Olé

In qualità di fotografo / sherpa / agente di viaggio / ecc., ho accompagnato Rossana per il suo report sul Festival Internacional de Patchwork 2023 a Sitges, in Catalogna. Già che eravamo lì ne abbiamo approfittato per un giretto nella penisola iberica, quello stesso che avevamo già programmato di fare nel 2020, ma che la maledetta pandemia di Wuhan aveva reso impossibile.
Come da nostra prassi, abbiamo preferito un approccio “lento”, ovvero un autobus da Venezia a Barcelona. Lo so, sembra una cosa più adatta a baldi giovani alla scoperta del mondo, o da emigranti che tornano a casa per le ferie, ma non è così, o almeno non lo è più da quando Flixbus ha messo a disposizione degli autobus modernissimi, molto comodi e dotati di servizi. Stavolta ho viaggiato su un Neoplan Skyliner, con interni spaziosi (anche per le mie gambe relativamente lunghe), e le 17 ore di viaggio sono praticamente volate via.
Concordo che con l’aereo ci si mette di meno (l’automobile manco la prendo in considerazione…), ma, uno, tutta la faccenda di arrivare tre ore prima all’aeroporto, due, la macchinosa tiritera dei controlli su documenti e bagagli, tre, le assurde limitazioni su cosa si può e non si può portare appresso, e quattro, gli orari improponibili di partenza e arrivo dei voli low-cost, ci rendono refrattari a quella sorta di ascensori volanti con aria condizionata a palla che sono gli aerei.
Ci sarebbe anche il treno, è vero, però, come poi spiegherò in modo più esteso, la rete ferroviaria di là dai Pirenei è abbastanza inadeguata, per cui le linee veloci dirette a Barcelona passano tutte per Parigi.
Bene, arrivati lì al mattino abbiamo deciso di concederci qualche ora di relax, e ovviamente dei churros da inzuppare in una tazza di invitante cioccolata calda. Dalla stazione degli autobus a quella dei treni di Barcelona Sants sono circa 5 chilometri, che noi abbiamo speso per muovere un po’ le gambe dopo il viaggio in bus, e dato che si viaggia leggeri (un solo piccolo trolley a testa), il trasferimento è stato poco più di una passeggiata.
Dopo il relatico caos di Barcelona, l’arrivo alla cittadina di Sitges è stata come una boccata d’aria fresca. Il centro storico è quasi del tutto interdetto al traffico veicolare, e poi in pochi minuti si arriva al mare, un mare che noi, abitanti sulla rive di un “lago” chiamato Adriatico, affascina e sgomenta allo stesso tempo. Siccome il tempo era spudoratamente bello, un giorno ne abbiamo approfittato per una scarpinata di otto chilometri e passa da Sitges a Vilanova, tutta sul lungomare, ma attenzione, non una robetta tipo viale da spiaggia, bensì su un sentiero che si arrampicava sulla scogliera e poi scendeva in calette semideserte, come camminare sul Carso, però col mare accanto. Per fortuna le Merrell non tradiscono mai.
Il visitatore non si faccia però ingannare dall’apparente quiete, essa è dovuta alla flemma con la quale la popolazione (locale e non) misura gli appuntamenti della giornata. Di sera la musica cambia, tutti escono in strada per passeggiare, chiacchierare, bere, mangiare, vendere e comprare. Un orario di apertura dei negozi non esiste, ognuno fa quel che gli pare, e talvolta esso coincide col tramonto. Anche di cenare prima delle 21 non se ne parla, ammesso e non concesso di riuscire a trovare un tavolo libero.
Qualora capitaste a Sitges, vi invito a provare il tradizionale piatto dei pescatori chiamato xatò. Si tratta di un letto di insalata scarola sminuzzata sul quale fa bella figura una salsa composta da acciughe dissalate, mandorle, nocciole, peperoncino, aglio, pomodorini e piccoli pezzi di pane fritto pestata in un mortaio e regolata di olio, sale e aceto. Quindi vengono aggiunti dei pezzi di merluzzo dissalato e di tonno, qualche acciuga, delle piccole olive verdi arbequina (fate attenzione, con il nocciolo!) e qualche pomodorino rosso. Il tutto alla fine viene mescolato un po’ per formare una composizione casual e servito in un piatto ovale. Una sciccheria.
Bene, ora che vi ho fatto venire appetito sarebbe ora che vi mostri qualche immagine, giusto per mettere del sale (marino) sulla ferita…

