Un treno per la Luna

Un treno per la Luna

La volete conoscere una storia veramente strana? Beh, ora ve la racconto io.
Qualche anno fa lavoravo come inserviente in una casa di riposo, una residenza abbastanza lussuosa, con servizi di prima classe e un vasto parco a disposizione. Non che fosse una struttura esclusiva, comunque la retta che versavano i residenti, o chi per loro, era abbastanza selettiva. Il lavoro non era male, gli ambienti erano confortevoli, pagavano bene e il rapporto tra operatori e ospiti era più che favorevole. Però, e c’è sempre un però, su tutto e tutti incombeva in permanenza una cappa di malinconia, l’atmosfera che sempre si respira nei luoghi dove si attende il peggio, magari facendo finta di niente, magari pure scherzandoci sopra, e ogni parola, ogni gesto, ogni pensiero doveva fare i conti con un impietoso orologio.
Era già da un po’ che lavoravo lì, quando venne assunto un nuovo infermiere, già pratico di strutture per anziani, anche al di fuori dell’ambito prettamente medicale. Aldo, così si chiamava, almeno credo, e finì per diventare assistente di sala, con il compito di verificare che gli ospiti seguissero la dieta più adatta loro e assumessero i medicinali prescritti. Facilmente si instaurò tra loro un rapporto più stretto, e anche non lo si poteva definire amicizia era comunque basato sulla fiducia e sulla comprensione. Ricordo che evitava di suggerire dei passatempi frivoli, non si perdeva in ridicolaggini che accendevano un sorriso destinato quasi subito a spegnersi, anzi a volte condivideva in silenzio la mestizia di qualche ospite depresso, senza però dar mostra di approvarla, il che era già abbastanza in quell’ambiente. Non che fosse una persona triste, tutt’altro, si capiva che la sua figura posata era colma di serenità ed energia, e, seppure in minima parte, riusciva a trasmetterle a chi gli stava accanto.
Ma veniamo al fattaccio.
In primavera iniziò l’installazione sul tetto di un grande impianto fotovoltaico. Per un mese buono ci fu un discreto viavai di persone e attrezzature, il che costituì un gradito diversivo per gli anziani, perlomeno per chi era più curioso. Alla fine dei lavori ci ritrovammo con una gran quantità di imballi di cartone da smaltire, tutti impilati sotto un portico del parco. Come fu e come non fu, venni a sapere che Aldo aveva richiesto all’amministrazione il permesso di utilizzare parte di quei cartoni, con la promessa che avrebbe successivamente provveduto di persona allo smaltimento.
Per una settimana intera lo vidi ronzare attorno agli ospiti, suggerendo chissà che cosa, e alcuni di loro parevano più eccitati di altri e cercavano di coinvolgerli, confabulando, gesticolando, ridacchiando.
Finalmente si seppe cos’avevano in mente Aldo e i suoi anziani complici: con quei cartoni da buttare avrebbero costruito un treno sotto al portico. Il tipo aveva avuto ben modo di conoscere i suoi polli, tra i quali c’erano un capostazione, un ingegnere ferroviario e un operatore capo di movimento, più altri, e altre, che provavano affetto per quel mezzo di trasporto sul quale avevano viaggiato in passato.
Io avevo le mie mansioni, ma un po’ per curiosità e un po’ per il fatto che qualcuno degli ospiti da me seguiti si era appassionato a quell’idea balzana, mi capitava di buttare di tanto in tanto un’occhiata a cosa stavano combinando sotto il portico.
Dapprima costruirono una base con dei bancali di cartone rigido, sui quali si poteva camminare. A occhio stimai che fosse lunga una decina di metri e larga un paio, e ne conclusi che fosse il pavimento di quel fantomatico treno. Poi, sui due lati lunghi alzarono una parete alta un metro, unendo i fogli di cartone con il nastro adesivo e della colla vinilica. Pur lavorando solo un paio di ore al giorno, in capo a una settimana riuscirono a realizzare le fiancate e a fare in modo che rimanessero stabili. Con dei pezzi di cartone più stretti formarono le cornici di quelli che sarebbero stati i finestrini, per poi aggiungere una lunga fascia sopra a quelli fino a raggiungere un’altezza di due metri, valore considerevole se si pensa che molti dei nostri ospiti faticavano persino a rizzarsi in piedi da soli.
