Il canto del cigno

Di locali pubblici non ne frequento molti, e non solamente per una mia strisciante misantropia.
I ristoranti e le trattorie soffrono la concorrenza della mia cucina casalinga, fatta di ricette tradizionali, di ingredienti di prima qualità e di preparazioni accurate. Difficile che vada a mangiare del pesce quando sono abituato al prodotto che mi porto a casa, sempre freschissimo e talvolta ancora vivo, per non parlare degli intingoli che servono, e che in genere sono il frutto della rielaborazione di prelavorati da catering.
I bar in genere mi disgustano, con l’immancabile televisore che trasmette l’immancabile partita di calcio o le clip di canzoni dimenticabilissime. In mancanza di quell’aggeggio, ne fa le veci una colonna sonora composta da motivetti scemi e compulsivamente ritmati, diffusi da un impianto audio che ha la stessa fedeltà sonora di un megafono. E poi non so mai cosa prendere, in quanto le bibite variamente colorate non m’attirano per niente, e pure i frizzantini mi lasciano alquanto indifferente, abituato come sono ai rustici vini locali.
Resterebbe il caffè, o i caffè, e qui la faccenda si complica ulteriormente. Chi ha già avuto la sfortuna di incappare nei miei post dovrebbe già sapere quanto io sia “difficile” su questo versante.
Iniziamo col dire che il caffè non si beve, ma si sorseggia, si degusta, si centellina, si gode. Bere un caffè tutto d’un fiato come se fosse cicuta è uno spreco totale, di materia prima, di lavoro per la sua preparazione, di papille gustative, e se vogliamo anche di tempo. Quando si beve il nero, quello che nella penisola viene definito espresso liscio, si deve sorbire un piccolo sorso, e poi attendere una decina di secondi che il palato si “resetti” alla gradazione di amaro. Solamente dopo si potranno percepire le note di cioccolato, di mandarino, di tabacco, di vaniglia, eccetera, che sono peculiari di una determinata qualità di caffè. Va da sé che lo zucchero è “verboten”.
“Prendere” un caffè è un momento della vita durante il quale si gusta quella calda bevanda (fredda se è uno shakerato), ma va apprezzata anche la possibilità di “prendere” un momento per chiacchierare, riflettere, rilassarsi, e pertanto ci si deve sedere al tavolino di un locale che ne sia la degna cornice. E appunto di uno di questi caffè vorrei raccontare, un ambiente che mi riconcilia con la nascostissima parte lirica della mia persona.
Il suo nome è “Caffè San Marco”, un locale aperto nel 1914 al pianoterra del vecchio palazzo delle Assicurazioni Generali, quelle nate a Trieste nel 1822 col nome di “Imperial Regia Privilegiata Compagnia di Assicurazioni Generali Austro-Italiche”. Il ramo assicurazioni era abbastanza fiorente in questa città, tanto che nel 1838 Angelo Giannichesi, originario di Zante, fondò l’”Adriatico Banco di Assicurazioni” che dette origine alla “Riunione Adriatica di Sicurtà”, oggi più nota come RAS.
Ma non son qui a parlarvi di premi assicurativi e risarcimenti, bensì per spiegare quali sono le caratteristiche di questo particolare caffè che tanto mi attraggono, e che però mi inducono anche a qualche riflessione.
Diciamo che l’ambiente è suggestivo, con un suo fascino particolare, tipicamente mitteleuropeo. Parte del caffè ha conservato le sue finiture originali, e anche ciò che è stato restaurato o ripristinato si accosta perfettamente alla forma stilistica del 1914, quella che viene definita la “Secessione viennese”, leggermente diversa da quella praghese e dalla Art Nouveau francese.
Il marmo rosso dei tavolini è sorretto da una colonnina in ghisa a forma di zampa di leone, questo perché tutto il locale è un omaggio alla Serenissima, come del resto già lo annuncia il suo nome.
Chi ci entra per la prima volta non può che meravigliarsi di come l’ambiente sia una sorta di capsula del tempo, e se ha un minimo di immaginazione potrebbe anche figurarsi gli avventori dell’epoca, i loro usi, l’abbigliamento, gli argomenti di conversazione, e persino cosa si poteva vedere attraverso le grandi vetrate che davano sulla Corsia Stadion, i tram sferraglianti che andavano a Barcola o alla stazione ferroviaria della Transalpina, i carri trainati da cavalli, qualche fumigante camion diretto alla birreria sull’Acquedotto, e altrettanto rare automobili che sobbalzavano sull’indistruttibile pavimentazione in masegno. Avendo fortuna si sarebbe potuto scorgere il signor Schmitz che se ne tornava a casa.
