C’è posta per te?

Mi è giunta notizia che da quest’anno, in Danimarca il servizio postale nazionale non gestirà più le comunicazioni cartacee, ossia le lettere, le raccomandate e le cartoline. Tutto passerà attraverso i canali informatici, arrivando direttamente sui vari device degli utenti, i computer, i tablet e gli smartphone. I nostalgici della cellulosa potranno utilizzare delle società private, ma non ci saranno più le buche postali e la consegna a domicilio della corrispondenza, al loro posto sono previsti dei centri di ritiro e consegna.
Questo fatto mi ha condotto ad alcune riflessioni sulle conseguenze di un possibile totale passaggio alla corrispondenza digitale in Italia. Chiariamo subito una cosa, tanto per sgombrare il campo da possibili equivoci, e cioè che il servizio offerto da Poste Italiane non è esente da pecche, e può capitare che la corrispondenza arrivi in ritardo, o non arrivi per nulla. A fronte di un trattamento della corrispondenza non sempre impeccabile, Poste Italiane offre una pletora di servizi accessori o paralleli, a cominciare da quelli bancari, finanziari e assicurativi, lanciandosi nella telefonia mobile, e pure spacciandosi per una libreria. Si tratta della modalità che io amo definire “Blekedeker”, ossia fa di tutto ma lo fa male.
Premesso ciò, vi inviterei a prendere in considerazione l’attuale stato di competenza informatica nostrana dei possibili utilizzatori di un servizio postale completamente digitalizzato e, attenzione, parlo di una competenza che va oltre a quella necessaria per mettere le faccine su Facebook e condividere i meme su Whatsapp.
In quanto boomer, quindi non nativo digitale, l’informatica ho dovuto apprenderla passo passo, sia per necessità lavorative e sia per curiosità personale. Ne ho apprezzato le potenzialità ma anche ne ho intravisto i rischi, questi ultimi non sempre posti in evidenza da chi ne avrebbe titolo e ufficio. Questo mio modo di procedere è stato utile per scegliere accuratamente quali aspetti della multimedialità mi sarebbero stati utili, tralasciando ciò che era semplicemente “fuffa”, distinguendo tra quelli che portavano benefici pratici da quelli prodotti da UCAS (Ufficio Complicazione Affari Semplici). La posta elettronica fa ovviamente parte della categoria delle opzioni vantaggiose, a patto che se ne comprendano, almeno per sommi capi, i principi di funzionamento e corretto utilizzo, e così troppo spesso non è.
Iniziamo con la password.
Non servirebbe precisare che si tratta del primo livello di sicurezza per accedere a un servizo internet personale. “Password” è la traduzione inglese di “Parola d’ordine”, quelle stesse che tante volte abbiamo sentito richiedere nei film da una sentinella quando era necessario proteggere un confine, o provenire da uno spioncino quando si doveva accedere a luoghi segretissimi. Ebbene, quale sarebbe la vostra opinione se la risposta corretta fosse stata “amici”? Suppongo che avreste dovuto scegliere tra l’ilarità e il fastidio per una sceneggiatura così sciatta.
Ebbene, troppe volte mi è capitato di sentirmi dire che, per paura di dimenticarla, la password conteneva una data di nascita, i nomi dei figli, un numero di telefono, eccetera, praticamente una porta aperta per qualsiasi malintenzionato.
Altrettanto rischioso è un comportamento che spesso gli stessi siti web propongono, quello di memorizzare la password in modo da non doverla più digitare. Aaaah, che sollievo, niente più grattacapi, niente più sforzi di memoria, niente più noticine sulla carta, niente più infruttuosi tentativi a causa di un errore di digitazione, e che risparmio di tempo! Un vero peccato che, in assenza di un vero e proprio gestore di password, gli hacker sappiano bene dove quelle vengono memorizzate, sia sul nostro device e sia nei siti web. Per loro non è troppo difficile estrarle, e tanti saluti alla sicurezza.
In buona sostanza, sarebbe come avere una cassetta della posta chiusa a chiave, ma così facile da aprire che qualsiasi persona malevolmente interessata potrebbe prendere le lettere a voi destinate, leggerle, modificarle volendo, distruggerle, o di aggiungerne di fasulle.
Veniamo adesso a una delle problematiche non gestibili dall’utente, ma che l’utente può sempre evitare alla radice: il gestore della posta elettronica.
Gratis, questa è la parola magica, la sola in grado di far accettare come buona anche la peggiore schifezza, e gratis sono, in apparenza, alcuni diffusissimi servizi di posta elettronica. Ho voluto precisare quel “in apparenza” perché niente è a costo zero in rete, qualcuno deve pagare il conto, sempre, a volte lo fa un inserzionista, a volte un’organizzazione commerciale, a volte un sito web, a volte un ente pubblico, ma comunque noi siamo sempre la “merce”, la “moneta di scambio”, il “target”, e infine anche i “ripianatori” inconsapevoli di tutti quei conti.
