Il processo – Terza puntata

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Il processo – Prima puntata

Il processo – Seconda puntata

 

Dopo qualche secondo di assoluto silenzio si udì un tonfo a lato della sala. Il giudice Dessalier fu la prima a riprendersi e urlò verso il suo device personale.
    – Servizio medico nell’aula C. Fate presto, una persona si è sentita male ed è svenuta!
Nella postazione degli addetti del tribunale un uomo si era accasciato sulla scrivania, e il suo collega lo guardava inebetito, incapace persino di chiamare aiuto.
Intanto che aspettavano i soccorsi Myriam Dessalier lanciò uno sguardo furente verso l’imputato. Probabilmente anche lei era diventata pallida, ma poi l’ira aveva incendiato il suo volto dalle fattezze algide.
    – Signor Kos! Questa è un’ammonizione formale. Non tenti più di turbare l’ordine di quest’aula con delle frasi scioccanti.
Poi si volse idealmente verso tutte le parti impegnate nel processo.
    – L’udienza è sospesa. Verrete informati quanto prima della nuova convocazione. L’imputato può ritornare nella sua residenza di custodia.
E spense tutti i device.
Occorsero due giorni al giudice Dessalier per studiare bene il dossier di quel processo che aveva preso quella piega imprevista e drammatica. Più leggeva e più intravedeva dei profili di reato che erano tanto assodati quanto difficilmente classificabili, perciò mise sotto pressione i suoi esperti affinché cercassero di individuare tutte le eventuali scappatoie che l’imputato avrebbe potuto utilizzare, non senza aver prima dimostrato loro tutto il suo disappunto per non essere stata preventivamente informata sulle implicazioni etiche connesse al procedimento in corso. Dopodiché poterono essere convocate le parti.
Alla ripresa del processo, non molto era cambiato nell’aula. Il giudice Myriam Dessalier e l’imputato Vincente Kos si fronteggiavano, entrambi seduti alle loro rispettive postazioni multimediali, mentre alla postazione ausiliaria ora stavano due persone diverse, scelte tra quelle che avevano uno stomaco forte e una psiche abbastanza salda, e c’erano, evento più unico che raro per quella levatura di processi, anche sei persone nella zona riservata al pubblico.
Il giudice ne concluse che quell’ultima frase scioccante dell’imputato aveva attraversato le pareti di quell’aula ed era giunta all’orecchio di qualche curioso, giornalisti forse.
    – L’udienza riprende, l’imputato è in aula?
Si sapeva che era in aula, era la prima cosa che aveva controllato appena entrata, ma quella era la formula. Anche se le bizzarrie non erano mancate, lei era ben decisa a mantenere il suo processo entro i confini del diritto e lungo la strada della consuetudine.
    – L’imputato si alzi, per favore. Signor Kos, lei intende avvalersi del diritto di essere presente in aula, per rispondere direttamente alle domande che le verranno poste?
    – Certamente, signor Giudice.
    – Bene, allora procediamo senza altri indugi. Come da accordi con il suo collegio di esperti, lei eviterà di esporre i fatti in maniera colorita e spettacolare, e invece ne darà un resoconto asciutto e privo di implicazioni sottintese.
    – Non tema, signor Giudice, da me avrà solamente risposte franche.
    – Signor Kos, lei non deve preoccuparsi per me, io non ho nulla da temere. Forse non se ne rende conto, ma è lei che deve temere qualcosa, soprattutto la mia reazione se solamente avessi il minimo sentore di qualche suo tentativo di nascondermi qualcosa.
    – Siamo perfettamente d’accordo allora.
D’accordo? Cosa significano quelle parole? Il procedimento non era nemmeno iniziato che già Myriam Dessalier veniva presa in contropiede. Era assurdo che corpo giudicante e imputato fossero d’accordo, salvo che nel riconoscersi a vicenda nei loro ruoli e nel sottostare alle norme procedurali. Invece con quella frase sembrava che il giudice Dessalier fosse scesa a una sorta di patteggiamento con l’imputato, che le fosse stato graziosamente concesso di proseguire nella sua azione giudicante, sminuendo le sue prerogative, nonché l’autorità stessa del tribunale. Bisognava rimediare subito, e la maniera migliore era partire all’attacco con qualcosa di forte in grado di cancellare l’effetto delle sibilline parole dell’imputato.
