Il processo – Prima puntata

Non vi dirò cosa stavo facendo quando m’è venuta in mente la trama di questo racconto, anzi quasi quasi ve lo dico: stavo lavando i piatti. Ecco, ora avete un’idea della concentrazione che riservo a quel che sto facendo in un dato momento, e di come mai mi capiti spesso di combinare dei danni (che poi mi tocca riparare).
Vi confesso che sono stato influenzato da ciò che mi stava attorno in quella stanza, giusto una cucina economica, un frigorifero senza congelatore, un lavabo in ceramica, un piccolo tavolo per tre commensali e qualche scomparto per sistemare meglio che si può pentole e pentoline, coperchi e coli, piatti e fondine, posate e mestoli, scodelle e tazzine, bicchieri e misurini, pelapatate e schiacciapatate, fruste e schiumarole, setacci e mattarelli, bilancia e centrifuga, kamira e montalatte, grattuge e vassoi, detersivi e spugnette, scatole e contenitori di farine, pasta, riso, zucchero, pane, oli, sale, tè, biscotti, caffè, cacao, miele, spezie delle più varie, e le immancabili pattumiere per la raccolta differenziata dei rifiuti, il tutto concentrato in poco meno di sei metri quadrati e mezzo. Troppe cose? Non saprei, in fondo basta organizzarsi un po’. Però potrebbe darsi che per una persona del futuro, un futuro abbastanza distante per usi e costumi dal nostro presente, lo scopo della maggior parte di quella collezione di oggetti possa apparire indecifrabile, e le nostre normali attività in cucina parimenti misteriose.
Bene. Una volta tratteggiati gli estremi della storia, il messaggio traslato potremmo dire, non restava altro che scriverla. Non c’era nessuna fretta, posso tenere a mente una trama per anni, ma psicologicamente sono ancora sotto quarantena e ho pochissima voglia di uscire di casa, perciò ho deciso di scriverla subito, senza lasciarla decantare, ed è venuta, come al solito, più estesa di quanto immaginavo in prima battuta.
Così avrei pensato di servirvela a puntate questa storia, o, se preferite pensarlo, di prolungare la sofferenza.
Spenderei ancora una parola sul titolo. Contrariamente alle mie abitudini il titolo stavolta non è fuorviante, cioè in questo testo si narrano veramente le fasi salienti di un procedimento penale, futuribile, questo è vero, ma pur sempre con un imputato, un giudice e una forma. Di sicuro ci sarà chi troverà questo processo surreale, e non nego che ne presenti qualche aspetto, d’altronde anche lo splendido (e inarrivabile) romanzo che ha lo stesso titolo, ossia “Il Processo” di Franz Kafka (sempre sia lodato), seppur drammatico nell’essenza, presenta dei momenti surreali e quasi comici.

 

 