Sitges


Per motivi che vi lascerò scoprire da soli, se vi andasse di trovare dei capi di abbigliamento, prevalentemente maschile, più raffinati di quanto si è abituati qui, attenzione, niente marche blasonate o etichette da pubblicità un tanto al chilo, ma solamente qualità della materia prima e fattura eccellente, un giretto a Sitges potrebbe fare al caso vostro. Lì troverete per certo di che soddisfare la vostra voglia di shopping.

Barcelona è vicina, a circa mezz’ora di treno, e allora un giretto ci stava, se non altro per visitare la collina del Montjuïc (loro la chiamano montagna, ma con soli 173 metri di altezza sul livello del mare mi sembra una definizione pretenziosa), col suo bel parco e il castello, dal quale nel 1842 partì il bombardamento della città che si era ribellata alle vessazioni spagnole. In tale occasione il generale Espartero pronunciò una frase che i catalani non intendono dimenticare “Questa città ha bisogno di essere bombardata almeno ogni 50 anni“.

Barcelona

Dopo qualche giorno in Catalogna abbiamo preso un treno per l’Andalusia, dove ci aspettava Granada, che, per certi versi, è stata la vera scoperta di questo viaggio.
Scendete dal treno, uscite dalla stazione, v’incamminate verso il centro, e cosa notate lungo marciapiedi o sulle aiuole spartitraffico? Alberi di arance. Ma non basta, ci sono pure le arance su, in città!
C’è stato spiegato che si tratta di una qualità di arance amare che non viene consumata, essendo scarsamente succosa, però la buccia viene utilizzata per una squisita marmellata, prevalentemente nel Regno Unito. Nei giardini questi alberi vengono utilizzati a scopo ornamentale, e se ancora non bastassero le arance, i granadini si permettono di sfoggiare nel cortile di casa rigogliosissime piante di limoni, questi sì edibili.
Di sorpresa in sorpresa, abbiamo notato come il nome “Carmen” venisse utilizzato a ogni piè sospinto. Verrebbe da pensare siano tutti appassionati dell’opera di Bizet, oppure che sia il nome di una donna molto famosa, mentre è tutt’altro. Si tratta di una struttura abitativa tipica dell’Albaicín, il quartiere storico di Granada, già in uso dal XIV secolo, e deriva dalla parola araba “Karm”, che significa vite. Queste case erano, e sono, provviste di un cortile interno con un giardino, un orto, talvolta con una piccola fontana, e una pergola di vite, da cui la definizione “Carmen”.
E dove potevamo trovare alloggio noi se non in un edificio del 1500 con tanto di “Carmen” davanti alla porta dell’appartamento?
Sarebbe ora che vi racconti qualcosa dell’Albaicín (o Albayzín, o El Albaicín), l’antico quartiere moresco di Granada. In primo luogo, se non avete ginocchia o caviglie a posto, evitate. Tutte, e ribadisco tutte le stradine vantano innumerevoli scalini, non sempre regolari, non sempre facilmente visibili, non sempre evitabili, quindi siete avvertiti. Suppongo che prima dell’alba girino per il quartiere delle ronde di pronto soccorso per recuperare i malcapitati che di notte, col buio, si sono avventurati per quei perigliosi vicoli e sono rovinati a terra a causa di uno scalino traditore.
Però, come di dice, per aspera ad astra, ovvero quando si arriva in cima alla collina si gode dal mirador una vista spettacolare: i tetti dell’Albaicín di sotto, il complesso dell’Alhambra di fonte e le bianche vette della Sierra Nevada sullo sfondo.
Avevamo prenotato una visita guidata dei palazzi dell’Alhambra, soluzione indispensabile per riuscire a comprendere storia e cultura presenti tra quelle antiche mura, e, sorpresa one more time, la nostra guida (bravissima) ha una mamma istriana. Insomma, all’Istria non si può sfuggire in nessuna parte del mondo.
Ho compreso molte cose durante quella visita, in primo luogo che il nome deriva dal colore. Rosso. “Al-Ḥamrā” infatti significa “La rossa”, e deriva sia dalla pietra utilizzata e sia dalla terra che la circonda. E poi c’è la faccenda dei giardini, che per gli islamici ha un legame con il paradiso, promesso dopo la morte, ma godibile già in vita in territori perlopiù aridi, perciò da sempre essi fanno parte di quel complesso con pari importanza dei suntuosi palazzi.
Ovviamente non poteva mancare la serata al Sacromonte con spettacolo di flamenco in una cantina scavata nella roccia (il tutto un po’ turistico invero…).