Non so cosa pensasse l’amministrazione di tutta quell’attività, probabilmente, essendo a costo zero, se ne fregava, badando solamente a che nessuno si facesse male. Del resto si avvertiva una certa eccitazione, e tutto quel movimento, seppur limitato nel tempo e negli spazi, aveva effetti benefici sul fisico e sul morale, il che, lasciatemelo dire, in una casa di riposo sono eventi assai rari.
Quando, dopo qualche settimana di fatiche, unirono i due fianchi con quello che nella loro immaginazione sarebbe stato il tetto di quel treno ci fu un grande applauso sotto la tettoia, al quale contribuì anche un pubblico di curiosi che, pur non avendo collaborato, si erano un po’ svagati guardando crescere quella bizzarra costruzione.
Un’estremità venne chiusa con una parete di cartone, mentre su quella che doveva rappresentare il la parte anteriore del treno venne incollato una sorta di muso leggermente inclinato, ovviamente dotato di due finestrini. Girando attorno a quella grande scatola scoprii che sul fianco che dava sul parco era stata realizzata una porta di accesso, con tanto di maniglia. Ne dedussi che era pensata per accedere all’interno, anche se non riuscivo a immaginare chi poteva aver voglia di farlo, e per quale motivo poi.
Comunque la storia non era finita lì; ora si trattava di dipingere quell’opera dell’ingegno. Venne proposto il colore isabella, ma Aldo li convinse a scegliere il crema per il tetto e la zona dei finestrini, mentre il resto del fianco sarebbe stato di un bel rosso bordeaux, i colori dei treni destinati a percorrere lunghe distanze. Assurdo.
Non so come si procurò i materiali, però una mattina trovai alcuni ospiti che ci davano sotto col pennello, più sporchi loro delle pareti di cartone che stavano tinteggiando. Per fortuna si trattava di pittura murale ad acqua, comunque ci obbligarono a un surplus di lavaggi dei vestiti e dei pavimenti.
Dopo quella scena decisi di ignorare il seguito della faccenda, anche perché c’era solo da aspettare che il tempo facesse quello che sempre compie in una casa di riposo, lo sfacelo, e mai previsione fu più errata.
Invece di smorzarsi, l’entusiasmo continuava a contagiare alcuni ospiti, facevano capannello, bisbigliavano, ridacchiavano, oltre a dilungarsi in narrazioni che, in apparenza, mantenevano viva l’attenzione degli uditori. Per quanto mi sforzassi di non dare peso ai loro comportamenti, alla fine cedetti alla curiosità e mi avvicinai a una vecchia signora con la quale ero entrato un po’ in confidenza. Confesso che feci fatica a non ridere quando mi raccontò che uscivano di nascosto di notte per salire su quel treno sotto il portico, e che quando arrivava anche Aldo si poteva partire. Il viaggio durava qualche ora, e una volta tornati indietro tutti rientravano soddisfatti nelle loro stanze.
Fin lì la faccenda era abbastanza innocente, perdevano solamente qualche ora di sonno, e forse nemmeno quelle dato che quasi tutte le persone anziane dormono poco di notte. Trovai che sarebbe stato corretto avvertire la Direzione di tale inusuale attività, e mi ripromisi di parlarne con Aldo alla prima occasione. Però la vera chicca di quel colloquio doveva ancora arrivare, ed era la notizia più strabiliante di tutte. Quando le chiesi quale fosse la destinazione di quei viaggi in treno, lei mi rispose candidamente che era la Luna. Usando la massima delicatezza possibile le dissi che non si può andare in treno sulla Luna, e lei di rimando mi diede, con nessuna delicatezza, del cretino. Lo sapeva benissimo che è impensabile andare sulla Luna, si morirebbe per mancanza di ossigeno. Loro si limitavano a girarci attorno ammirando il panorama, e con questo la questione era chiusa.
