Le mani in tasca

Supermercato XYZ – ore 10:45

Il grande supermercato è pieno prodotti di tutti i tipi, di tutte le forme e di tutti i colori, talmente vasto da sembrare senza confini, ed è anche pieno di mani: mani distratte prendono a caso, mani sospettose girano il flacone per leggere gli ingredienti, mani difficili rovistano per scovare la confezione che scade dopo, mani indulgenti giochicchiano incerte se concedersi o meno una piccola trasgressione, mani pratiche palpolano la frutta per verificare che non sia acerba, mani piccole acchiappano al volo un pacchetto di caramelle, mani materne lo intercettano al volo e lo ripongono alla meglio sul banco dolciumi, mani decise indicano all’addetto-pizzicagnolo-precario quale prosciutto crudo affettare, mani ingorde arraffano l’offerta speciale del giorno, mani accaldate scorrono sul bordo del banco dei gelati alla ricerca di un minimo refrigerio, mani avare respingono le avances di un promotore agghindato da cuoco, mani sbadate ribaltano un’intera fila di biscotti secchi nel tentativo di prendere la prima scatola in basso, mani furtive fanno sparire in un lampo un costoso cosmetico, mani segnate sollevavano pesanti fustini di detersivo per lavatrice, mani prodighe offrono alla cassa la carta di credito.
Le uniche mani che non si vedono sono quelle del signor P., perché se le tiene in tasca e gira tra le corsie ingombre di umanità varia con l’aria svagata del turista a passeggio in un bazar.
Sulla settantina, schiena ancora diritta, pantaloni canna di fucile, camicia grigio perla e giacca sportiva ben abbinata, emana un senso di affidabilità e di rispettabilità quanto un Lord inglese. Quella di tenere le mani in tasca non è però l’unica sua peculiarità in quell’ambiente di mani rapaci. Curiosamente egli non fa scorrere lo sguardo sugli opulenti banchi e sulle mensole esuberanti di merci; egli scruta al di sopra dei suoi occhialini a mezzaluna da presbite il contenuto dei carrelli orfani del loro conducente.
Cerca evidentemente qualcosa.
– Zucchero, candeggina, pesto pronto, aranciata amara, insetticida spray… no, questo no.
Qualche passo più in là.
– Risotto alla zucca, pizza surgelata, birra in lattina, tovaglioli di carta, sapone liquido, colluttorio, penne biro, crema doposole… nemmeno questo.
Gira attorno a un espositore di prodotti tipici sardi.
– Acqua minerale gassata, pompelmi rosa, omogeneizzati prosciutto e vitello, talco, lampadina a risparmio energetico, balsamo per capelli, grissini torinesi… macché.
Se ne va scocciato in un’altra corsia.
– Fazzoletti di carta, bottiglia di amaro, cotechino, carbonella per barbecue, cornice per quadretto, garganelli, maionese… uffa.
Evita per un pelo di finire investito dal carrello omicida di una cliente frettolosa, poi prosegue paziente la sua ricerca.
– Latte, detersivo per piatti, carta igienica, kiwi, Sauvignon, sapone liquido, paté pollo e tacchino per gatti, prugne California, tavolette per il wc, filetti surgelati di merluzzo, pile stilo, mezze penne… questo è il mio!
Finalmente soddisfatto, il signor P. agguanta il carrello e si dirige con passo insolitamente spedito per la sua età verso le casse. Paga, in contanti ovviamente, e carica con ordine quanto ha comprato in due shopper dl supermercato. All’uscita incontra un giovane di colore, uno dei tanti disperati che si aggirano nei parcheggi dei supermercati. Quel giovane non vende niente, però sorride. Nonostante tutto riesce ancora a farlo, e si direbbe persino che gli venga naturale.
– Ciao amico, come va? Ti aiuto a caricare macchina, ti aiuto con carrello, vuoi amico?
– No grazie, non mi serve, non ho la macchina, torno a casa in tram. Comunque tieni qua un Euro.
– Grazie amico, grazie. Ciao.
Il signor P. riporta il carrello al distributore, prende su le due sporte di plastica sottile e se ne esce dal parcheggio del supermercato.