Granada

Per visitare Malaga avevamo due opzioni, un treno alle 7:36 (troppo presto) oppure un treno alle 13:06 (troppo tardi), così abbiamo scelto l’autobus, più lento del treno di ben 12 minuti (quelle sono le ferrovie spagnole…)
La città è sul mare, ma oltre a una spiaggia così lunga che non mi ricordo di aver visto nemmeno in Romagna, l’impatto, per me, più sconvolgente è stato col mercato del pesce, che vantava una varietà e una qualità incredibili, a dei prezzi poi… Le alici, freschissime, a 2 Euro, gli sgombri a 4, gli scampi vivi, delle ombrine grandi come spigole di vent’anni, e poi molluschi e crostacei a volontà, dalle telline alle ostriche, dai gamberetti di un centimetro agli astici in grado di staccarti un dito. Credetemi, per il pesce ho un certo occhio, e a Malaga avrei fatto la fine dell’asino di Buridano.
Ovviamente non potevamo comprare del pesce, e così ci siamo consolati con un gelato, ma che gelato… G44, ossia Café Lavazza Granada 44, in calle Granada 44, ve lo consiglio, e lì abbiamo preso il gelato al gusto, indovinate un po’, malaga, appunto. Non c’è paragone, e il tenore alcolico dell’uva passa era a livello cocktail.
Anche Malaga aveva delle sorprese in serbo per noi. La prima derivava dal periodo nel quale eravamo arrivati, cioè qualche giorno prima dell’inizio della Semana Santa, e pare che lì la prendano molto sul serio, con processioni tutti i giorni nei vari quartieri, dal mattino fino a notte fonda, con penitenti che portano in giro enormi baldacchini, i troni, sui quali stanno un Cristo in croce e una Madonna addolorata riccamente vestita e ingioiellata. Quindi un po’ dappertutto si notavano i preparativi, palchi, tribune, strade chiuse, e un’offerta commerciale di abiti e accessori per tutti coloro che avrebbero sfilato con le tradizionali vesti del penitente incappucciato, denominato “nazareno” (in colore diverso per ogni confraternita). Il tutto dava l’idea di un salto indietro nel tempo, e m’aspettavo che prima o poi saltasse fuori qualcuno per vendermi un’indulgenza.
La seconda sorpresa è stata più laica. Camminando verso la spiaggia abbiamo notato una piccola rivendita di materiali per artisti, colori, pennelli, matite, insomma quella roba lì. Come presi da un sesto senso siamo entrati e abbiamo atteso che il commesso (e suppongo proprietario) servisse una signora giapponese (a Malaga…), quindi abbiamo chiesto se tenesse della tarlatana. Trattasi di un cotone a trama larga fortemente inamidato, e serve in calcografia per pulire le matrici di rame. Qui da noi, quando lo chiedi, sembra che tu stia parlando della Luna, perciò non si trova più. Volendo si può provare in internet, a 7 Euro al metro più le spese di spedizione. In quel negozio, poco più grande di una tabaccheria con annessa edicola, il tipo ci guarda come se in un’osteria avessimo chiesto se tengono del vino. Morale della favola, l’abbiamo trovata lì, a soli 2 Euro al metro, e ne aveva ancora a decine in magazzino, che suppongo sarà stato come il gonnellino di Eta Beta.