Come che sia la faccenda, la posta elettronica fa parte di quel circo multimediale che mischia allegramente il pubblico col privato, la maschera e la privacy, la comunicazione e la solitudine.
Chi sta scrivendo questo post smanetta in internet da quando eravamo poche decine di migliaia in Italia, con pigri modem da 14,4kbps, da quando si spediva una email a qualcuno e poi lo si chiamava per telefono per sapere se l’aveva ricevuta, da quando era un obbligo morale e sociale rispondere, anche con un semplice “ok”, a ogni messaggio di posta elettronica, da quando si apriva la pagina della posta elettronica con curiosità, da quando il termine “Spam” era solo il riferimento a una pellicola dei Monty Phyton. All’epoca utilizzavo l’ottima webmail fornita da Video on Line, ma quando quella società venne assorbita da Telecom Italia mi trovai con un indirizzo @tin.it.
Dopo qualche mese di utilizzo (e la scoperta di un doppione del mio identificativo) decisi di registrare, a pagamento, un nuovo indirizzo di posta elettronica con un serio provider di classe B, e infine, da qualche anno mi avvalgo dei servizi di una delle migliori aziende italiana di web hosting, con relativa webmail, ovviamente sempre a pagamento.
Capita sovente che mi si chieda perché “butti via” più di 70€ all’anno per dei servizi che potrei avere gratis con Google (tanto per fare un nome), ma la risposta se la danno da soli quando si trovano la casella di posta elettronica ingolfata di messaggi truffaldini e spazzatura di vario genere. Da parte mia, ho mantenuto un indirizzo email con Telecom (ora Alice), ma solo come riserva nel malaugurato caso che il gestore principale richieda una conferma immediata di dati su un altro server di posta elettronica. La differenza si può notare all’apertura della cartella delle email in arrivo. Su Alice tantissima pubblicità (ovviamente non richiesta), messaggi da banche e società commerciali che non frequento, da sedicenti organi di polizia, da fornitori di servizi, da personaggi improbabili e anche da me stesso, messaggi ovviamente fasulli e fraudolenti, ai quali però qualche sprovveduto abbocca, consegnando a dei criminali l’accesso ai device, alle comunicazioni, ai dati sensibili, al conto in banca. Anche bloccando indirizzi e domini, quelli rispuntano sempre come le teste dell’Idra di Lerna. Invece col mio gestore a pagamento è raro che arrivi un messaggio non esattamente limpido, e anche la cartella Spam non registra molti nuovi arrivi, segnale evidente che a monte è attivo un filtro efficace, ferma restando l’opportunità di chiedere al gestore notizie sul traffico di messaggistica, per indagare sullo stato di spedizione, ricezione e lettura di ogni messaggio. Pensate forse che la stessa cosa la potreste fare con Telecom, Google, Yahoo, Microsoft, ecc.?
Ora, provate un po’ a immaginare quali ricadute ci sarebbero in Italia se fosse messa in atto una distribuzione digitale della corrispondenza come in Danimarca. Per fare un paragone con la carta, sarebbe come se ognuno di noi trovasse, ogni santo giorno, la cassetta della posta piena zeppa di pubblicità, lettere fasulle, puttanate di vario genere, e in mezzo a quelle dovrebbe cercare, ogni santo giorno, ripeto, l’unica lettera importante o perlomento veritiera. Immagino che una discreta parte di una corrispondenza digitale andrebbe persa, dimenticata, cancellata, negata, e si aprirebbero contenziosi a non finire tra chi ha spedito o dice di aver spedito, e tra chi non ha ricevuto o dice di non aver ricevuto, senza contare tutti quelli che hanno avuto le loro caselle di posta elettronica clonate o compromesse, e in quel bailamme i fornitori delle webmail si guarderebbero bene dal fornire assistenza, almeno gratuitamente.
Non so se l’utilizzo della Posta Elettronica Certificata (che si paga) potrebbe offrire una soluzione efficace, anche perché si tratta di un meccanismo informatico, e come tale prima o poi verrebbe “bucato” dagli stessi informatici che l’hanno creato.
Forse sarebbe meglio preparare per tempo l’utenza al cambiamento, e non parlo solo dei boomer come me, ma anche di quei baldi giovani che considerano pura magia, o verità rivelata, tutto ciò che appare sui loro smartphone.
Nel dubbio io rimarrei fedele alla solita e solida carta, all’inchiostro che non sparisce se premi il tasto sbagliato, alle parole che si possono leggere anche se la batteria è allo 0% di carica, al piacere di conservare, manipolare, tenere con sé una lettera importante, e anche, perché no, alla perversa soddisfazione di strappare in mille pezzi una missiva particolarmente sgradita.

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