Lì per lì rinunciai ad approfondire l’argomento, per così dire “lunare”, ma decisi di scoprire cosa diavolo stesse combinando Aldo in giardino. L’unica soluzione percorribile che mi venne in mente fu quella di controllare di persona, così una notte mi appostai nei paraggi del portico e attesi. Era da poco passata l’una quando iniziarono ad arrivare alla spicciolata alcuni ospiti, una decina circa. Entrarono in quel grande scatolone colorato e, prima sorpresa, delle luci si accesero all’interno di quello. Era troppo, perciò mi avvicinai e aprii la porta per buttare uno sguardo all’interno, anche solo per capire se la fonte di illuminazione era sicura in quell’ambiente infiammabile.
La seconda sorpresa fu quella di trovare Aldo all’interno, dietro a quello che doveva rappresentare il frontale del treno, abbigliato con una sorta di divisa da ferroviere. Nonostante il comprensibile disappunto per la mia irruzione, riuscì a nasconderlo dietro a un sorriso e a un cordiale benvenuto. Se io non avevo parole, lui invece mi invitò con tono cordialissimo ad accomodarmi su un posto libero, e solo allora mi accorsi che in due file parallele era stata sistemata una dozzina di poltroncine di resina, ovviamente prelevate dal giardino, e altrettanto ovviamente separate da un corridoio centrale. Devo confessarvi che avevano fatto un bellissimo lavoro anche all’interno, con dei colori tenui e delle tendine che si potevano tirare per coprire i finestrini, questi ultimi realizzati con dei fogli di nylon trasparente bloccato col nastro adesivo su tutto il contorno. Se non fosse stato così illogico lo si sarebbe potuto anche definire carino.
Guardandomi attorno notai che gli ospiti avevano un calice di plastica in mano, dal quale stavano sorseggiando una bevanda che, dalla loro espressione, doveva essere molto gradevole. Aldo si premurò di rassicurarmi sul contenuto di quei calici, giurando che si trattava di una bevanda analcolica non troppo zuccherata. Per fugare ogni dubbio prese una bottiglia di spumante, un calice vuoto e me lo riempì davanti agli occhi fino all’orlo, così che potessi verificare di persona, spiegandomi inoltre che prima della partenza erano usi a fare un brindisi di buon viaggio.
Assaggiai, e cavolo se era buono. Zero alcol, come aveva detto, ma con un sapore fruttato indefinibile e piacevolissimo. Tutti mi stavano osservando, attendevano la mia reazione, perciò alzai il bicchiere alla salute di tutti e mi rilassai sullo schienale della poltroncina. Un generale sospiro di sollievo e qualche risatina accompagnò il mio gesto.
Finalmente venne dato l’annuncio della partenza per la Luna, e Aldo ci anticipò per sommi capi come sarebbe stato il viaggio. Dapprima ci chiese di oscurare i finestrini con le tendine, al fine di evitare ogni possibile nausea alla vista ondeggiante del nostro pianeta che si allontana da noi, e quindi ordinò di allacciare le cinture che ci avrebbero tenuti seduti sulla poltroncina anche in condizione di assenza di gravità. Allungai le mani verso il basso e trovai una larga cintura tessile con una chiusura a scatto del tipo di quelle usate sugli zaini. Non so perché, anzi oggi lo so, ma trovai abbastanza ragionevole quella richiesta, e anzi provvidi a regolarmela sul ventre affinché fosse stretta al punto giusto.
