Un debitore insolvente

Ci sono debiti che non potrò mai saldare.
Sono quelli che ho via via contratto da quando m’è stata concessa la capacità di intendere, quindi da un bel po’, e i creditori sono le persone che mi sono state più vicine durante l’infanzia.
M’è difficile trovare una definizione per quelle cambiali inesigibili; imprinting è una definizione troppo scientifica, troppo asettica; educazione è un termine assolutamente fuori luogo e fuori tempo massimo; anche tirare in ballo la tradizione ha del folcloristico, come l’ottusa reiterazione di usi e costumi.
Va da sé che i primi rapporti interpersonali si svolgono in famiglia, almeno finché non arriva l’asilo e poi la scuola, e appunto dalle figure parentali si può apprendere molto, quasi sempre in maniera del tutto accidentale in quanto l’informazione trasmessa volontariamente non sempre raggiunge l’obbiettivo prefissato. Per dirla tutta, una buona parte del mio modo di ragionare è frutto delle mie disavventure e dei rischi che mi sono preso, mentre tutti gli insegnamenti, le raccomandazioni e le paternali sono state un poco più d’un refolo di vento.
Però non posso negare che io debba molto a chi m’ha tirato su, ma non tanto per quel m’hanno detto (quanto fiato sprecato…), bensì per ciò che hanno fatto, ovvero per come io li ho percepiti in quanto persone.
A mia madre devo sicuramente lo spirito di sacrificio, esagerato nel suo caso, la capacità di sopportazione delle avversità, la prudenza, e questi aspetti m’hanno consentito (e mi consentono) di affrontare gli accidenti della vita, le forzate rinunce e persino una certa forma di isolamento sociale.
La loquacità, che nel mio caso troppo spesso trabocca in verbosità, la devo a mio padre, un uomo eccezionale che avrebbe potuto superare ogni ostacolo, e che ha scelto per sé il più impervio, quello di tenere in piedi una famiglia. Ero spesso in disaccordo per lui, e allora, per non dargliela vinta, ho voluto dimostragli che ci riesco anch’io, anche se non sarò mai alla sua altezza.
La generazione a loro precedente è un bel rebus.
I nonni paterni mi sono stati quasi trasparenti, dei vecchi bonari che passavano la giornata tentando di non litigare tra loro.
Ma il ramo materno, ah, quello sì faceva scintille.
La nonna era morta giovanissima (all’epoca si usava…), perciò non la conobbi mai, però la bisnonna, sua suocera, era una figura assolutamente imprescindibile, il centro attorno al quale gravitavano, nel bene e nel male, le vicende di quel ramo della mia famiglia. Suppongo che io sia rimasto affascinato dalla sua emanazione di irriducibilità e onnipresenza, non quella del prezzemolo s’intende, bensì quella d’un nume tutelare, un atteggiamento che saltava agli occhi quando lo confrontavo con la moderazione alla quale ero abituato a casa. Va da sé che aveva litigato con tutti, e talvolta manteneva il punto con testardaggine degna di miglior causa.
Chissà, forse è per merito suo che mi sono guadagnato la fama di rompiscatole e bastian contrario, e perché godo nel muovermi come un Mazzarino minore.
I suoi strali avevano colpito anche suo figlio, ovvero mio nonno, col quale i rapporti erano assai poco cordiali. Però, guarda caso, è stato proprio quest’ultimo a offrirmi l’occasione di sbirciare verso nuovi panorami possibili.
Lui era un uomo di terra perché aveva le sue campagne, un uomo di mare perché andava in barca a pescare, un uomo di mestiere perché realizzava materassi in lana, un uomo di commerci perché portava il pesce fresco ai ristoranti di città, in più andava in giro in motorino e s’era sposato tre volte (in Jugoslavia già esisteva il divorzio).
Mentre quasi tutta la famiglia era emigrata in parte in Italia (all’epoca Zona A) e in parte oltreoceano, lui era rimasto al suo paesello, contentandosi di quel che gli davano la terra e il mare, e a causa di tale decisione, della quale non si pentì mai, si trovò per anni nell’assurda condizione di esiliato in casa, ma sospetto che ciò non gli sia pesato molto, anzi…
Era un nonno sui generis, niente parole dolci, buffetti e giochi divertenti, ma nemmeno era una persona austera, non faceva mai pesare la differenza di età o il rango familiare, potrei arrivare a dire che quasi non sapeva come comportarsi con un nipotino, e in quell’incertezza tentava d’essere semplicemente sé stesso.
Quindi niente giochi con la palla, niente fiabe, niente ninnoli, niente abbracci, niente vecchi ricordi da tramandare, niente di vezzoso o infantile. Capitava che s’andasse a passeggio per il paese come vecchi amici, su e giù per il mandracchio, o dalla Piazza Manzioli fino alle Porte, e lungo la strada si fermava a chiacchierare del più e del meno con qualche conoscente, un pescatore, una guardia della Milica, un tedesco che aveva disertato dalla Wehrmacht dopo aver salvato il molo del paese, e poi s’era sposato con una croata. Le presentazioni erano sbrigative: me nevodo Stelio, …Bonazza, …Drago, …Walter, e via.
