A scuola sono stato sempre uno studente modello, per la precisione il modello MSMR, ossia Minimo Sforzo Massimo Rendimento. Non è che fossi particolarmente svogliato, però non riuscivo a trovare soddisfazione nello stare ore e ore sui libri solamente per ottenere il massimo dei voti. Ho partecipato a scioperi e occupazioni, ho preferito passare più di qualche mattinata in osteria invece che in classe, mi sono sempre sistemato nell’ultima fila, non mi ha mai interessato fare una buona impressione con chicchessia, eleganza e compostezza non erano pane per i miei denti, senza contare che si studiava sempre in “zona Cesarini”, cioè l’ultimo momento utile prima di un esame orale o scritto. Ricordo che tempo fa, in un piccolo gruppo eterogeneo di persone si chiacchierava circa la formazione scolastica di ognuno di noi; quando chiesero a me cos’avessi studiato, risposi: il meno possibile.
Eppure, a dispetto di tutto, riuscii a ottenere il diploma in un istituto tecnico, e pure con una valutazione ragguardevole. Per soprammercato, a fine corso un dirigente scolastico fece in modo di farmi avere un tavolo da disegno che stava facendo polvere in magazzino.. Non so come, ma era venuto a sapere che a casa realizzavo dei disegni tecnici, a pagamento s’intende, per altri studenti, e non solo per quelli della mia classe, perciò ne dedusse che un simile talento, seppure non propriamente commendevole, andasse coltivato. In quell’occasione mi confermò quanto avevo già intuito dalle valutazioni finali, ossia che mi si consigliava di proseguire gli studi in campo ingegneristico, cosa che evitai di fare, cosciente della mia poca disciplina. In quelle facoltà c’è poco da fare i furbi, o si sgobba o si resta indietro, drammaticamente indietro. Diciamo che il paese ha avuto un ingegnere in meno, ma nessuno ne ha sentito la mancanza, però ha avuto un rompiscatole in più, e ne avrebbe fatto volentieri a meno. Comunque per decenni la mia professione si è sempre svolta in ambito tecnico, anzi sarebbe meglio dire in “vari” ambiti tecnici, molto diversi fra loro, e in buona sostanza è come se avessi seguito un prolungato corso universitario, in quanto ogni volta mi toccava apprendere le particolari problematiche di quello specifico settore. Non si pensi che io sia una sorta di genio, tutt’altro, diciamo che oltre a raccattare un bagaglio di istruzioni specifiche, presto superate dal progresso, a scuola avevo imparato a imparare. A tutto ciò andrebbero aggiunti anche due miei difetti peculiari, il primo è la temerarietà, quella che mi spinge a nuove sfide, non per superare gli altri ma per superare me stesso, e poi ci sarebbe una certa forma di ostinazione nella ricerca di soluzioni alternative allo standard, come dire, se una cosa è sempre stata fatta quadrata io mi romperò la testa per dimostrare che si può farla anche tonda.
Confesso che non sempre sono riuscito nel mio intento, e inoltre in questo percorso accidentato mi sono fatto un bel plotone di nemici, nonché ho dato anch’io un bel contributo al fatturato dei produttori di Maalox. Va da sé che fossero inevitabili i contatti professionali con degli ingegneri, quelli veri intendo, e lì mi sono fatto alcune opinioni in merito alla loro formazione e al modo di applicarla.
Fermo restando il mio rispetto per la superiore preparazione universitaria, e di conseguenza per le loro competenze teoriche, talvolta mi sono trovato in difficoltà quando si trattava di mettere in pratica alcune soluzioni tecniche che ideavano. Avendo sempre lavorato nel privato, in aziende relativamente piccole, la fattibilità, i costi, i tempi e la funzionalità erano i quattro punti cardinali di ogni prodotto o servizio, mentre a più di qualche ingegnere invece sembrava che fossero del tutto secondari, sottoposti al giogo di un calcolo precisissimo e validabile. Pur ammettendo la loro buona fede, essi non riuscivano a comprendere che ogni soluzione tecnologica è frutto di un compromesso, che non sarà mai ottimale, e che a guardarla troppo da vicino per definire anche il minimo dettaglio si rischia di perdere la visione generale, di comprenderne il senso e gli scopi, e persino di incorrere in errori madornali. Non voglio qui dire che sarebbe meglio fare le cose “alla carlona”, però sarebbe utile fidarsi un po’ di più dell’esperienza, dell’intuizione, delle sensazioni giusto/sbagliato che si provano a fronte ai numeri restituiti da una calcolatrice elettronica. Io posso dirlo a ragion veduta, in quanto ho memoria di almeno un paio di “sfondoni” ingegneristici che ho messo in luce prima che facessero i loro danni, e sto parlando di studi condotti da dei team di laureati.
Non vado in cerca di complimenti, di errori se ne commettono sempre, tanto più quando, come nel mio caso, si è afflitti da una preparazione non propriamente solida e da una tendenza a distrarsi; solamente chi non fa non falla.