Vennero spente le luci e Aldo annunciò che stavamo per partire, avvertendoci di non preoccuparsi del rumore e delle vibrazioni, come pure della sensazione di pressione sulla schiena, in quanto si trattava di effetti conseguenti all’accelerazione necessaria a prendere velocità sufficiente. Era passato forse un minuto dalle sue parole quando iniziai a percepire un brontolio sordo, come soffocato, e poco dopo una leggera vibrazione si trasmise dalla poltroncina al mio corpo. Aldo continuava a ripeterci di non preoccuparsi, che i rumori e gli scossoni erano normali, anzi li descriveva con dovizia di dettagli, il che sembrava tranquillizzare tutti i presenti, me compreso. Poi, dopo una specie di sibilo prolungato e tremolante, come quello di una pentola a pressione, e un rombo che sembrava arrivare da un punto indefinito alle mie spalle, mi sentii schiacciato sullo schienale della poltroncina. Indubbiamente stavamo partendo.
Non so per quanto tempo durarono quelle sensazioni, potevano essere pochi secondi come pure delle ore, perché il buio, la sorpresa e l’emozione stavano avendo la meglio su ogni pensiero razionale. Quando finalmente tornò il silenzio e le vibrazioni cessarono di scuotere la poltroncina, si attenuò fino a sparire del tutto ogni sensazione di peso. La mia schiena non premeva più sullo schienale, e anzi ebbi la netta sensazione che se mi fossi slacciato la cintura di sicurezza avrei potuto fluttuare all’interno del treno. Fu a quel punto che Aldo riprese a parlare. Ci disse che era finalmente possibile scostare le tendine dei finestrini per ammirare ciò che stava all’esterno, e vi assicuro che era una vista spettacolare. Stelle, stelle e ancora stelle. Non ne ho mai viste tante in vita mia, nemmeno quando mi trovavo a pernottare in alta montagna. Lui spiegò che era inutile provare a riconoscere delle costellazioni note, sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio, però, voltandosi indietro potevamo vedere, prima la fila di destra e poi quella di sinistra, il nostro pianeta che faceva capolino da un bordo del finestrino. Era poco più di una falce, dato che stavamo mantenendo il Sole alle spalle, per non rischiare che quello ci abbagliasse e rovinasse il “panorama”. Quando la Terra divenne abbastanza piccola e sparì, sul bordo opposto del finestrino iniziammo a scorgere la Luna. Tranne la voce di Aldo e qualche occasionale esclamazione di stupore, all’interno di quella che ormai consideravo una capsula spaziale regnava il silenzio, ma non era quello che sempre permeava come una cappa uggiosa le stanze della casa di riposo, era un silenzio percorso dall’elettricità di emozioni forti, quando non ci sono parole e persino il respiro si muove in punta di piedi. Finalmente la sfera grigiastra del nostro satellite riempì lo spazio dei finestrini, e si poté ammirare la Luna come ebbero occasione di fare solamente gli astronauti della NASA, anzi persino meglio. Sui finestrini scorrevano i chiaroscuri nettissimi dei crateri, delle rocce, delle cicatrici millenarie, e tutta la sua superficie butterata talvolta grigiastra come l’ardesia oppure quasi calcinata. Seguendo un ridicolo istinto infantile, cercai con gli occhi di individuare le prove dell’effimera presenza umana che risalivano a decenni prima, aspettandomi di scorgere i resti del LEM, o una bandiera. Mi resi presto conto che era tempo perso e ritornai a godere di quella visione così affascinante pur nella sua desolazione inospitale.
Dopo qualche orbita arrivò il momento di fare ritorno a casa. Aldo ci chiese nuovamente di oscurare i finestrini, giacché al ritorno si sarebbe andati in direzione del Sole, e di verificare lo stato della cintura di sicurezza, operazioni che svolgemmo con la massima solerzia, poi tornarono a presentarsi, seppure in misura attenuata, le stesse vibrazioni e i rumori della partenza. Per tutto il tragitto verso la Terra, egli si raccomandò di mantenere la calma anche se avessimo percepito degli scuotimenti o dei rumori insoliti, spiegando per filo e per segno quanto sarebbe avvenuto al rientro nell’atmosfera terrestre. Sorrisi quando fece riferimento ai rumori insoliti, giacché in quel viaggio nulla poteva essere definito come “solito”. Anche durante il ritorno persi la cognizione del tempo, ricordo solo che dopo un paio di scossoni la cintura di sicurezza iniziò a premere fastidiosamente sul ventre e mi trovai a puntellarmi con le mani sullo schienale della poltroncina di fronte, dopodiché il buio, intendo il buio assoluto, non solo quello all’interno del treno, in quanto mi svegliai ancora seduto che era quasi l’alba, ed ero da solo.
