padrone di casa ci teneva molto alla privacy, o che era stato obbligato a installarla per motivi di sicurezza.
Per arrivare all’abitazione principale si accorse che avrebbe dovuto percorrere almeno un centinaio di metri su un sentierino lastricato, l’unico camminamento su un mare verde, un prato come se ne vedono solamente nella pubblicità. Dietro la casa si intuiva che la proprietà proseguiva in leggera discesa fino a una fila di alberi abbastanza alti, forse olmi, e valutò che poteva coprire una decina di ettari. Dietro a tre lati della recinzione che circondava l’appezzamento non era stato edificato niente, si vedevano spuntare solo le cime di qualche rado albero, acacie, carpini e roba simile, il quarto era a lato strada, privata ovviamente.
In confronto alla vastità della proprietà, la casa appariva quasi modesta, un edificio semplice, grandi finestre al pian terreno e più piccole al piano superiore, niente di che, saranno stati un centinaio di metri quadrati coperti ogni piano, mentre il proprietario di tutto quel ben di Dio si sarebbe potuto permettere un castello. Niente elicottero, niente vetture di lusso, niente piscina, niente animali, niente che desse il segno di grandi disponibilità economiche, tranne quella tenuta sconfinata.
Intanto che stava valutando tutto ciò, Kos arrivò al patio sul lato della casa che dava a Ovest, e lì trovò alcune comode poltrone per esterno attorno a un tavolino, e su quello un paio di bicchieri e alcune bevande analcoliche, più un bigliettino con su scritto “Si serva pure, perdoni il ritardo”.
Si sedette e prese un succo d’ananas. Non era male.
Era al secondo bicchiere quando finalmente udì un rumore di passi alle sue spalle. Si voltò, era una donna, ma trovandosi quella figura quasi fuori dal patio, in controluce, non la riconobbe, almeno fino a quando quella non parlò.
   – Ben arrivato signor Kos, sta bene?
   – Lei?
   – Già, io. Non si alzi, per favore, ora mi prendo una sedia anch’io, così possiamo parlare più comodamente.
   – Va bene, però… signor Giudice, mi potrebbe spiegare che ci faccio io qui da lei?
   – Innanzitutto inizi col chiamarmi Myriam, non siamo più in tribunale, e poi dammi del tu. Se non ti dà troppo fastidio lo farei anch’io, e poi Vincente è un bel nome.
   – Vic, tutti mi chiamano… mi chiamavano Vic. Ora non mi chiama più nessuno, sono un appestato.
   – Bene, Vic è ancora meglio.
   – Non mi dirai che sei tu il mio tutore.
   – Proprio così, lo trovi strano?
   – Direi. Con la tua sentenza mi hai condannato all’esilio civile, un individuo non-innocente, uno di cui è meglio non fidarsi. Forse sarebbe stato meglio se tu mi avessi condannato.
   – Parli così perché non sei mai stato in prigione. Uno come te lo masticano e lo risputano in tempo nell’arco di una sola giornata, credimi, queste cose io le so, tu non hai mai avuto a che fare con dei veri criminali.
   – Quindi ti dovrei anche ringraziare.
   – Certamente. Vedi, l’ossessione per l’integrità morale ha portato questa società a demonizzare ogni possibile deviazione dal modello che ci siamo imposti. Non che sia una società perbenista, anzi direi che è abbastanza godereccia e libertina, però guai a non mantenere dei rapporti onesti e cristallini tra gli individui, e tra questi e le organizzazioni.
   – A te dovrebbe star bene questo sistema, sei sempre dalla parte dei buoni.
   – Troppo buoni per i miei gusti. Si comincia con un imprinting asfissiante fin da bambini, per poi proseguire durante gli studi e l’addestramento. Le persone non si rendono conto del perché del loro comportamento, sono come quegli animali che avevi reinventato: inconsapevoli. Sono oneste non perché vogliono esserlo, anche a costo di rimetterci, ma perché non concepiscono come non si possa esserlo.
   – Quindi?
   – Ogni tanto qualcuno si ribella, per indole, per tara genetica, per noia, e quando lo fa agisce in modo inconsulto e plateale, drammatico, e in genere sono irrecuperabili. Sono persone On-Off, non conoscono nessuna sfumatura dell’illegalità, non distinguono la differenza tra essere mendaci ed essere bugiardi, e giudicarli è un gioco da ragazzi, si condannano praticamente da soli. Talvolta mi chiedo talvolta a cosa sia servito studiare tanto. Ma poi sei arrivato tu.
   – Io?