Devo aggiungere una precisazione, più che altro il frutto di anni e anni di collaborazione con ingegneri di ogni sorta. Ne ho incontrati di validissimi, la cui competenza, per quanto potevo giudicare io, era fuori discussione, e altri invece che non offrivano la sicurezza di processo progettuale inoppugnabile. Per inciso, quelli della prima categoria tendevano a esprimersi in maniera comprensibile anche ai tecnici non laureati (e persino agli operai), mentre i secondi avevano spesso un atteggiamento quasi esoterico, blindati dietro le muraglie di dati che ergevano a difesa delle loro posizioni. Si sa che sono una persona curiosa, a tratti persino sfacciata, così riuscivo a ottenere da loro qualche informazione personale che esulava dall’ambito lavorativo e ho dovuto constatare che alcune differenze avevano una radice comune, ossia la preparazione preuniversitaria.
In buona sostanza, i primi avevano frequentato un istituto tecnico, mentre i secondi avevano seguito un percorso diverso, in genere liceale. Badate bene che sto parlando degli istituti tecnici di qualche decennio fa, forse più duri e selettivi di quelli attuali, e immagino che anche i licei abbiano negli anni smussato parte delle loro asperità. Comunque il punto non sta nella maggiore o minore gravosità dei programmi formativi, bensì nella loro adeguatezza all’ambiente tecnico.
Vi faccio un esempio. Nel mio istituto tecnico, fin dal biennio, erano previste delle lezioni di fisica, chimica, metallurgia e altre materie inerenti a una formazione in ambito tecnico. Dopo la teoria, si andava nei laboratori, si provava, si falliva, si riprovava e si imparava, quello era il procedimento standard. Mio figlio ha fatto il liceo scientifico (con risultati di gran lunga più brillanti dei miei), ma per tutto il corso di studi di chimica non ha mai toccato un Bunsen, una provetta, una storta, è stato un corso di chimica tutto sulla carta, perciò mi permetto di dubitare che sappia riconoscere una sostanza chimica dall’odore, dal colore, dal fumo che produce o dal colore della fiamma, il che per un tecnico non dico che sia fondamentale, però aiuta.
Vi starete chiedendo dove stia il problema, cioè perché tutta questa faccenda dovrebbe preoccuparci, e io sono qui proprio per questo, per rovinarvi la giornata, giacché il problema magari adesso non c’è, ma il problema si presenterà domani.
Iniziamo col dire che la nuova riforma scolastica partorita da questo governo di inetti è metafascista. Per coloro che non sanno o fanno finta di non sapere vorrei sottolineare uno degli aspetti fondamentali del fascismo (oltre alla violenza, al razzismo, al militarismo, al totalitarismo, al nazionalismo, ecc.), ossia la struttura castale della società, non molto differente da quella indiana.
Che le si chiami, con un termine più moderno, “corporazioni”, rimangono sempre delle aree chiuse e riservate a determinate classi sociali, caste all’interno delle quali si può anche eccellere, ma dalle quali è praticamente impossibile evadere (se non verso il basso). In buona sostanza, la dignità umana e la libertà di vivere liberamente vengono represse e sostituite dall’orgoglio corporativo, e ognuna di queste caste ha i suoi privilegi, riservatissimi e sempre maggiori man mano che si sale verso il vertice. La truffa sta nel convincere anche l’infimo componente della classe più povera che lui sta comunque partecipando alla grandezza dello Stato, e di ciò dovrebbe sentirsi abbondantemente appagato.
In questa struttura gerarchica anche la scuola ha la sua funzione, riservando le possibilità migliori a chi parte già avvantaggiato da una posizione castale elevata. In fondo si tratta di mantenere la presa politica sulle classi sociali dominanti, una fedeltà comprata, barattando i diritti di tutti con i privilegi di pochi.
Già oggi l’ascensore sociale è parzialmente bloccato, riducendo a uno su quattro i figli di non laureati che riescono a raggiungere quell’ambito traguardo, mentre 25 anni fa erano quasi tre su quattro. Direi che è un bel passo indietro, ma quest’ultima riforma castale della scuola promette di tagliare anche i cavi di quell’ascensore. Le conseguenze a breve termine sono facilmente prevedibili: calo del numero totale di laureati, difficoltà delle aziende nel reperimento di personale con conoscenze avanzate, stasi della ricerca, declino generale del paese.
Quelli che prevedono di non disporre delle possibilità economiche necessarie a seguire un corso di laurea potranno frequentare un istituto tecnico, ma proprio qui sta un altro tranello pensato per allargare ulteriormente la forbice socioeconomica della popolazione.
Un tempo si riceveva un’infarinatura preliminare su varie materie scientifiche, delle basi comuni di conoscenza sulle quali si sarebbero appoggiate poi altre materie specifiche. Se lo scopo principale era quello di portare allo stesso livello di preparazione tutti gli studenti, si poteva aggiungere il vantaggio per ognuno di loro di prendere contatto con vari ambienti tecnologici, permettendo di scegliere l’indirizzo specialistico verso il quale si sentivano portati.