Capitava d’entrare in qualche locale odoroso di caffè dolce e sigarette senza filtro, un bancone in formica, un brusio composto da parole sconosciute e accavallate sul quale si faceva strada a fatica la musica d’una massiccia radio a valvole, e sulla parete dietro al bancone, sopra la fila di bottiglie di maraska, di pelinkovac, di Stari Graničari, di travarica, di brinjevec, di slivovka, di kruškovac, troneggiava sempre l’immagine a mezzo busto d’un uomo massiccio in divisa, lo sguardo severo che fissava un punto lontano alla mia sinistra. Foto simili, variate nelle dimensioni, nella saturazione cromatica e nell’inquadratura, dal mezzobusto al primo piano, ma con lo stesso soggetto, si trovavano in ogni locale pubblico, dalla tabaccheria al supermercato, dalla dogana al cambiavalute, dalla pescheria alla trattoria. Immancabile.
Io e mio nonno stavamo lì, seduti al tavolino d’un caffè all’angolo del mercato, tra le due porte d’ingresso, e guardavamo quella foto, io, con la mia cockta, che cercavo di capire perché quell’uomo fosse lì, e mio nonno, col suo cappuccino, che accennava il mezzo sorriso di chi ha già capito tutto.
Qualche volta mi portò in mare con la sua battana, un’esperienza eccitante, però ben altro mare dovevo scoprire a casa sua, un mare di carta. Non possedeva una vera e propria libreria, la sua era formata dagli scalini che portavano al primo e al secondo piano della sua modesta abitazione. Erano in legno quelle scale, larghe quel giusto per far passare una persona e lasciare abbastanza spazio per due pile accostate di tascabili.
Tre erano i colori che formavano una sorta di denominatore comune: il nero, il giallo e il rosso, corrispondenti a Segretissimo, Gialli, e Urania, quest’ultima la mia preferita, un bel panorama. M’è difficile farvi comprendere l’effetto che ebbero su di me quei volumetti, però provate a immaginare di non aver letto niente di diverso dai soliti libri per ragazzi di Kipling, Salgari, Dumas, eccetera, autori nobilissimi ma vagamente stucchevoli, e trovarvi di fronte agli universi di Clarke, Ballard, Sheckley, Heinlein, passando per esempio dalla foresta di Sherwood alle sabbie di Marte, dalla giungla di Mowgli alla giungla sotto il mare, da Via Paal alla città sostituita, dal Corsaro Nero al pianeta dei fuorilegge…, ecco.
A otto anni mi bastava un solo pomeriggio per divorare uno di quei romanzi, e tenendo conto che d’estate trascorrevo lì un mesetto almeno, si può ben dire il Sacco di Roma dei lanzichenecchi fu ben poca cosa a confronto delle mie scorrerie giovanili in quella rustica biblioteca. La mole di racconti che assimilai in quei tre anni mi bastò per resistere in apnea fino a quando raggiunsi l’età (e una minima liquidità) per andare a ravanare tra i volumi assiepati nelle bancarelle dell’usato.
Le vicende della vita poi arrivarono a porre una distanza tra i miei interessi e quella forma di letteratura, ma il legame non s’interruppe mai del tutto.
Allora potrei dire che alcuni aspetti poco comprensibili del mio approccio alla vita risentono ancora di tale esperienza, di quell’incontro ravvicinato del terzo tipo con delle realtà fisiche, sociali, etnologiche e infine letterarie assolutamente aliene all’ambiente conforme nel quale stavo crescendo.
Nondimeno sospetto che devo all’eccentricità del nonno la mia temerarietà nello scegliere posizioni scomode, l’indifferenza verso gli stereotipi comunemente accettati, il mancato raggiungimento della (noiosa) maturità psicologica, e la capacità passare sopra alle separatezze costruite ad arte dal potere.
Ciò che v’è di buono in me lo devo a tutti loro, al resto invece c’ho pensato io con la peggior volontà possibile, e il fatto che non abbia più nessuna necessità di onorare quelle cambiali non mi consente d’ignorarle come se non fossero mai esistite, non mi esime dal considerarle una parte di me. La consapevolezza di non essere del tutto autore del mio destino è cresciuta lentamente, e ora che si manifesta in modo così patente fatico a distinguere se essa è un sostegno, una gabbia o una zavorra.
Forse non c’è differenza.
Nel dubbio non mi resta che andare avanti come so, o credo di sapere, due passi avanti e uno indietro, e magari anche uno di lato giusto per gradire, tanto già lo sapete che sono un tipo strambo.

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