Piaceri e dov’eri

Il blog è una piattaforma aperta alla lettura e alla condivisione, però è inevitabile che come dominus di questo spazio web mi capiti spesso di riportare la mia di esperienza negli argomenti che tratto, una sorta di invadenza più o meno fastidiosa che vi tocca sopportare. Anche se non amo entrare “a gamba tesa” in faccende che solleticano il mio spirito critico, è difficile che mi trattenga dall’esternare un’opinione in maniera abbastanza esaustiva, annoiandovi a morte, e così sarà anche stavolta.
Partiamo dal titolo, solo in apparenza criptico (e non si tratta nemmeno di un refuso), e precisamente dai piaceri, anzi uno in particolare, quello che si prova viaggiando per diletto.
Fino a poco più di un secolo fa erano poche le persone che andavano in giro per il mondo, e se escludiamo le persone benestanti, chi andava per mare, gli emigranti e quelli che partivano per una guerra, i più si limitavano a muoversi da casa verso i luoghi di lavoro e viceversa.
I motivi sono ovvi: vie di comunicazione difficilmente percorribili, mezzi di trasporto lenti, radicamento al territorio, remore culturali e, per ultimi ma non ultimi, dei bilanci familiari dedicati quasi esclusivamente al sostentamento quotidiano.
La comparsa del treno (quanto lo amo) fu il primo grimaldello destinato a scardinare le ferree porte di quelle prigioni geografiche. I giorni di viaggio divennero ore, nuovi orizzonti erano la promessa di un futuro migliore, e niente più pareva irraggiungibile, nemmeno per chi poteva permettersi solamente un modesto biglietto di terza classe.
Fu così che sulla Terra apparve un nuovo essere vivente: il turista.
Da quei primi spostamenti in carrozze ondeggianti, dotate di comodissime panche di legno (divanetti e poltroncine erano riservati alle classi superiori), di strada ne è stata fatta, in tutti i sensi. Oggi l’industria del turismo vale il 10% del PIL mondiale, e non le si può negare niente, aerei, navi, treni, strade, alberghi, divertimenti, vizi e stravizi. L’apparente facilità con la quale si può andare rapidamente da un capo all’altro del mondo per soddisfare il desiderio di scappare dal solito tran tran ha portato molte conseguenze, e non tutte positive.
La prima è antropologica ed è, per certi versi, la meno appariscente in quanto si tratta di una sparizione. Come 30.000 anni fa l’uomo di Neanderthal venne rimpiazzato dalla specie Homo sapiens, così ai giorni nostri il “turista” ha portato quasi all’estinzione della figura del “viaggiatore”. La differenza tra loro è sottile ma sostanziale. Entrambi viaggiano in lidi lontani, ma se per il primo la destinazione è il fine ultimo dello spostamento, per il secondo si tratta solamente di una conseguenza, essendo il viaggio stesso uno svago (o un’afflizione, a seconda dei casi). Questo differente approccio si è ben riscontrabile in tutte quelle località che sono oggetto del cosiddetto “turismo di massa”. Se fino a qualche decennio fa le più famose località turistiche venivano visitate quasi con venerazione, gustando la sensazione di essere in un “altrove” che fino a poco tempo prima stava solamente sulla carta patinata di una rivista, sullo schermo di un cinema o di un televisore, un luogo raggiunto a fatica grazie a vetturette pagate a rate, treni non sempre puntuali e mancate coincidenze, autobus rumorosi e non troppo comodi, e non di rado anche un volo charter dal costo comunque quasi proibitivo, oggi, grazie a internet e agli spostamenti low cost, tutte le voglie del momento possono essere soddisfatte, con le conseguenze che ben conosciamo.
Ma c’è di più.
Se il viaggiatore si spostava da un luogo all’altro per amore della scoperta, sia essa storica, artistica, naturalistica, culturale, o financo esotica e bizzarra, il turista di oggi si muove già “imparato”, nel senso che grazie a molti canali convergenti possiede già tutte le informazioni interessanti su quanto potrà vedere o provare, pertanto non si tratta più di esplorare bensì un trovare conferma di quanto ci si aspetta.
Ma c’è ancora di più.
Non so voi, ma io ho buona memoria della cartoline, ricevute e spedite, dei rettangoli di cartoncino che sul fronte portavano una suggestiva immagine del luogo dal quale provenivano, mentre sul retro c’era lo spazio per scrivere un breve saluto, oltre ovviamente all’indirizzo del destinatario.
Preistoria.