   – Esatto, sei il primo che mi ha messo in difficoltà, un vero colpevole, cioè una persona che era ben cosciente di aver agito illegalmente, ma che cercava egualmente di cavarsela, con astuzia, con una strategia rischiosa, l’unica possibile. Sei stato fortunato.
   – Perché?
   – Un altro giudice ti avrebbe condannato, subito, senza nemmeno darti il tempo di argomentare le tue motivazioni. Sappi che sono stata molto criticata dai colleghi per la mia sentenza, non lo dicono apertamente, ma pensano che tu mi abbia fatto fessa, che mi sia lasciata abbindolare dalle tue chiacchiere, dal fatto che portavi a tua giustificazione la nobiltà di uno scopo scientifico. Allora ho brigato per farti assegnare a me, ho convinto il tribunale che intendevo tenerti in osservazione, per verificare, giorno per giorno, la tua condotta morale.
   – Ma in realtà io avevo i miei motivi, volevo conoscere, volevo sapere, volevo capire, e in fondo l’essenza della ricerca è tutta lì.
   – Tutte balle. All’inizio sarà stato forse anche come dici tu, ma poi la faccenda ti ha preso la mano, e alla fine non sapevi più rinunciare ai tuoi cibi primitivi. T’ha fregato il fatto che un tuo vicino di casa è un ex pompiere, e un giorno, riconoscendo l’odore di carne bruciata, ha sporto denuncia.
   – Ma allora, se non credevi alle mie motivazioni, perché non mi hai condannato?
   – Perché mi piacevi, sei stato finora l’unico che mi ha messo di fronte dei dilemmi, che mi ha fatto sentire il peso di una decisione, e a quello dovevano servire otto anni di studi, a capire se una persona può essere realmente pericolosa per la società o se si tratta di un disturbatore che essa può agevolmente sopportare senza infrangersi.
   – Ma continuo a non capire il motivo del tuo tutoraggio.
   – Dimmi Vic, pensi che non ti troveresti bene qui con me?
   – Non so, dipende, mi verrebbe sempre in mente il processo.
   – Dimentica quella storia, prendila solamente per un incidente che ci ha fatto conoscere. Prima o poi saresti stato scoperto, oppure saresti finito in ospedale per intossicazione, comunque eri a termine. Qui invece saresti libero, e inoltre avresti il rispetto che altrove ti viene negato, per colpa mia, te lo concedo, ma ricorda che sei stato tu a metterti ai margini della legalità. Ti rispetto perché sei uno spirito indipendente, e in parte anch’io vorrei possedere una fetta della tua temerarietà. Il giudice che invidia l’imputato, pensa un po’ che roba.
   – Va bene, allora resto volentieri, spero di andare d’accordo anche col resto del tuo personale.
   – Tranquillo, non c’è problema, non c’è alcun il personale.
   – Quindi vorresti convincermi che sei tu a gestire tutta la casa. Difficile a credersi.
   – Invece è proprio così. A parte il fatto che a casa ci sto poco, gran parte delle operazioni più semplici sono robotizzate. Per la pulizia e la stiratura degli abiti mi servo di un servizio esterno, e poi la casa non è nemmeno tanto grande.
   – Infatti potresti permetterti, non dico una reggia con i servitori, ma almeno una grande villa con del personale di servizio a noleggio.
   – Sbagli.
   – In che senso?
   – Potrei veramente permettermi una reggia con i servitori. Sono ricca di famiglia, ma lo sfarzo superfluo non mi attira per niente. Ho comprato questo grande appezzamento, che comprende anche un pezzo di bosco oltre la recinzione, per stare in pace, con me stessa e con la natura, e questa casetta mi basta e avanza. È il mio pianeta.
   – Non vedo allora cosa io ci stia a fare qui.
   – Alzati e andiamo fuori dal patio che te lo spiego.
Uscirono all’aperto e andarono dietro alla casa, il lato dal quale si poteva ammirare un dolce declivio che terminava in quel boschetto di olmi.
   – Vedi quanto spazio?
   – Beh, sì, è tanto.
   – Tutto questo verde, questa terra, si potrebbe fare qualcosa di diverso da un prato all’inglese, o delle macchie di fiori. Si potrebbe fare qualcosa di utile.
   – Ah, ora finalmente ho capito cosa ti serve. Io dovrei essere il tuo giardiniere, curare il prato, disegnare aiuole, piantare e curare alberi…
   – Sbagli di nuovo. Vic, tu sarai il mio cuoco.
   – Giudice…ehm, volevo dire Myriam, sei pazza?