Oggi, al di là di quel vetro, non ci sono più tram, sostituiti da impersonali e inquinanti autobus; lo storico masegno ha ceduto il posto all’asfalto, con viva soddisfazione degli automobilisti che ora ingolfano quell’asse viario, procedendo a una velocità inferiore a quella delle carrozze a cavalli; camion, furgoni e furgoncini si spostano come formiche impazzite, portando seco le loro briciole di consumismo; nessun personaggio s’incontra più sul marciapiede, per farlo bisogna accendere il televisore; infine su tutto regna un pervasivo rumore rosa causato dal traffico, dalla maleducazione e dalla fretta. E così, a chi soffre di nostalgia di tempi e spazi quasi dimenticati, non restano che pochi rifugi, oasi di tranquillità nel caotico deserto di sabbie variamente colorate e desolatamente uniformi. Uno di questi bozzoli temporali è appunto il Caffè San Marco, dove tutto induce a un comportamento demodé, la cortesia, la pazienza, il parlare piano, la contemplazione del momento, magari con la collaborazione di una corroborante bevanda calda. Per chi non teme di finire all’Inferno, c’è la possibilità di cedere al vizio capitale della “Gola”, con una fetta di torta, per esempio, oppure, in caso di appetito montante, con uno dei piatti che godono delle influenze tedesche e balcaniche sulla tradizione locale.
A questo punto, proverei più che giusto inserire qualche immagine di questo paradiso minimo che mi accoglie senza condizioni, ma siccome le mie foto non sarebbero state all’altezza (e nemmeno mi garbava di comportarmi da turista), ne ho inserite un paio che ho estrapolato dall’articolo di Lavinia Colonna Preti sul sito web friuliveneziagiuliasecrets.com, e ditemi se non rendono bene l’idea dell’atmosfera che ivi si respira.

Finora ho scritto della parte estetica del Caffè San Marco, ma c’è un altro aspetto che sempre mi conduce a riflessioni non confortanti, e l’agente scatenante sta in quel numero che è presente sulla grande maniglia all’ingresso: 1914.
All’epoca in città convivevano parecchie culture diverse, e da quel crogiolo di lingue e usanze si sollevava il profumo cosmopolita così attrattivo per gli artisti di tutta Europa. Per amor di verità, andrebbe detto che il severo sistema asburgico si era preoccupato di evitare ogni prevalenza etnica e culturale, ma non con misure coercitive, bensì con incentivi agli spostamenti, alle ricollocazioni e all’economia locale. In poche parole, le leggi erano relativamente poche (specialmente se confrontate ai codici che sarebbero piovuti dopo il 1918), ma fatte puntigliosamente osservare; la libertà di spostamento nell’impero era garantita, addirittura favorita; in ogni regione i rapporti con le istituzioni erano regolati in lingua locale (oltre ovviamente al tedesco); a scuola, obbligatoria per tutti fino ai 14 anni, si imparava e leggere, scrivere e far di conto nella lingua del posto, la lingua materna. In pratica, molto era permesso alle comunità locali, tranne che compiere atti che avrebbero potuto minare l’integrità dell’impero.
Nel 1914 la zona di Trieste era equamente divisa tra germanofoni e italofoni, con una consistente presenza di slavofoni e di altre comunità (ebrei, greci, turchi, ecc.). Va da sé che non erano infrequenti i contatti dai quali sorgevano alleanze e matrimoni, assimilazioni e aspirazioni comuni, affari e interessi condivisi, curiosità e comprensione.
In questa situazione, come per esempio anche a Praga nello stesso periodo, era normale che alcuni locali pubblici, o addirittura determinate vie cittadine fossero appannaggio dei simpatizzanti di quella o quell’altra visione storico-culturale, e alcuni caffè di Trieste, tra i quali il San Marco, non sfuggivano a quella sorta di predisposizione sociale. Del resto, già il suo fondatore, l’istriano Marco Lovrinovich, non aveva mai fatto mistero per la sua ammirazione verso la Serenissima, ogni angolo del suo caffè stava a dimostrarlo come una muta protesta contro gli accordi presi al Congresso di Vienna di un secolo prima, i quali erano passati sopra tutti i diritti delle popolazioni dell’ex Repubblica di Venezia (forse perché in quell’epoca di restaurazione la parola “Repubblica” era sediziosa).
Quando scoppiò la prima guerra mondiale, non erano molti i triestini disposti a farsi ammazzare in Galizia, e il Caffè San Marco divenne uno degli spacci di documenti falsi che certificavano la nazionalità italiana, allora neutrale, così da poter scappare o almeno evitare la divisa grigiastra. La polizia sapeva, ma si guardava bene dall’intervenire, in quanto si trattava di una quantità residuale di coscritti, e inoltre non era il caso di esacerbare gli animi per una guerra che si riteneva rapida e vittoriosa.
