Eccallà (non c’è più religione…)

Si guardava allo specchio, osservava la fila di decorazioni appuntate sul petto e sospirava rivolto a se stesso: “Vanità, vanità, tutto è vanità!”
Queste sono le parole del generale Loewenhielm nel famoso racconto di Karen Blixen “Il Pranzo di Babette”, un testo che mescola sapientemente il sacro col profano.
La vanità è una caratteristica dell’animo umano talmente radicata che persino la dottrina cattolica evitò di inserirla tra i vizi capitali, considerandola una battaglia persa in partenza immagino. Ebbene, anch’io ne sono vittima, non lo nego ora e mai l’ho negato, anzi confesso che ne sono dipendente, e lo sono come il tossicomane lo è della cocaina.
La vanità tira i fili della mia marionetta e da sempre mi trascina in avventure che mai avrei immaginato di voler affrontare, cose minime s’intende, ma pur sempre in grado di rivelarsi delle tentazioni irresistibili. Tra le tante, la scrittura era la più improbabile, infatti, da “nekulturny” qual sono, mi sarei dovuto tener lontano un miglio dalla letteratura, eppure la vanità mi ha spinto a elaborare delle trame vagamente ermetiche per alimentare questo blog, quando invece il buon senso dovrebbe consigliare di smetterla una buona volta.
Poteva bastare?
Ovviamente no, la vanità è un demone mai sazio.
Così, da un paio d’anni, ho provato a buttare giù qualche riga vagamente artistica, dei componimenti che con con somma arroganza ho inteso classificare nella categoria delle poesie.
La vetta di tale comportamento scellerato lo raggiunsi lo scorso autunno, quando, mosso sempre dalla vanità, ebbi l’ardire di inviare una mia opera a un concorso internazionale (beh, internazionale per modo di dire, in quanto tutti i testi dovevano essere redatti in lingua italiana). Non so cosa mi aspettassi, in fondo una cosa è inviare dei versi nati un po’ a braccio per un piccolo concorso locale (che inaspettatamente vinsi), altra cosa è partecipare a una selezione tra centinaia di concorrenti.
Orbene, sospetto che sia in atto un complotto ai miei danni, ovvero c’è chi manovra per farmi scoppiare come successe alla rana che voleva diventare grande come un bue, e non saprei altrimenti cosa pensare di una menzione d’onore che i giudici del concorso mi hanno concesso.
Ciò che a questo punto scatena la mia vanità non è il premio in sé, un semplice riconoscimento su pergamena e la pubblicazione in una raccolta di poesie, bensì la consapevolezza del valore poetico di quei versi, e in fin dei conti rafforza la mia convinzione di essere una puttana letteraria.
Se ho usato questo termine forte è perché nel tempo ho scoperto che posso scrivere di tutto, dal verso alessandrino alla specifica tecnica, dal libello al ditirambo, dalla storia alla fantascienza, e lo faccio con eguale attenzione al lettore affinché gli sia gradevole l’incontro con i miei testi. Non pretendo l’immortalità, badate, mi accontento di un minimo apprezzamento, la stessa mercede che spetta a chi offre senza pudore un momento di piacere.

Ecco il testo della mia poesia (è ufficiale ora, si tratta proprio di poesia).

Sogno

Ho sognato d’essere giovane
mani vogliose di seni e di vino
un passo avanti al mio tempo
ma già schiavo della sua tela.

Ho sognato d’essere vecchio
figura disfatta da piogge e silenzi
amaro in bocca il rancore
e rimorsi del male compiuto.

Ho sognato d’essere morto
per capire che nulla è più vero
del futuro senza promesse
all’incerto presente degli altri.

Ho sognato d’essere vivo
sospeso come una nuvola
l’ombra d’un segreto momento
sul terreno che di sotto fugge.

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