Sbloccai la cintura di sicurezza e uscii da quello scatolone variopinto per andare a cercare Aldo. Avevo un disperato bisogno di risposte, ma non le trovai, anzi a dirla tutta non trovai nemmeno lui. In portineria lo videro andarsene verso le quattro del mattino, e lì nessuno si prese la briga di chiedere lumi, in fondo non competeva loro. Immagino che non vi sorprenderà sapere che non tornò più, e la Direzione, sempre ignara di quanto era accaduto, ricevette una sua lettera di dimissioni immediate per motivi personali. Non lo rividi, né lì e né altrove, ogni ricerca fu inutile, e non so nemmeno se era veramente chi diceva di essere. Quindi si potrebbe pensare che il mistero di quel fantastico viaggio fosse destinato a restare tale, ma per mia sfortuna non fu così.
Ancora scombussolato per quella esperienza e per le conseguenze della mancanza di sonno, nel pomeriggio ebbi un piccolo imprevisto tornando a casa, ossia tamponai una vettura ferma al semaforo. Non fu niente di grave, ordinaria amministrazione si potrebbe dire, ma dato che si trattava di un’automobile a noleggio l’altro guidatore fu costretto a farsi redigere un verbale dalla Polizia Stradale. Mentre soffiavo nell’etilometro mi venne quasi da ridere al pensiero che dopo quel viaggio fino alla Luna senza incidenti non ero riuscito a percorre quei pochi chilometri fino a casa mia. Dopo la lettura dei valori emersi da quel primo esame, mi prelevarono un campione salivare, e con mia grande sorpresa mi portarono subito dopo in ospedale. Lì eseguirono altri esami, dai quali risultò che mi ero “fatto” di varie sostanze stupefacenti, e lì ebbi tutte le risposte che andavo cercando fin dal mattino: quel bastardo mi aveva drogato, ci aveva drogati, e a me aveva sicuramente propinato una dose doppia.
Immagino che in quel cocktail di benvenuto ci fossero, oltre alle onnipresenti benzodiazepine per istupidirci, delle sostanze destinate a generale quelle allucinazioni che lui stesso andava creando nelle nostre menti con le sue descrizioni dettagliate. Riconosco che Aldo aveva una bella voce, profonda, suadente, ma sospetto che sia un illusionista trovatosi, per un accidente o per scopi suoi, a condurre un esperimento sulla nostra pelle, anzi sulla nostra mente.
Fatto sta che persi il lavoro, poiché un inserviente che fa uso di droghe non è una bella pubblicità per un istituto di rango elevato. Non tentai nemmeno di giustificarmi con la Direzione, le mie scuse sarebbero apparse come la conferma di uno stato psicofisico alterato. Aldo, sempre tenuto in ottima considerazione per il buon rapporto che aveva con gli ospiti, se n’era andato, e le confuse parole di quei vecchi rimbambiti non avrebbero potuto provare nulla, forse avrebbero negato tutto, giacché suppongo che in quel, chiamiamolo treno, ognuno di noi aveva avuto un’esperienza diversa. Comunque, anche se per ipotesi io avessi potuto dimostrare quanto vi ho raccontato, la Direzione avrebbe insabbiato tutto, preferendo addossare la colpa a un’unica persona apparentemente poco raccomandabile piuttosto che ammettere che un loro dipendente aveva drogato gli ospiti dell’istituto.
Mi consolo col fatto che io ho viaggiato nello spazio, ho visto la Luna da vicino e, vi prego di credermi, in questi tempi di gretta mediocrità è già una bella soddisfazione.

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