    – Signor Kos, le viene contestato il maltrattamento di animali, un capo d’accusa che si sposa col precedente, ossia l’aver trasgredito alle fondamentali norme etiche di questa società. Ha qualcosa da eccepire in merito?
    – No, salvo il fatto che questa accusa è legata a doppio filo con quelle che sono state già esaminate e quelle che sentiremo più avanti.
    – In che senso?
    – Nel senso che il suddetto maltrattamento non sarebbe potuto avvenire senza che io avessi utilizzato le mie competenze per idearlo, e senza che avessi fatto un uso improprio di apparecchiature standard per attivare un evento localizzato di combustione, e il tutto si lega al materiale storico di mia proprietà, materiale di nessun valore economico ma di enorme valore sentimentale, anche se, ne convengo, legalmente il suo posto sarebbe in qualche cassa del polveroso magazzino di un museo. In poche parole, se venissi dichiarato colpevole per questo reato lo sarei a cascata per tutti gli altri, e questo procedimento si potrebbe benissimo chiudere qui.
    – Con la sua condanna, signor Kos.
    – Con la mia condanna, signor Giudice. Proprio per questo motivo spero che vorrà perdonarmi se sarò particolarmente meticoloso nel descrivere le mie presunte attività illegali, anche a costo di apparire oltremodo pedante.
    – E allora sentiamo cos’ha da dire al riguardo. Lei ammette i maltrattamenti di animali?
    – Signor Giudice, lei saprebbe dirmi quali animali avrei maltrattato?
Myriam Dessalier scorse il dossier e giunse all’elenco riguardante i maltrattamenti. Era abbastanza lungo.
    – Qui leggo che sono stati rilevati animali vivi e i resti di animali morti, vari animali, e non voglio nemmeno immaginare cosa lei ha fatto o aveva intenzione di fare a quelle povere bestie.
    – Mi perdoni, la mia domanda è un’altra, signor Giudice. Ciò che vorrei sapere è se gli investigatori e gli esperti dell’accusa hanno specificato esattamente il nome degli animali, com’era nei loro compiti.
    – Uhm, no, qui vengono indicati la classificazione, l’aspetto esteriore e il numero, ma non la determinazione. Non vedo come questo dettaglio possa alleggerire la sua posizione.
    – Ebbene, io non avrei mai potuto maltrattare un animale selvaggio. Oltre a essere un obiettivo irraggiungibile, avrei commesso un reato punibile in tutto il pianeta per aver alterato lo stato biologico di una zona protetta. Nemmeno però avrei cuore di maltrattare un animale da compagnia, né grande e né piccolo, il loro status affettivo è tale che proverei lo stesso orrore se usassi violenza contro un essere umano.
    – Quindi signor Kos?
Il giudice non capiva dove l’imputato volesse andare a parare. L’elenco diceva animali, li descriveva bene, uno per uno, e lui, già in sede investigativa, aveva ammesso i maltrattamenti. Se ora li avesse negati si sarebbe garantito un altro reato sul suo capo, e la temibile ira di Myriam Dessalier.
L’imputato guardò bene in faccia il giudice prima di sparare il suo unico colpo a disposizione.
    – Signor Giudice, sull’elenco non ci sono i nomi perché quei nomi non esistono.
    – Come, come, ma cosa sta dicendo, è forse pazzo?
    – No, signor Giudice, non sono pazzo, sono un valente biogenetista, e avvalendomi delle mie competenze e di alcune semplici attrezzature da laboratorio ho dato vita ad animali non compresi nell’attuale tassonomia.