Malaga

Da Granada a Madrid. Su questa tratta quelli della Renfe hanno dimostrato, se ancora serviva, tutta la loro inettitudine. Una ventina di minuti dopo la partenza da Granada. il treno AVE (Alta Velocidad Española) si ferma per un grave problema sulla linea. E pazienza, può capitare. Dopo circa poco più di un’oretta finalmente si riparte, però con un andatura da lumaca. In buona sostanza, dato che per ritardi superiori a un’ora c’è il rimborso totale del costo del biglietto, la Renfe ha considerato ormai “persi” i ricavi dei biglietti del nostro treno, ma temendo che altri convogli in coda al nostro potessero subire dei ritardi (col rischio di altri rimborsi) ha deciso scientemente di penalizzarci ulteriormente, così, invece di arrivare con un’ora di ritardo, siamo arrivati a Madrid con più di tre ore di ritardo.
Bastardi.
I giorni seguenti, almeno noi, abbiamo rispettato il programma: Museo del Prado, Museo Thyssen-Bornemisza e Museo Reina Sofía. S’è visto di tutto e anche di più, compresa qualcosa che assomigliava alla sedia di Fistalloni (chi ha visto lo scketch di Aldo Giovanni e Giacomo nel museo di arte moderna capirà).
Comunque anch’io ho fatto il mio numero, quando sono andato al Museo Reina Sofía per ammirare “Guernica” indossando una maglietta che sul davanti rappresentava proprio Guernica, però con i personaggi di Futurama. È già tanto che non m’abbiano cacciato…
Di buono a Madrid c’era sicuramente la collocazione del nostro appartamento, a 15 minuti da tutti i musei e dalla stazione ferroviaria, e in più, proprio di fronte, c’era una caffetteria dove scegliere tra varie preparazioni, dall’espresso al white flat, di gran qualità (specialty coffee).
Dei musei e di cosa vi è conservato non ho fatto nessuna foto, mi sarebbe sembrato ridicolo, riduttivo e persino irrispettoso. Posso dirvi che, secondo me, il Thyssen-Bornemisza e più interessante del Prado. Magari ci saranno meno capolavori, però il Museo del Prado tradisce la sua funzione di pinacoteca, pertanto ci sono troppe opere similari esposte e troppo vicine le une alle altre. Per chi non è uno studioso d’arte è difficile orientarsi e comprendere, intendo dal punto di vista estetico, e ci si perde. In più l’edificio sente il peso degli anni, e la sua struttura settecentesca può risultare ingombrante.
Sempre in ottica “viaggio rilassante” ci siamo concessi anche una giornata (di sole, ovviamente) nel vastissimo Parco del Retiro, più di un chilometro quadrato di verde con tanto di lago nel quale i visitatori possono noleggiare delle barchette e dare quattro colpi di remo.

Madrid

Ultima tappa di questa nostra spedizione iberica è stata Toledo, e direi che ha mantenuto le promesse.
Siamo arrivati al mattino, in una stazione ferroviaria molto caratteristica, costruita nel 1920 in stile Neo-Mudejar, ossia con elementi architettonici che richiamano i temi moreschi. All’interno è stata conservata anche la vecchia biglietteria (ovviamente non più in funzione). C’era ancora poca gente in giro, però non mancava un sole che già a quell’ora stagliava nette le ombre. Non si pensi però che abbiamo sofferto il caldo, si partiva con 6° e si arrivava al massimo a 18°, perciò non era il caso di andare in giro facendo gli splendidi.
Anche a Toledo abbiamo avuto fortuna, nel senso che talvolta capita di fare per caso delle scelte ottimali. Come si sarà capito, non siamo tipi da visita a chiese e santuari, e quando siamo capitati davanti alla cattedrale non avevamo preso ancora nessuna decisione, ma dato che ormai eravamo lì, non c’era troppa folla e avevamo abbastanza tempo da spendere, decidemmo di entare per dare un’occhiata. Nota venale: il biglietto d’ingresso costava solo 12,5 Euro, e anche questo fatto, lo confesso, ha contribuito in senso positivo.
In vita mia non sono mai rimasto tanto tempo in una chiesa, ben due ore e mezza. Da fuori non faceva effetto, costretta tra le vecchie abitazioni, ma all’interno si apriva in dimensioni insospettabili. In più l’edificio ha conservato le parti originali in stile gotico, slanciate e ardite, tutt’altra faccenda rispetto al pesantissimo barocco che soffoca la maggior parte delle chiese spagnole.
Anche lì non mancava il solito grande sfoggio di oro e potere, però con raffinatezza e impegno artistico, come il coro (Capilla Mayor) che vanta una parete intera di bassorilievi e altorilievi riccamente dipinti o ricoperti da una foglia d’oro, una sorta di polittico in 3D. Comunque ho avuto la conferma della misoginia che permea il cattolicesimo. Nella sala capitolare una parte degli affreschi rappresenta il giorno del giudizio, e su un lato vi sono raffigurati dei dannati che simboleggiano i sette vizi capitali, il vanitoso s’aggiusta i capelli, l’avaro si tiene stretto il borsello di monete (all’epoca chiamato scarsella), il goloso è pingue, e così via. Ora indovinate che figura rappresenti la lussuria. Una donna. Al solito, fin dai tempi del Paradiso Terrestre è sempre lei la rovina dell’uomo…
È stato abbastanza piacevole passeggiare poi per per le stradine di Toledo, meglio magari dopo un assaggio del prosciutto crudo locale, e meglio ancora davanti a un bel bicchiere di sangria, un elisir che mi ha costretto a trovare tra i depliant uno spazio scrivibile per buttare giù alcuni versi che spero un giorno di cucire assieme.