Il “tradimento” del Regno d’Italia del 1915 sconvolse quell’equilibrio faticosamente mantenuto dagli Asburgo. Per chi quel giorno a scuola non era presente alla lezione di storia, vorrei ricordare che nel 1882 fu stipulato un patto militare difensivo tra Italia, Germania e Austria-Ungheria, col nome di “Triplice Alleanza”, e che tale patto fu riconfermato solennemente nel 1912. In questo modo gli Asburgo si sentivano abbastanza protetti a Ovest dalle mire francesi.
Nel 1915 gli italiani dettero l’ennesima dimostrazione di essere dei mirabili (e miserabili) voltagabbana, dichiarando guerra all’impero austro-ungarico, e tale fatto scatenò l’ira della popolazione germanofona.
A farne le spese furono per primi i locali pubblici ritenuti i covi dei traditori o probabili rinnegati, e si verificarono assalti e devastazioni tali da causarne la chiusura. Era inevitabile che il Caffè San Marco non sfuggisse a quella furia distruttiva, e fu solo il fatto che ai piani superiori ci fossero gli uffici delle Assicurazioni Generali che lo salvò dall’incendio. Comunque tutto ciò che era possibile mandare in frantumi venne spaccato, e l’attività riprese con fatica e con mezzi ridotti solamente dopo la fine della guerra.
Se oggi può mostrarsi con la stessa fastosità che ci ricorda quella del 1914 lo dobbiamo ad Alexandros Delithanassis, triestino di origine greche, il quale lo ha ristrutturato e riaperto in tutto il suo splendore nel 2013, aggiungendo per buona misura una bella libreria dove, per fortuna, i blockbuster commerciali non la fanno da padrone.
E allora, direte voi, dove sta il problema?
Sta nel fatto che quel 1914 fu l’ultimo anno buono prima della catastrofe, un cataclisma che, oltre a provocare milioni di morti, determinò nuovi squilibri mondiali (se fossero stati equilibri non ci sarebbe stata la seconda guerra), e Trieste fece la fine del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, perdendo tutto ciò che la contraddistingueva, ossia la potenza marittima, gli accordi commerciali, la specialità geografica, la singolarità e la cultura cosmopolita, diventando nel 1920 la prima città fascista (e razzista) d’Italia con l’assalto squadrista al Narodni Dom e il successivo incendio.
Dopo il 1915 la coesistenza di culture diverse fra loro fu sempre impedita dalla classe politica e, mi duole dirlo, anche con lo stolido supporto delle popolazioni locali. Tutti gli schieramenti si imputavano l’un l’altro le cause del depauperamento economico conseguente alle vicende belliche e al cambio di nazionalità, portando fieno in cascina a tutti quei politici da strapazzo che facevano carriera sull’onda di assurde e imposte separatezze.
Se il Caffè San Marco mi ricorda quell’anno con un certo rimpianto, lo fa a prescindere che si viveva ancora nell’Austria Felix, giacché con una visione molto più allargata ripenso a come si presentava il mondo all’epoca, una società di certo non democratica ed egualitaria, ben lontana dal garantire a tutti un livello minimo di benessere e dignità, ma comunque dinamica e meravigliosa, foriera di luminose promesse che si sarebbero presto schiantate in trincea.
Provate a ricordare. Il miracolo dell’energia elettrica stava diventando disponibile a tutti, il più efficiente motore a combustione interna era in procinto di soppiantare quello a vapore, l’uomo si era staccato dal suolo e volava in cielo come e meglio degli uccelli, nuove medicine, nuove tecniche e l’anestesia ottenevano risultati per quel tempo “miracolistici”, si viaggiava con relative facilità e comodità da un punto all’altro del pianeta, per lavoro, per svago, per necessità, i giornali e i libri illustrati riportavano notizie e informazioni altrimenti inaccessibili ai comuni mortali di città, l’arte si manifestava con sempre nuove esplosioni di stili e di forme non sempre comprensibili ma affascinanti, l’architettura si lanciava in ardite costruzioni che non intendevano rinunciare alla bellezza “tout court”, e persino le persone, quasi impossibile da credersi, stavano cambiando, si associavano, discutevano, si confrontavano, si aprivano all’altro e al mondo, quello stesso mondo che poco dopo sarebbe andato al fonte, restandovi ucciso.