    – Quindi si tratterebbe di animali il cui genoma è di proprietà dell’azienda dove lei prestava servizio? Vede che tutto sommato la denuncia di abuso di brevetto ha dei fondamenti…
    – Si tratta di un laboratorio che ho sistemato nella mia proprietà, con attrezzature dismesse in quanto obsolete, e regolarmente acquistate. Sono tutte perfettamente funzionanti, ma non hanno la produttività di quelle attuali, però essendo io l’unico fruitore di ciò che viene realizzato la cosa ha poca importanza.
     – Quindi lei ha inventato degli animali?
    – Direi piuttosto reinventato, in quanto fanno riferimento ad antiche forme di vita non assimilabili all’animale selvaggio e quello da compagnia, e che perciò sono da considerarsi estinte.
    – Mi dica, signor Kos, perché avrebbe deciso di farlo, per una sfida alla legge?
    – Se mai avessi pensato di sfidare qualcuno o qualcosa non sarebbe stata di certo la legge, anche perché la legge si occupa di proteggere gli animali esistenti e registrati. Diciamo piuttosto che io sono stato sfidato.
    – Quindi lei ha un complice in tutta questa storia, è già immagino il suo teorema, quello che la responsabilità ultima è di altri, e che lei è stato solo un mero esecutore. Signor Kos, la avviso subito che questa tattica, con me, non funziona.
L’imputato assunse un’espressione sardonica, la stessa di chi sa che sta per calare una mano vincente quando tutti lo danno per spacciato.
    – Spiacente di deluderla, lo sfidante non è una persona, cioè lo fu un tempo, ma oggi ha preso le sembianze di un libro.
    – Un libro? Lei intende uno di quei mazzi rilegati di fogli di carta? Mi risulta che nessuno usi più quei primitivi metodi di comunicazione. Andavano in voga secoli addietro, ma ora sono stati tutti sostituiti dai visori interattivi. E nemmeno per arredamento si possono più tenere, in quanto quei reperti devono stare…
    – In un museo, ne sono consapevole, signor Giudice, ma la tentazione di praticare quell’antica pratica di toccare le parole sulla carta mi ha soggiogato. Prima o poi l’avrei consegnato, lo giuro, lo tenevo come una reliquia, però quando ho iniziato a leggerlo ho scoperto dei concetti che mi hanno fatto intravedere un mondo diverso dall’attuale.
    – Capisco, signor Kos, si tratta forse di un libro di filosofia, di sociologia, di…
    – Era un ricettario.
    – Un… che cosa? Qui non trovo corrispondenza in continentale…
    – Sono istruzioni, signor Giudice, un manuale di istruzioni su come preparare il cibo partendo da materie prime complesse, essenzialmente vive.
    – Badi come parla, l’ho già avvertita che non tollererò un linguaggio scioccante, e con quest’ultima affermazione lei ha superato il limite.
    – Mi scusi, tenterò di essere più delicato possibile, ma certi aspetti tecnici vanno precisati, anche se al profano potrebbero apparire scabrosi. In fondo la terminologia medica non è meno cruda, eppure tutti noi ci affidiamo ai chirurghi senza troppo scandalizzarci.
    – Il paragone è tirato per i capelli, signor Kos, la richiamo al contegno.
    – Ciò che intendevo dire è che nei secoli passati non esistevano le tecnologie per costruire il cibo. Personalmente posso vantarmi di aver creato una famosa collana di snack salati che, ne sono certo, anche lei avrà apprezzato a qualche festa.
    – La mia mansione mi tiene abbastanza occupata e non mi consente di condurre una vita mondana, perciò potrei non essere colpita dalla sua bravura. Non cerchi di divagare.
    – Mi scusi, non intendevo essere impertinente. La mia intenzione era quella di far notare quanto siano simili alla partenza uno snack salato, un frullato, un bicchiere di latte, e un panino dolce. La base organica, la materia prima, i mattoni, sono sempre quelli, e i biogenetisti sono gli architetti che con quelli edificano strutture sempre nuove e gradevoli.
    – Non vedo dove sta il problema.