   – Forse sì, per colpa tua. Ti prenderai un pezzo di terra dietro alla casa, e lì tirerai su le piante che ti servono, e magari ci potrai tenere quegli uccelli che non volano. Qui sei al sicuro, nessuno ti può scoprire, e per motivi di sicurezza la zona sopra la mia proprietà non può essere sorvolata.
   – Impossibile. Anche se, per ipotesi, e con questo non voglio dire che accetti di farlo, mi mancano tutte le attrezzature, e di sicuro se andassi in giro per comprarle verrei segnalato. Mi tengono gli occhi addosso, dovresti saperlo.
  – Ah, uomo di poca fede, le tue attrezzature sono tutte qui, nel piano interrato. Erano state sequestrate e io ne ho certificato la distruzione, poi ho fatto trasportare la roba qui classificando il tutto come oggetti di studio forense. Quegli idioti del tribunale non sanno fare due più due.
   – Myriam, dimmi, allora dev’essere assai piaciuta quella zuppa che ti ho fatto assaggiare.
   – Zuppa, oggi so cosa significa veramente, e no, in verità non era un granché, però ho intuito le tue potenzialità, ho compreso che il limite era derivante dalla ristrettezza di mezzi. Con me invece potresti provare, crescere, migliorare, stupirmi, diventare un… come di dice?
   – Uno chef.
   – Ecco, quello. Allora Vic, ci stai?
   – Ti confesso che quando mi sono alzato stamane già sapevo che il giorno mi avrebbe portato qualche novità, ma una sorpresa come questa era assolutamente impensabile. Mi stai chiedendo di agire illegalmente, ed essendo recidivo non avrei nessuna possibilità di ottenere clemenza se mi beccassero.
   – Se ci beccassero, Vic, e con me sarebbero spietati. Rischio più io di te, io rischio tutto questo, gli agi, la reputazione, la mia vita in società, e neppure la famiglia sarebbe in grado di salvarmi.
   – Quindi saremmo due criminali.
   – Preferirei pensare a due spiriti liberi che hanno deciso di andare a vedere cosa c’è dietro a un orizzonte artificiale, a loro rischio e pericolo, come sempre capita agli esploratori.
   – Va bene, Myriam, sarò il tuo chef, dimmi solamente dove hai sistemato le attrezzature, così controllo che ci sia tutto.
   – Ah, bene, sono felice che tu abbia accettato.
   – Ma se mi fossi rifiutato?
   – Avrei fatto sparire tutto e tu saresti stato rispedito a un altro tutore, per sicurezza e per reciproca tranquillità. Però mi avresti deluso. Adesso vai pure a vedere i tuoi giocattoli. Entra dalla porta del patio, troverai una scala alla tua sinistra che porta al piano interrato. È tutto lì.
   – Volo.
Myriam Dessalier lo fissò mentre Vincente si incamminava verso il patio, finché egli sparì dietro l’angolo. Solamente in quel momento si concesse una risatina di compiacimento. Era fatta, avrebbe finalmente avuto un motivo per tornare a casa, una vera casa, non solamente una tana dove rifugiarsi, bensì un luogo dove apprezzare qualcosa di genuino, magari in compagnia di una persona che ha la stessa indole, per condividere il piacere di stupirsi della vita, anche se quella ha bisogno di sacrificare altre vite per sorreggersi.
Ripensò a Vic, alla sua prima impressione durante il processo, a come avevano duellato, sempre correttamente, al massimo delle loro abilità, alla sentenza scandalosa, e all’opinione della gente riguardo alla sua decisione di portarsi in casa una persona che per tutti era colpevole. Avrebbero sicuramente malignato, e avrebbero fatto bene, anche rimanendo ignari del loro accordo.
Vic non era malaccio, era un tipo strano ma simpatico, e sembrava abbastanza in forma per la sua età. Del resto anche lei, pur essendo arrivata quasi alla cinquantina, si permetteva di far girare la testa a più di qualche persona, uomini o donne era uguale, quando girava per i corridoi del tribunale. Non le mancavano gli ammiratori, ma in genere si trattava di giovani specializzandi ben consci del fatto che al giudice Dessalier non si poteva dir di no, oppure di supervisori di sezione che esageravano con la loro fastidiosa gigioneria.
Vic invece aveva uno spessore umano che mancava a tutti quei cartonati della buona società, e lei ne era rimasta affascinata quasi da subito. Lui sarebbe stato il suo cuoco per dieci anni, ma in dieci anni molte cose possono succedere. Intanto lei se lo sarebbe portato a letto, e poi si vedrà.

 

Fine (finalmente…)

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