Dopo la guerra, ciò che non era morto era moribondo, e sulla carcassa di quella civiltà leziosa ma seducente spuntarono i funghi velenosi del fascismo e del razzismo, infettandola con gli aspetti più deleteri espressi dalle dittature naziste e comuniste. L’energia, di qualsiasi tipo, divenne sinonimo di potenza, economica, politica e soprattutto militare. I nuovi confini si dimostrarono ferree gabbie, e il viaggiatore talvolta veniva guardato con sospetto, come uno straniero, una spia, un alieno. Tutto ciò che non era la “patria” era il male, era un nemico, oppure forniva l’occasione di un saccheggio nazionale, la possibilità di sfruttare popolazioni lontane, e in quanto diverse erano considerate “inferiori”. Molte forme d’arte deperirono, e quelle nuove palesarono subito l’impossibilità di comprendere appieno ciò che stava succedendo, in quanto nel tempo che il colore si asciugava sulla tela il mondo era già cambiato. L’architettura perse la verve estetica per diventare funzionalista, fino a diventare espressione bruta dell’effimero cemento armato. E infine le persone smisero di parlarsi, tranne che per scandire in gruppo gli stessi slogan, le stesse frasi fatte, le stesse minacce, le stesse promesse di vendetta e di vittoria, e senza nemmeno che i politici si sforzassero troppo per aizzarle.
Era il 1914, e nessuno al Caffè San Marco poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a un anno, e tanto meno nei decenni a venire, suppongo che, sapendo e potendo, sarebbe scappato all’altro capo del mondo.
Quando passo qualche momento in questo suggestivo caffè, non posso figurarmi con chiarezza cosa avverrà in futuro da qui a un anno, e nemmeno nei decenni a venire, però lo temo, lo sento, ne avverto la minaccia nell’aria, come forse già l’avvertiva quasi centodieci anni fa un altro me seduto a questo stesso tavolino.
L’avventura della città era iniziata nel 1717, col porto franco, uno sviluppo che la portò da una popolazione di soli 5.000 (cinquemila) abitanti a ben 230.000 (duecentotrentamila) abitanti nel 1910, di cui 40.000 (quarantamila) stranieri che non facevano parte dell’impero austro-ungarico.
Si può ben dire allora che il 1914 sia stato il canto del cigno di Trieste, e che non possa applicata con disprezzo l’etichetta di “nostalgico” su chi riporta i mutamenti in peggio che hanno dilaniato il suo tessuto sociale ed economico durante e dopo la guerra.
Chissà se in futuro potrebbe essere definito “nostalgico” anche chi ripenserà al 2024 come il canto del cigno di una società espressione di un mondo relativamente libero di comunicare, di viaggiare, di essere abbastanza indipendente da ideologie folli e rigidi schieramenti. Magari sarà l’ultimo anno buono prima che masse di faziosi istigate dal Barbariccia di turno stravolgano le istituzioni democratiche, prima che ci si divida in buoni e cattivi, senza mezze misure e senza pietà, prima che integralisti con la croce o con la mezzaluna proclamino una guerra santa, prima che qualche dittatore in fregola e in debito di sottomissione lanci un missile nucleare tanto per farsi sentire, prima che i cinesi, dopo aver invaso il mondo con cianfrusaglie d’ogni sorta, spargano qualche nuovo virus mortale, prima che ogni espressione non conforme, compresa la satira e l’ironia, siano considerate un attacco allo stato e al popolo, prima che eventi climatici estremi e inquinamento ci condannino a mangiare esclusivamente il Soylent verde.
Forse sono un inguaribile pessimista, ma, come disse lo scorpione alla rana, è nella mia natura, forse il 2024 non sarà il canto del cigno del mondo come lo conosciamo e lo accettiamo, ma è lo stesso “forse” che illudeva gli avventori del Caffè San Marco nel 1914.
Trovo consolazione solamente nel fatto che sono abbastanza vecchio, e perciò mi rendo conto che, anche se gli eventi precipitassero, mi sveglierò presto da quel brutto sogno.

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2 thoughts on “Il canto del cigno

  • Sono abbastanza vecchia anch’io, ma ho una discendenza … Ci sono stata, al Caffè San Marco, e lo ricordo bene! Ne conoscevo anche la storia, avendo lavorato per anni per una nota marca di caffè triestino (indovina quale …). Ho letto con molto gusto il tuo articolo, Trieste è una città dal fascino straordinario

    • Ciao, penso di sapere a quale marca di caffè fai riferimento, la uso anch’io per qualche preparazione elaborata, tipo il viennese, il mocaccino, l’affogato, eccetera.
      Comunque, secondo me, Trieste “era” una città che aveva un certo fascino, ma oggi, complici la globalizzazione di usi e costumi, la mistificazione delle tradizioni e l’incapacità gestionale della giunta, ha perso gran parte della sua anima, lasciando in eredità ai turisti solamente una crisalide vuota solo apparentemente autentica.
      Comunque sono contento che l’articolo ti sia piaciuto, e di averti riportato per qualche minuto in un posto dove indubbiamente ti eri trovata bene.
      Ahoj
      🙂

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