    – Infatti di problemi non ce ne sono, la materia prima costa pochissimo, pesa poco sull’ambiente, si presta a infinite variazioni e ne è controllata la salubrità. Ma un tempo per alimentarsi ci si doveva arrangiare con quel che c’era, perciò, tranne che per l’acqua e alcuni sali minerali, non restava altro che utilizzare degli esseri viventi.
    – Attento signor Kos, ora lei sta camminando, per usare un’antica definizione, sul filo del rasoio.
    – Ne sono ben consapevole.
Il giudice e l’imputato si fissarono per un po’, apprezzando l’improvviso silenzio che era sceso nell’aula. Il personale ausiliario non fiatava, del resto non lo faceva mai, e i pochi spettatori avevano smesso di smanettare sui loro device e ora attendevano il seguito di quel duello, che poteva sfociare nell’esplosione di collera del giudice, come invece nella completa confessione dell’imputato. Invece arrivò loro una puntura di spillo, piccola ma sufficiente a far sgonfiare il pallone dell’accusa. Se Vincente Kos fosse stato uno snob che pratica l’antica arte del duello, avrebbe sicuramente scelto il fioretto.
    – Ebbene, voglio ritornare sull’aggettivo consapevole. Noi ci siamo soffermati troppo sugli animali, ma per esseri viventi in grado di essere una fonte alimentare noi non dobbiamo dimenticare i vegetali. Un tempo l’uomo si cibava anche di foglie, frutti, radici, e per farlo doveva sacrificare la vita delle piante che utilizzava, talvolta in parte e talvolta del tutto. Non possiamo negare che una pianta sia un essere vivente, e quindi ucciderlo, o ucciderla, per nutrirsene potrebbe sembrare una crudeltà. Al mondo d’oggi tutti i cibi definiti “vegetali” sono frutto anch’essi della biogenetica, pertanto io qui sono costretto a confessare di aver generato e fatto crescere delle piante che poi ho ucciso e mangiato.
    – Ma lei è allora è una bestia! Se ne avessi il potere la manderei di filato a tentare di sopravvivere in un’area protetta, subito, adesso.
    – Mi perdoni, signor Giudice, non è che mangiassi le piante così, come fanno le bestie selvagge, le raccoglievo con metodo e le cucinavo.
   – Si spieghi meglio.
   – Utilizzavo quella famosa fonte di calore per renderle più commestibili e digeribili, valutandone il sapore e l’impatto nutrizionale. Intendo dichiarare che nessuno di quei vegetali da me preparati ha un apporto nutrizionale equilibrato, come invece lo possiedono i cibi attuali, però ci sono aspetti che vanno oltre alla semplice assimilazione digestiva.
    – Non vedo quali, dato che sono sicuramente alimenti sporchi all’origine, non perfettamente salubri e di sapore non prevedibile.
    – Lei avrebbe perfettamente ragione signor Giudice, l’avrebbe se non si fosse mai soffermata a godere della soddisfazione di veder crescere una pianta da un seme e non da una provetta elettronica, se avesse potuto toccarla, accarezzarla, curarla, e alla fine coglierla e trasformarla in un piatto abbastanza saporito.
    – Ah, signor Kos, mi risparmi certe romanticherie. Lei qui ha confessato di aver utilizzato delle piante per mangiarle, ammettendo così di averle uccise.
    – Esatto, ma ho ucciso un essere consapevole di vivere? E quando un’azienda rimuove della vegetazione per far posto a una struttura antropica, e ce ne sono di esempi, perché non penso che questo edificio sia stato edificato sulla sabbia sterile, non uccide anch’essa? L’azienda uccide per un freddo ritorno economico, è morte pura, io uccido per la vita, la mia, ma è pur sempre vita.
Il giudice Dessalier restò in silenzio, si isolò nelle sue riflessioni e ignorò del tutto le osservazioni dei suoi esperti. Quello strano tipo aveva delle teorie ancora più strane, ma non prive di una base logica. Occorreva controbattere.