Il processo

   – Bene, l’udienza è aperta. L’imputato è in aula?
L’Onorevole giudice Myriam Dessalier ascoltò per una decina di secondi quanto le stava comunicando il suo auricolare personale, quindi alzò lo sguardo verso la persona che era, con tutta probabilità, l’oggetto della domanda, fino a quel giorno assolutamente retorica, e l’essenza, questa sì poco probabile, della risposta.
   – Ah…, vedo che è in aula. L’imputato si alzi, per favore.
Ciò che con un termine del passato veniva definito ”aula” consisteva in una stanza molto grande, uno spazio privo di ogni decorazione in grado di rimarcare la solennità della funzione, senza artificiose collocazioni architettoniche tese a far emergere la figura del corpo giudicante e, di conseguenza, mettere in soggezione gli altri attori del procedimento, niente pulpiti, transenne, simboli ammonitori. In tale configurazione sarebbe apparsa incongrua anche qualsiasi massima altisonante intesa a rammentare la capitale importanza dei concetti di equità, giustizia, rispetto, espiazione, civiltà, ovvero i supremi canoni sui quali si dovevano regolare il giudicato e il giudicante.
Il tutto si risolveva invece in quello che si sarebbe potuto definire un moderno ufficio open-space, un’isola di lavoro destinata alle operazioni accessorie alle quale provvedevano due addetti del tribunale, e alcune postazioni multimediali, forse una dozzina. Una di queste, sul lato corto della stanza, era riservata al giudice, e si distingueva dalle altre solamente per il fatto di essere leggermente più grande, aspetto quest’ultimo non dettato da particolare riguardo verso il suo ruolo, bensì a causa del maggior quantità di device per la comunicazione che quella mansione pretendeva. Era previsto anche uno spazio per il pubblico, una quarantina di poltroncine dotate di connessione con le informazioni accessibili del procedimento in corso, ma senza possibilità di intervenire in quello. A quanto ricordava il giudice Dessalier, quei posti non venivano mai occupati, erano solamente un retaggio romantico, il ricordo di un’epoca nella quale la possibilità di osservare in faccia un criminale era un evento desiderabile e vissuto come imitazione psicologica di un linciaggio.
Ora invece, da remoto, chiunque poteva conoscere tutto dell’imputato, accuse, precedenti, malattie, tare genetiche, difetti, e altro ancora, senza bisogno di avvertirne la presenza fisica, il suo respiro, la sua rabbia, la sua paura. La connessione permetteva al “pubblico” di giudicare l’andamento e il risultato del processo, e gli utenti potevano eventualmente suggerire a un collegio giudicante ausiliario eventuali argomentazioni a favore dell’accusa o della difesa, oppure far notare, durante l’esposizione di fatti e documenti, le incongruenze che potevano essere sfuggite al giudice e ai suoi esperti di supporto. Il collegio ausiliario, di norma gestito in maniera totalmente automatica da uno specifico software, vagliava in tempo reale la fondatezza delle segnalazioni, sottoponendo all’attenzione del giudice quelle risultate conformi e opportune.
Uno spreco di risorse, ecco la conclusione alla quale era giunta da tempo Myriam Dessalier, una complicata struttura messa in piedi per favorire la partecipazione attiva della popolazione, la quale però aveva ben presto dato dimostrazione di avere di meglio da fare che seguire un processo, e il tutto si risolveva in un formale dibattito tra gli esperti dei due fronti opposti, mentre l’imputato attendeva a casa, o in custodia nei casi più gravi, il pronunciamento della sentenza.
Però stavolta era diverso, l’imputato era, caso inusuale, in aula.
Se la sua presenza era un fatto, per così dire, eccezionale, assolutamente convenzionale era il suo aspetto, come pure il suo atteggiamento non tradiva nessuno di quei sentimenti che attraversano la mente di una persona messa in stato di accusa, angoscia e diffidenza se colpevole, paura e indignazione se innocente. Lui se ne stava lì, in piedi, attento ma calmo, come una qualsiasi persona chiamata a dare un parere o un’opinione, e che è certa della sua competenza. Anche il suo abbigliamento, sobrio nel taglio e curato nella scelta dei colori, terre in genere, perciò elegante senza arrivare a essere ricercato, era il segnale di una stabilità emotiva anomala per chi deve sopportare il peso di gravi accuse. Il suo aspetto fisico denotava benessere, quarantacinque anni portati con buona forma, nulla che denotasse la tipica vita sregolata del criminale.
Il giudice Dessalier sospirò. Cominciava a comprendere perché i suoi colleghi, dopo avere letto il fascicolo preprocedurale, si erano prudentemente sfilati, temendo di avere a che fare con una persona che forse non ha tutte le rotelle al posto giusto, ma ormai lei era lì, lui era lì, e non vedeva alcun motivo di modificare la sua procedura. Diede un’occhiata ai suoi monitor e quindi tornò a rivolgersi all’imputato.