Il riproposto sistema castale prevede invece una sorta di nuova scuola di avviamento, poiché già dal primo anno va fatta una scelta irreversibile, ossia non si potrà passare da un indirizzo a un altro, e qualora si volesse veramente farlo bisognerebbe ripartire dal VIA. Non so voi, ma appena finite le medie io avevo le idee ben poco chiare, e così suppongo sia ancora oggi per chi ha la mia stessa età di allora.
Lo scopo, secondo i metafascisti al governo, sarebbe quello di preparare meglio gli studenti per l’ingresso nel mondo di lavoro, nella società di “Utilopoli”, impegnandoli due anni in più nell’ambito specialistico che hanno scelto. Pia illusione o presa per i fondelli?
Uno, sappiamo benissimo che non sempre gli insegnanti sono aggiornatissimi. Due, negli istituti tecnici le attrezzature sono spesso carenti in numero e quantità. Tre, i programmi di insegnamento sono abbastanza rigidi, redatti sulle scrivanie di un ministero lontano dalla realtà. Il risultato sarà una massa di tecnici che conosce “solamente” ciò che gli è stato insegnato, ma che non è in possesso degli strumenti base per imparare, strumenti tanto più importanti in considerazione del fatto che nel frattempo le tecnologie sono andate avanti anni luce rispetto alla scuola, con buona pace delle aziende che si dovranno sobbarcare a loro volta la formazione di aggiornamento. Come dire: molto rumore per nulla.
Va da sé che per questi studenti sarà molto più difficoltoso affrontare un corso di laurea tecnologico, essendo insufficiente una preparazione scientifica e matematica di base. Quindi, missione compiuta, i figli dei poveracci di oggi saranno i poveracci di domani, maestranze facilmente ricattabili e soggette agli incerti del progresso.
Tutto bene invece per gli altri che, dopo il liceo, riusciranno a laurearsi?
No.
Come ho spiegato sopra, l’assenza di un contatto “fisico” con la tecnologia porterà alla presenza di brillanti specialisti che però faticheranno a immaginare le conseguenze reali dei numeri che snoccioleranno, magari potrebbe capitare che si trovino a lavorare per il famigerato UCAS (Ufficio Complicazione Affari Semplici), un ente che affligge spesso anche le migliori strutture organizzative, e comunque non è detto che verranno riconosciuti i loro sforzi, in quanto molte piccole e medie realtà aziendali sono poco propense a rischiare e investire sull’innovazione, preferendo impegnarsi nella riduzione dei costi.
C’è ancora una nefasta conseguenza di questo sistema castale che può ricadere su tutto il paese, ossia il nepotismo sociale che premierà gli ammanicati a scapito dei più meritevoli.
Vediamo come funzionerà tale perverso meccanismo.
I numeri ci dicono che solamente uno studente universitario su quattro proviene da una famiglia di non laureati, perciò gli altri tre, dato il loro status sociale, potrebbero già disporre di agganci utili per l’inserimento lavorativo in una posizione adeguata, persino prestigiosa. In buona sostanza, i posti migliori, quelli che sono più importanti per il progresso tecnologico e scientifico del paese, potrebbero essere “riservati” ai soliti raccomandati, giovani che hanno i loro bei santi in Paradiso. Gli altri, a fronte della chiusura di ogni prospettiva di carriera degna di questo nome, sceglieranno ovviamente di espatriare, oppure si accontenteranno di posizioni declassate rispetto ai loro studi. Nulla mi vieta di pensare che chi ha sempre avuto la vita facilitata da una felice posizione preesistente potrebbe facilmente adagiarsi su quanto gli è stato concesso dalla buona sorte, mentre è possibile che i migliori si possano trovare tra coloro che si son dovuti fare strada da soli con apprezzabile dedizione. Questa ipotesi mi porta a prevedere un calo dei laureati in Italia, il che dovrebbe essere già motivo sufficiente di preoccupazione, e temo che il livello qualitativo potrebbe tendere a valori inaccettabili, dato che quelli più preparati ma non adeguatamente inseriti potrebbero scegliere di lavorare all’estero, buttando al macero tutti i soldi che il paese ha speso per formarli.
Se state pensando che io sia troppo pessimista, andate a dare un’occhiata ai nomi dei personaggi che che vengono posti a capo di strutture pubbliche per le quali è necessaria una preparazione universitaria e vedrete che non raramente sono i figli di, i nipoti di, i cognati di, gli amici di, i sodali di, eccetera. È ovvio che quei raccomandati tendono a non preoccuparsi troppo della qualità del loro lavoro, e nemmeno se quello si sposa con le necessità di progresso del paese. Per quelle zavorre il futuro è una semplice fotocopia del presente, e per mantenere lo status quo è necessario un immobilismo sociale pervasivo, dove anche la scuola ha la sua funzione primaria, e quando il sistema si sgretolerà, perché si sgretolerà, saranno al riparo da ogni inconveniente in quanto tutta la loro opera è finalizzata alla costruzione di comode nicchie di sopravvivenza, tanto il resto del paese continuerà a farsi prendere in giro da canzonette, partite di calcio, talk show, nemici alle porte e promesse mirabolanti.
Auguri.
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