Negli anni ‘60 pochi possedevano un’apparecchiatura in grado di realizzare delle foto di qualità, i più si arrangiavano con delle piccole Istamatic, e quando si andavano a ritirare le foto stampate, il risultato non era sempre esaltante. Negli anni ‘70 si mossero i colossi giapponesi della fotografia, i costi delle macchine reflex con obiettivo intercambiabile divennero più abbordabili, e di conseguenza crebbero anche gli appassionati e il consumo dei materiali da loro utilizzati, ossia i rullini di pellicola. Chi ha una certa età si ricorderà certamente di tediosissime serate passate osservando l’interminabile teoria di fotografie scattate da un amico o un parente durante un viaggio, quel calvario di immagini talvolta un po’ sfocate, un po’ sovraesposte, un po’ mosse, un po’ tagliate, ma comunque sempre prive di qualunque esprit artistico.
Anch’io mi dichiaro colpevole, Vostro Onore, negli anni ho sbobinato nelle mie macchine fotografiche centinaia di metri di rullino, diapositive per lo più, ma come attenuante porto il fatto che mi ero dotato di due proiettori, un registratore a nastro e un’attrezzatura di sincronizzazione tra suono e immagine. Il risultato era la visione di una serie di immagini che cambiavano in dissolvenza incrociata, con l’accompagnamento di una specifica colonna sonora. La preparazione era un lavoraccio, però ne valeva la pena, per tutti.
Dov’è finita adesso tutta quella bella roba, comprese le reflex e gli obiettivi? Provate a essere dei metalmeccanici e di accendere un mutuo per comprare casa e poi fatemi sapere.
In ogni caso, con l’avvento della fotografia digitale tutto quel materiale sarebbe andato a finire nel dimenticatoio analogico, e oggi il computer permette la realizzazione di gradevoli album fotografici senza doversi svenare o fare le notti in bianco. Un vero peccato che, ancora una volta, sia arrivato sulla scena chi ha rotto le uova (e non solo quelle) nel paniere. Il suo nome: smartphone. Segni particolari: fotocamera.
Chi ne sa qualcosa di imagining (sia amatoriale che professionale) è ben cosciente che la tecnica dello smartphone sta a quella di una macchina mirrorless come un biscotto industriale sta a una fetta di torta Sacher, però questo è ciò che richiede il mercato e dobbiamo farcene una ragione. La maggior parte di quanto passa attraverso l’obiettivo di uno smartphone, o rimane sullo stesso device, o viene archiviato in cloud, o viene pubblicato su internet, e in tutti questi casi la qualità dell’immagine è secondaria giacché viene visualizzata sempre nella stessa modalità ridotta nelle dimensioni e nella resa. Poi c’è il fatto dello spazio, nel senso che una foto fatta con lo smartphone in genere occupa dai 3 ai 5 MB, mentre con una mirrorless si possono superare i 20MB, il che comporta, uno, spazi di archiviazione adeguati, e due, lentezza di caricamento (e visualizzazione) in rete di immagini più pesanti.
E fin qui abbiamo parlato dei piaceri (si fa per dire), perciò ora passiamo alla seconda parte del titolo, quell’enigmatico “dov’eri”.
Vi ho raccontato delle cartoline, delle foto analogiche, di quelle digitali, dello smartphone, di un percorso da un passato lento e talvolta malagevole a un presente comodo e istantaneo. Ebbene, in tale contemporaneità come si pone il viaggio, la distanza, l’esperienza e il ricordo? E chi lo sa, ho quasi l’impressione che in realtà non esistano più, o per meglio dire sono virtuali, come dei fantasmi a chiamata.
Ignoro quale sia il vostro rapporto con le piattaforme cosiddette “social”, ossia Facebook, Instagram, WhatsApp e compagnia cantante, ma sono abbastanza convinto che non vi siano del tutto ignote, e che anzi vi capiti di fare un giretto da quelle parti ogni tanto. Ora fate mente locale e cercate di ricordare quante volte avete ricevuto delle fotografie postate da qualche amico che si trova in viaggio (fuori porta o fuori continente fa lo stesso), per la maggior parte scattate con lo smartphone, troppo spesso in formato verticale (come se avessimo un occhio sulla fronte e uno sulla punta del naso), in genere poco o nulla significative, quasi mai sorprendenti in quanto ciò che appare è già abbastanza noto, e soprattutto recentissime, quasi in tempo reale, il che azzera ogni emozione collegata alla distanza, al percorso, alla memoria.