   – Dica il suo nome e la qualifica, prego.
   – Vincente Kos, biogenetista di livello 2, qualifica internazionale Beta-Delta permanente.
   – Grazie signor Kos. Mi permetta una domanda, come mai lei si trova qui?
   – La ragione mi pare evidente, Vostro Onore, sono sotto processo.
   – Mi scusi, forse mi sono espressa male. Come mai lei si trova in aula di persona? Dalla qualifica che ha dichiarato, e che vedo confermata, ne ricavo che lei dovrebbe avere i mezzi per poter seguire comodamente il procedimento da casa sua o dallo studio dei suoi esperti di difesa.
L’imputato palesò un lieve imbarazzo, la reazione impacciata a una domanda che non si aspettava.
   – Beh… vede, Vostro Onore, l’unità investigativa ha posto sotto vincolo tutte le mie proprietà, compresi gli accessi alle connessioni. Affermano che potrei tentare di occultare alcune prove, anzi hanno usato il temine “inquinare”, perciò non ho modo di far ricorso alle mie risorse per difendermi.
   – Quindi, se ho capito bene, il suo collegio tecnico le è stato assegnato da questo tribunale?
   – È così, Vostro Onore, sono i difensori pubblici, ma confido comunque nella loro imparzialità e nelle loro competenze.
   – Ho capito signor Kos, grazie. Mi scusi un momento, dovrei verificare una cosa.
Non aveva capito un accidente invece. Myriam Dessalier si maledì in cuor suo per non aver studiato bene il caso prima di dare l’avvio al processo, ma in genere questo iniziava con una presentazione preliminare degli esperti di parte, i quali avrebbero richiesto una sospensione per l’esame delle reciproche competenze, in genere di una settimana, e il giudice aveva tutto il tempo per analizzare i documenti in suo possesso.
Qui invece si era presentato in tribunale un imputato al quale era stato impedito l’accesso a tutte le sue risorse economiche e logistiche, un trattamento riservato a criminali di altissima levatura, non a una persona accusata di… di…
  – Dunque signor Kos, a suo carico sono state elevate le seguenti accuse: accensione non autorizzata di materiali infiammabili, emissione nell’ambiente di sostanze potenzialmente pericolose, abuso di competenze da brevetto, comportamento non conforme alle norme etiche, maltrattamento di animali, sottrazione e appropriazione indebita di materiale storico, procurato trauma psichico, infrazione alle norme di utilizzo di materiali standard. Le è tutto chiaro?
   – Certamente, Vostro onore.
   – Lei accetta come fondate e veritiere le accuse, oppure intende opporsi a una o più di queste accuse?
   – Intendo respingerle.
   – Sta bene allora, dichiaro aperto il procedimento alle ore 11 e 40 del 20 Majo 2170, protocollo…
Il giudice Dessalier aspettò che gli addetti dessero avvio alla notifica in rete e che comparisse sul ripiano della sua scrivania il codice di registrazione. Intanto rifletteva. Ma che diavolo di imputazioni erano quelle? Anche se fossero state provate oltre ogni dubbio, non c’era motivo di isolare quel cittadino per impedirgli l’accesso alle sue proprietà e ai canali di comunicazione personale. Il codice arrivò.
   – … 20D4158. Signor Kos.
   – Si?
   – Ora può sedersi, grazie.
   – Grazie a lei, Vostro Onore.
Che strano modo di parlare, notò subito Myriam Dessalier. Nessuno usava più quella formula, “grazie a lei” invece di “prego”. In un’altra occasione sarebbe potuta apparire derisoria, ma il momento e il luogo, nonché l’espressione seria e rispettosa dell’uomo non permettevano di vederla in quella luce. Tutta quella faccenda la confondeva, e il giudice, colta impreparata come una scolaretta, non sapeva più come far partire il procedimento in modo che seguisse un corso prevedibile. Decise di cominciare dall’inizio, dalla cosa più semplice. Come recita quella vecchia storia: in principio era il verbo.
   – Come desidera che venga trattato il processo, in lingua continentale oppure nella lingua locale?
Fu uno degli esperti dell’imputato ad apparire su un monitor per rispondere.
   – Noi preferiamo che si prosegua nella lingua locale.
   – Avete una motivazione specifica per questa richiesta?
   – Sì, signor Giudice. Il signor Kos conosce benissimo la lingua continentale, però alcune accuse trattano di attività che non trovano esatta corrispondenza in quella lingua, e pertanto, al fine di evitare dei mismatch di interpretazione è necessario utilizzare la lingua locale. Ne va della precisione del giudizio.
   – Le assicuro che nel giudizio sono sempre precisa e rigorosa. Non vedo perché in questa occasione dovrei comportarmi diversamente.
   – Mi scusi, signor Giudice, io non volevo…