    – Touché, signor Kos, devo ammettere che noi non si tratti le piante come trattiamo gli animali, in quanto è stabilito che esse non sono consapevoli, ma appunto lei è accusato di maltrattamento di animali, e il tirare in ballo tutto quel verde mi sembra un disperato tentativo di gettare fumo negli occhi. La pregherei di restare nel campo di accusa.
    – Grazie, ora arrivo anche agli animali.
Il giudice avrebbe fatto meglio a sentire cosa tentavano di dirle i suoi esperti. L’imputato si stava dimostrando uno squalo, mentre lei stava avventurando in acque profonde, e in quel mare forse non sapeva nuotare.
    – Era ora, signor Kos, a quanto vedo qui lei è accusato di aver tenuto degli animali per uno scopo che definire immorale è ancora poco, e il solo pensiero di come lei l’abbia fatto mi dà il voltastomaco.
    – Ne è certa, signor Giudice?
    – Ovviamente. Non pretenderà mica che si possa restare insensibili dinnanzi a tale nefandezza?
    – Mi scusi, intendevo dire se è certa di sapere come ho agito.
    – Per carità, non voglio assolutamente conoscere i dettagli, se vuole dare scandalo lo faccia fuori da qui. I miei esperti sono già al corrente di quello che c’è da sapere e mi forniranno tutte le informazioni di cui ho bisogno.
   – Signor Giudice, sappia che io non intendo riferire altrove nessun particolare di questa vicenda, giacché questa sarà, per me, l’unica sede nella quale verranno trattati questi argomenti. Ho troppo rispetto per la sua figura e la funzione che rappresenta. Comunque non tema, i dettagli le saranno risparmiati.
    – Meglio così, meglio per lei. Prosegua, signor Kos.
    – Ebbene, come già si sarà capito, le mie competenze mi hanno consentito di dare vita a esseri viventi che apparterrebbero al regno animale, e l’ho fatto basandomi sulle istruzioni di quel ricettario e sulle informazioni biostoriche di dominio pubblico, anche se quasi del tutto ignorate.
    – Signor Kos, lei sa bene che la legge impone il rispetto di ogni essere vivente del regno animale, con l’esclusione degli invertebrati, anche se quell’essere è stato da lei inventato.
    – Lo so, ed è appunto per questo motivo che ho voluto specificare che apparterrebbero, perché, in realtà, non vi appartengono.
    – Ah, bene, benissimo, questa dovevo ancora sentirla! Quindi se non sono animali, e non sono indubbiamente vegetali, cosa sono, dei funghi, dei batteri?
    – Non saprei, immagino che non esista in biologia un gruppo tassonomico per definirli.
    – Ma lei, chi crede di essere per fare tali affermazioni?
    – Sono un biogenetista, uno dei migliori, signor Giudice, e ho dato vita a degli esseri che hanno una struttura animale, ma che non possiedono in loro il concetto di vita, non ne sono consapevoli, sono, in buona sostanza, delle piante di carne.
Myriam Dessalier non era sciocca, comprese immediatamente dove voleva arrivare l’imputato, e con dolore si stupì che fosse stata proprio lei a spianargli la strada. Ormai non poteva più tirarsi indietro, anche se era sotto scacco. Si ripromise di fare più attenzione, in quanto le prossime mosse sarebbero state decisive. Si doveva assolutamente stornare il focus da quell’immagine di un vegetale che si muove come un animale.
    – E quindi, signor Kos, che ne ha fatto di questi suoi animali così speciali?
    – Beh, ho supposto, forse sbagliando, che se la società trova accettabile che un vegetale perda la vita, basandosi sull’assunto che non possiede sufficiente consapevolezza, lo stesso si sarebbe potuto fare con uno dei miei esseri viventi, altrettanto inconsapevoli. In fondo è stato sufficiente inibire lo sviluppo di certe aree cerebrali…
    – Ho capito, ho capito, può farlo. Comunque resta il fatto che lei, faccio persino fatica a dirlo, poi ha ucciso quegli animali.
    – Non l’ho fatto, signor Giudice.

Continua…

 

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