 

Casa del signor P. – ore 11 e 30

– Ciao cara, sono tornato!
– Ciao, hai fatto la spesa?
– Certamente, come sempre. Piuttosto, come stai?
– Eh, oggi le gambe non mi danno pace, sarà il caldo, comunque almeno adesso riesco a stare in piedi. Fammi vedere cos’hai preso…
Il signor P. posa le due borse sul tavolo della cucina, poi comincia a tirare fuori i suoi acquisti e contemporaneamente, man mano che li posa sul tavolo, li identifica a voce, quasi fossero degli oggetti sconosciuti per sua moglie.
– Filetto di merluzzo… carta igienica… latte…
Terminata quell’esposizione si volge verso la moglie, la quale non fa mistero della sua soddisfazione.
– Ma che bravo maritino ho, hai preso proprio tutto quello che serve; anche del cibo per Tigre ti sei ricordato.
– Beh, anche lui, quando gli gira, fa parte della famiglia, no?
– Ah, non sei come i mariti delle mie amiche che quando vanno a fare la spesa comprano le robe più inutili e non sanno nemmeno riconoscere il sale dallo zucchero. Ma come fai, ma come faaai…
– Eh, ho un mio metodo…
Il signor P. gongola ai complimenti della moglie; gli fanno ancora piacere, lo si capisce dallo sguardo pieno di affetto verso di lei, una tenerezza che contrasta meravigliosamente con le loro rughe.
– Solamente…
– Solamente? – chiede leggermente inquieto il signor P.
– Perché hai comprato anche delle pile?
– Perché… perché… non so… non me lo ricordo…
– Ahi ahi mio caro, stai diventando vecchio, cominciamo a perdere colpi qui.
Il signor P. e signora si fissano per qualche istante e poi esplodono in una fragorosa e inarrestabile risata.

 

Casa della signora M. – ore 13

– Ciao caro, sono tornata!
– Finalmente, ma quanto c’hai messo, ti sei persa per strada?
– Non me ne parlare, mi è successa una cosa incredibile. Fammi sedere che sono ancora tutta sottosopra.
Il marito della signora M. solleva lo sguardo dalla rivista patinata che sta sfogliando e si gira allarmato verso la moglie.
– Che è successo, uno scippo, un incidente, la macchina?
– No, no, peggio. Ma che vergogna…
– Spiegati.
– Insomma, stavo facendo la spesa al supermercato. Avevo quasi terminato quando ti incontro una mia amica, una del corso di decoupage, e così abbiamo scambiato quattro parole…
– Seee, le conosco le vostre quattro parole, durano un eternità .
– No, ti giuro, saranno stati al massimo quindici minuti.
– Sarà, e allora?
– Il fatto è che quando ci siamo salutate io non ricordavo più dove avevo messo il carrello. –
– Capita.
– E’ vero, ma stavolta proprio non mi è riuscito di ritrovarlo. Ho girato e rigirato tutto il supermercato. Persino il gerente si è offerto di aiutarmi. Niente.
– Niente?
– Niente. Ho fatto la figura della svitata, della svanita, e mi preoccupo anch’io. Magari mi sono sognata tutto e questi sono primi segni dell’alzheimer. Ma ho solo quarant’anni, io non sono ancora così vecchia!
Nel pronunciare queste ultime parole la signora M. lascia stillare qualche lacrima.
– Ma noooo, ma cosa vai a pensare. Son cose che capitano a tutti, magari è lo stress, il caldo. Sei stata solamente colpita da un attacco di sbadataggine acuta.
Sentendo questa facezia la signora M. si rincuora un pochettino e regala al marito un sorriso tirato.
– E poi cosa hai fatto?
– E cosa volevi che facessi? Ho fatto la spesa daccapo, o almeno io ero convinta che fosse daccapo. E ora eccomi qua…-
– Brava.
– Di che?
– No, niente, così per dire, insomma, nonostante lo spavento hai deciso di fare la spesa.
– Ah, beh sì, ormai che ero lì…
– Piuttosto, le pile stilo per il telecomando le hai prese?
– Le pile? …. ah no, devo averle ho scordate. Cioè, la prima volta che ho fatto la spesa sono sicura di averle messe nel carrello, proprio sopra i filetti di merluzzo, poi le seconda volta, nel trambusto, cosa vuoi… mi sono scappate di mente.
– La prima volta eh? La seconda dici… mah, lasciamo perdere che è meglio. Comunque tu hai bisogno di riposo.
Detto ciò torna a immergersi nella visione delle illustrazioni di bolidi che non potrebbe mai permettersi e non saprebbe mai guidare, mentre la signora M. opta per un’aspirina.
– Mamma mia, che giornata!

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