   – Va bene, va bene, – tagliò corto lei. – Si proceda in lingua locale, però qualora il significato di qualche espressione fosse ignoto o dubbio a una sola delle parti qui presenti dovrete essere in grado di fornire una spiegazione esaustiva.
Myriam Dessalier non era del posto, non era tenuta a conoscere la lingua locale, e il suo traduttore istantaneo le avrebbe consentito di seguire un processo in qualsiasi parte del mondo, anche se la sua funzione giudicante era limitata al continente.
Lei veniva dal Nord, nata in quello strano accrocco che un tempo fu il Belgio, brillante studentessa di una cittadina minacciata da un mare sempre troppo arrabbiato. Dopo la federazione era scappata alla facoltà di legge a Paris3, e lì avrebbe potuto sistemarsi, avviata verso una brillante carriera. Purtroppo l’uomo propone, ma è Dio che dispone, e in questo caso ci pensò la salute a metterle i bastoni fra le ruote. Nonostante le sue origini era debole di polmoni, niente di grave s’intende, però il clima della città le procurava sempre dei fastidi. Un giorno fece la conta di quante medicine stava già prendendo, a trent’anni, e il futuro parigino le apparve abbastanza deprimente. Decise perciò di chiedere il trasferimento continentale, per motivi di salute, e fu costretta ad accettare quella sistemazione periferica e poco prestigiosa. Però il clima era migliore, con quel mare quasi sempre accogliente, dietro al quale il sole andava a nascondersi ogni sera, spandendo nel cielo quei porpora, quei cremisi e quei pavone che al Nord neanche sapevano più immaginare. Quand’era libera aveva preso l’abitudine di fare un viaggio in barca, giusto un paio d’ore, e godere della possibilità di girare da sola per la città museo di Venezia di Sotto, uno dei benefit offerti dalla sua carica di giudice continentale, oltre naturalmente a un reddito che superava quello del dirigente di una grande azienda. Per ripagare l’ospitalità di quella baia e delle persone che ci vivevano si era impegnata a fondo per apprendere la lingua locale, e ora la parlava meglio di quella che le avevano trasmesso i suoi genitori.
   – Dunque signor Kos, dato che lei è qui suppongo che vorrà rispondere in prima persona, senza avvalersi dell’intermediazione dei suoi esperti.
   – Esatto, Vostro Onore.
   – È la prima che subisce un processo, vedo, quindi mi corre l’obbligo di ricordarle le basi della procedura. In seguito potrà chiedere una sospensione per conferire con il suo collegio di esperti, per chiarire alcuni aspetti procedurali, qualora ritenesse che le sue facoltà di difendersi vengano in qualche maniera condizionate.
   – Ho capito.
   – Io ascolterò quanto mi esporranno il collegio di accusa e quello di difesa, lo confronterò con i dati in mio possesso, e quindi le porrò delle domande alle quali lei è tenuto a rispondere con la massima sincerità. Qualora risultasse che lei ha mentito al giudice, se trovato colpevole subirà un appesantimento della pena o della sanzione, se trovato non colpevole potrebbe esserle preclusa la possibilità di essere dichiarato completamente innocente. Nel caso temesse di non riuscire a rispondere correttamente può chiedere che un esponente del collegio lo faccia in sua vece, sempre in conformità a un comportamento leale verso questo tribunale. È tutto chiaro fino a qui?
   – Sì, Vostro Onore, tutto chiaro, grazie.
   – Se, nonostante l’assenza di tali accuse all’apertura del processo, emergesse durante il procedere dello stesso la possibilità che l’imputato sia incorso in fatti di sangue, di violenza fisica o psicologica verso la persona, commessa o minacciata, di attentato alle istituzioni, di frode continentale, di distruzione dolosa di beni pubblici o privati, questo procedimento verrà immediatamente sospeso. Al suo posto si aprirà un nuovo processo con la presenza di una corte formata da un giudice di grado superiore, un investigatore legale e di uno psicopatologo.
   – Ho capito, il mio collegio mi aveva già aggiornato in merito.
   – Repetita iuvant.
   – Avete perfettamente ragione, Vostro Onore, grazie della vostra sollecitudine.
Lei aveva usato quella formula latina apposta, e quello strano tipo la conosceva benissimo, anche se, a quanto riportava il rapporto, non aveva fatto studi classici e nemmeno frequentava ambienti dove tali espressioni in una lingua morta erano comuni. Non sapeva se era più incuriosita o più allarmata dalla situazione.
   – Dunque, lei protesta la sua innocenza per tutte le imputazioni o soltanto per qualcuna di quelle?
   – Non lo so.
   – Come sarebbe a dire?
   – Sarebbe a dire che io mi affido a Vostro Onore per sapere se sono veramente colpevole. La mia intima convinzione è quella di essere innocente, totalmente innocente, ma potrebbe darsi che io sia stato ingannato.
   – Da chi sarebbe stato ingannato?
   – Da me stesso, ovviamente.

Continua…

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