Musica, maestro!

Premessa (e ti pareva…). Nelle osterie di una volta, almeno dalle mie parti, ci si rivolgeva al cantiniere con il rispettoso appellativo di “Maestro” o “Maistro”. Immagino che derivi dal tedesco “kellermeister”, come tante altre parole della parlata locale nate ai tempi della Defonta* (stuz, wiz, bubez, strica, sluc, cucer, mismas, ecc.). Gli avventori erano spesso di bocca buona, si andava lì per stare in compagnia di un bicchiere di vetro spesso, qui noto come “ottavo”, da riempire e svuotare con metodica regolarità, badando unicamente a non mescolare il bianco con il rosso. Talvolta ci scappava anche qualche risata o, in alternativa, qualche lacrima.
Oggi invece nelle osterie si servono vini millesimati nei calici cristallini, e al posto degli osti ci sono talvolta dei sussiegosi sommelier i quali badano più alla forma che alla sostanza (liquida). Anche gli avventori sono diversi: gli onesti bevitori di estrazione popolare sono stati spodestati da una raffinata fauna di intenditori (o sedicenti tali) in cerca di aromi e atmosfere fuori dal comune, anche se il più delle volte gli aromi sono pastorizzati, le atmosfere vengono gonfiate ad arte, e fuori dal comune è solamente la collocazione urbanistica che fa “rustico”.
Quindi è del vino che parlerò?
No.
Ritornando al titolo del post, per esclusione rimane la musica.
Qualche tempo fa mi è capitato di entrare in una cosiddetta osteria, un localino raffinato che ostentava un televisore da una cinquantina di pollici almeno sul quale scorrevano le immagini di un’inutile partita di calcio. Confesso che seguire il business pedatorio non fa parte dei miei piaceri, e che quei commedianti strapagati non trovano posto nel mio Pantheon, però lì per lì ho supposto che in quell’osteria usassero ritrovarsi degli appassionati di football. In fondo non tutti i gusti sono alla vaniglia.
Errore, la partita c’era, le immagini c’erano, e pure in alta definizione, però il suono era affidato a una musica scema che copriva non solamente la telecronaca, ma anche in parte le comunicazioni interpersonali. Come troppo spesso avviene, anche in quella sfortunata occasione m’è toccato constatare quanto mi risultino insopportabili dei costumi che, almeno apparentemente, sono tranquillamente accettati e fanno parte della modernità, il che mi porta ad ammettere con rammarico che sono io a trovarmi fuori posto e fuori tempo, troppo vecchio, troppo irritabile, troppo eccentrico, troppo orso.
Ecco, la musica, la nobilissima seconda arte che la musa Euterpe portò in dono ai bipedi implumi, oggi è diventata carne di porco per coloro che temono il silenzio, per coloro che hanno bisogno di seguire i ritmi dettati da un invisibile ma onnipresente celeuste, per coloro che vedono la loro vita come un film e hanno bisogno di una colonna sonora, per coloro che buttano nelle orecchie qualsiasi cosa basta che sia facile con lo stesso metro col quale buttano il pastone preconfezionato nelle loro pance.
Siccome al peggio, come all’idiozia, non c’è limite, quella sorta di rumore di fondo variamente ritmato viene emesso da attrezzature inadeguate, se non rudimentali, risultandomi ancor di più fastidiose. Non si pretende una diffusione acusmatica in altissima fedeltà, ma la desolante gamma dell’udibile comprende suoni che sembrano provenire da un megafono anni ’60 o dall’altoparlante di una stazione ferroviaria. Peggio ancora va quando il locale vuole sfoggiare una sonorizzazione da concerto rock, con diffusori vistosi ma assolutamente inadeguati che il più delle volte denunciano una frequenza di risonanza che non riesce a scendere sotto ai 100Hz.
Ora vi prego di perdonarmi se mi trovo costretto a dilungarmi su quest’ultimo aspetto. Ogni altoparlante funziona in maniera lineare solo in una determinata gamma di frequenze. I woofer di buona qualità riproducono suoni dai 20Hz fino circa ai 350Hz. Della riproduzione delle frequenze con valori superiori si occupano in varie conformazioni i midrange, i tweeter e i supertweeter. Esistono anche gli altoparlanti full-range, di varia forma e qualità tecnologica, ma non voglio qui aggiungere ulteriori informazioni che poco attengono al nocciolo della questione.
E allora dove sta il problema? Sta nel comportamento fisico ed elettromagnetico del trasduttore sonoro, in questo caso più noto come altoparlante. Se la struttura (cono, sospensione, spider, bobina e magnete) non riesce a riprodurre fedelmente le frequenze inferiori a quella di risonanza, non solamente quelle non saranno udibili (poco male il più delle volte…), ma si genereranno nel sistema elastico oscillazioni incontrollabili nell’ampiezza e nella fase. Il risultato è un minestrone amplificato di tump-tump monotonali nel quale non si distingue nulla e che tende coprire ogni altro suono (voci degli avventori comprese).
Fine della svisata tecnologica.
Come già scrissi, all’idiozia, non c’è limite, nel senso che il gestore del locale si mette allora a smanettare con l’amplificatore per intensificare vieppiù l’effetto “grancassa” del suo impianto audio giacché, a quanto pare, i suoi clienti amano ritrovarsi in un ambiente che uditivamente ricorda una fucina dei tempi della rivoluzione industriale.
Definita l’arida questione tecnica non mi resta che stigmatizzare le scelte “musicali” di questi sonorizzatori da strapazzo.
Va da sé che non si pretende di udire in un bar o in un caffè il “Valse Triste” di Sibelius o “L’estro armonico” di Vivaldi, però so per certo che nel panorama musicale ci sono anche cose diverse dalle canzonette di cinquant’anni fa o dalle insignificanti ripetizioni di ritornelli dentro un mainstream ritmico di un piattume alienante. Capita che, vagando lungo le corsie di un supermercato, io venga percorso da uno spiacevole brivido quando sento risuonare (male) tra le pareti di carta igienica e gli espositori di fiocchi di mais le note di un pezzo hard rock, ovvero quelle di una musica che decenni fa veniva considerata una manifestazione di Satana. Chissà, forse allora era vero, o forse oggi il Diavolo ha trovato nei centri commerciali dei banchi di pesca più redditizi.
Non c’è speranza allora? Non ho detto questo.
Per mia fortuna esistono ancora dei locali dove la musica, quando c’è, viene diffusa con discrezione, quel giusto per accompagnare una pacata conversazione o il flusso di qualche riflessione, come farebbe la risacca su un’amena spiaggia. Sono i posti che preferisco, dai quali non uscirei mai, e nei quali si riesce assaporare quello che la vita ogni tanto regala, momenti di tranquillità e abbandono accompagnati da qualcosa di stuzzicante per il palato, per la vista, per la fantasia.
E mentre scrivo mi prende la nostalgia del Grand Café Orient e della sua fata verde…

* La Defonta è, per i territori comprendenti Trieste, il Carso e l’Istria, la definizione dell’ex impero austro-ungarico qui presente fino al 1918, ricordato con una certa nostalgia: “Soto la Defonta stavimo ‘ssai ben/ Magnavimo polenta, luganighe col cren…”

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2 thoughts on “Musica, maestro!

  • E’ successo anche a me da poco, una specie di ristorantino con karaoke… che mi ha riportato ai tempi del complesso, quando si suonava con gli amplificatori che ti bombardavano le spalle. Che tristezza…

    • Ristorantino con karaoke? E che cosa offriva il menù, stecche all’arrabbiata, calanti fritti, cacofonie gratinate?
      Roba da film dell’orrore…

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