Toledo

Che altro dire, non saprei. L’esperienza è stata più che soddisfacente, oserei dire appagante, almeno per un po’ di tempo (bugiardo, dopo un paio di settimane siamo andati a Vienna e a Brno).
M’ha colpito l’affabilità delle persone che abbiamo incontrato, una simpatia che in noi, orsi del nord, crea persino qualche imbarazzo, giacché siamo impreparati a rispondere con pari calore.
Di cibo e bevande è meglio che non parli, tante e ghiotte sono state le occasioni di gustare la cucina locale, e quasi mai m’è capitato di ritrovare sapori conosciuti, quindi rischierei di darvi un’idea imprecisa e velleitaria di quanto ho potuto assaggiare, come i troppi che si divertono a scattare una foto di ciò che hanno del patto con la larvata intenzione di vantarsene come se l’avessero cucinato loro.
Per contro non ho potuto fare a meno di constatare un certo pressapochismo nell’organizzazione logistica, un’informazione spesso lacunosa o contraddittoria. Vi faccio degli esempi.
Sul tabellone delle partenze di qualsiasi stazione ferroviaria, almeno nei paesi dove abbiamo viaggiato, vengono indicate la destinazione finale e le fermate intermedie. Lì no. Bisogna andare al banco delle informazioni, dove ti dicono che non lo sanno e che bisogna chiedere a quel signore in atrio col gilet arancione. E lui lo sa, veramente, un Pico della Mirandola. A ogni modo ho constatato che la rete ferroviaria è abbastanza rarefatta, facendo capo quasi tutte le linee a Madrid e a Barcelona, e non è che ci siano molte opzioni di viaggio. Per un paese che intende affermare una sua modernità, la possibilità di utilizzare dei treni frequenti, diffusi e puntuali è la base di partenza, ma lì siamo ancora al minimo sindacale. 
Se da Barcelona volete salire al Montjuïc vi conviene prendere la funicolare, sempre se riuscite a trovare la stazione di partenza, che coincide con una della metropolitana, quindi poco visibile se uno c’arriva a piedi, e da quella è poi raggiungibile dopo un percorso sotterraneo assai mal segnalato.
E più volte siamo stati salvati solamente dal GPS del mio vecchio Lumia, come se fossimo capitati nel labirinto di Cnosso.
Magari sono io che faccio troppo il difficile, che stento ad adattarmi, che non riesco a liberarmi dalla mia forma mentis tecnica, e forse, se rimanessi lì abbastanza a lungo, quelle imperfezioni finirebbero per diventare trasparenti, sopportabili, persino amabili. Anche se l’età e le finanze non sono in grado di garantirmi nulla, a El Albaicín e a Sitges vorrei tornare, perché ho la sensazione che abbiano ancora molto da dirmi, e forse allora io sarò più paziente nell’ascoltare.

P.S.
Qualora foste inguaribilmente curiosi, sul blog lastoffagiusta.it potrete comprendere meglio cosa diavolo siamo andati a fare a Sitges.

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