Confesso di non comprendere questa necessità impellente di far conoscere Urbi et Orbi dove si è, cosa si fa e, suprema inanità, quanto e come si mangia. Vero è che si tratta di un mio difetto, essendo io nativo analogico del telefono a gettone, quindi incapace di afferrare le dinamiche sociali del nuovo viaggiare, però rimango convinto che più di qualcosa vada perso in questa compulsiva condivisione di istantanee. Ammetto che sarebbe fin troppo ozioso affermare che i moderni mezzi di trasporto hanno cancellato il fascino dei viaggi in terre lontane, Panta Rei, anche il fuoco a fiamma viva d’un tempo ha il suo fascino, però quanti di voi sarebbero disposti a rinunciare ai termosifoni? Così va il mondo, e noi con lui, perciò se oggi il viaggiare è più facile e per certi versi anche più economico non vedo motivo di scandalo, anzi, quando potevo, ne ho approfittato anch’io. Ci sono però altre cose che non mi tornano.
La prima è collegata al concetto di viaggio, ormai declassato a logistico pedaggio che si deve pagare al fine di giungere il prima possibile alla località da visitare, il che è la tipica configurazione del turismo. A tal proposito andrebbe aggiunto che, rispetto al passato, la quantità di turisti è aumentata enormemente, e dove va questa massa di persone? Ovviamente nelle località turistiche. Io non capisco perché, su 150 milioni di chilometri quadrati di terre emerse, quasi tutti si debbano ciclicamente riversare in pochi angolini di mondo. Mi viene da sospettare che, come si fa con le pecore, vengano debitamente raggruppati in spazi ristretti al momento giusto per essere tosati.
Ci sarebbe poi la questione della condivisione immediata di fotografie e filmati mediante la rete. Sia chiaro, nulla di male in questa volontà di mostrare (e dimostrare) alcuni momenti felici trascorsi in qualche località piacevole, ma…
Ci sono dei “ma”.
In primo luogo si tende a utilizzare un medium a supporto della nostra memoria. Per chi non sapesse cosa si intende con la parola latina “medium” porto un esempio molto semplice. Per spostarsi si possono ovviamente usare le gambe, però se volessimo farlo più comodamente e a maggiore velocità potremmo usare un medium, ossia le ruote (due o più). Va da sé che l’utilizzo eccessivo di questo medium può comportare anche alcune conseguenze negative, tra le quali una ridotta efficienza dei nostri arti inferiori, effetto della pigrizia e della sedentarietà.
Con la memoria è lo stesso, nel senso che non si perde troppo tempo a comprendere e imprimerci nella memoria tutti gli aspetti di un’esperienza, perché ci sarà sempre una fedele (ma fredda) registrazione in grado di riportarci a quei momenti, però, aggiungo io, solo in teoria. A prescindere dalla dubbia qualità di una ripresa fatta con lo smartphone, le immagini non saranno mai coinvolgenti, immersive, sinestetiche come le sensazioni provate in quei momenti, anzi potrebbe capitare che ci deludano, rivelando una realtà che sul momento ci era apparsa più affascinante.
In direzione opposta, potrebbe capitare di incontrare un parente, un amico, un conoscente al quale nulla possiamo raccontare del nostro fantastico viaggio, non perché ci viene impedito, ma perché egli sa già tutto, essendo stato debitamente aggiornato dai nostri compulsivi reportage. A quel punto la domanda “dov’eri?” diventa pleonastica, ogni ulteriore descrizione apparirebbe superflua, ridondante, priva di interesse, e insistere sarebbe pura vanteria, questo ovviamente se non si è dei mirabili affabulatori capaci di rendere interessante anche una ciofeca muffa (cit. Evaporata).
Si potrebbe supporre che io provi una certa invidia nei confronti di chi può permettersi di inviare immagini su immagini dai luoghi esotici nei quali se la sta spassando, e confesso che non potrebbe essere altrimenti, vi autorizzo a darmi del bugiardo se mi capitasse di negarlo. Ciò che posso dire è che, nonostante i limiti di tempo, di budget e di forze, qualche viaggetto me lo sono goduto anch’io, niente di eccezionale s’intente, giusto qualche puntatina qua e là in Europa, ma di quelle modeste escursioni conservo ricordi vivissimi, inoltre posso affermare che da ogni viaggio ho portato con me un piccolo bagaglio di esperienze in grado di influenzare il mio pensiero. Per contro, se anch’io fossi stato colpito da quella bulimia di condivisioni istantanee, forse non saprei rispondere con precisione alla domanda “dov’eri?” e sarei costretto a cercarmi nel folto di una foresta di immagini, magari trovando alla fine uno sconosciuto.

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