Le verità di Pinocchio

Le verità di Pinocchio

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Quinta puntata

 

Pinocchio si avvicinò al portone, salì i tre scalini che lo separavano dalla via, girò la grossa maniglia di ottone e provò a spingere. Era aperto.
Si trovò in un androne signorile molto alto, pavimentato in marmo, e dentro faceva abbastanza fresco. In fondo alla sala vide una larga porta a vetri e una scala che andava al piano superiore, e mentre si stava chiedendo se era il caso di salire o meno vide alla sua destra una porta. Allora pensò che sarebbe stato segno di buona educazione bussare e chiedere, sempre meglio che girare come un intruso nel palazzo.
Non si era ancora spento il riverbero dei due colpi di nocche sul legno che si udì un – Avanti! – provenire da dietro quella porta. Pinocchio la socchiuse e sbirciò all’interno.
– Buongiorno, scusate il disturbo. Vorrei sapere dove… voi!
– Buongiorno, nessun disturbo, entrate prego.
Ma Pinocchio rimase come pietrificato sul vano dell’ingresso.
– Voi siete… voi avete…
– Scusatemi, non vi capisco, chi siete?
– Mi chiamo Pinocchio. Che, forse non vi ricordate di me?
– Pinocchio… Pinocchio… codesto nome non m’è nuovo, però quello che conoscevo io era bell’e diverso, come dire, molto più secco.
– E invece sono sempre io, e ora non sono più un burattino di legno. Ma voi siete sempre quei due briganti che m’hanno appeso alla Quercia grande e che m’hanno raggirato con la storia del Campo dei miracoli. M’avete derubato di quattro zecchini!
Chi aveva risposto a Pinocchio era la Volpe, seduta comodamente dietro a una larga scrivania di noce, mentre il Gatto se ne stava in un angolo non sapendo che pesci pigliare, che per un gatto poi suona anche ridicolo.
– Piano con le parole giovanotto, hai le prove di quanto dici? Vuoi portarci davanti a un giudice?
– Non ci penso nemmeno. L’ultima volta che c’ho provato ho visto quattro lune piene dalla finestrella della prigione, e m’è bastato.
– Quindi?
– Quindi volevo soltanto sapere dov’è in questo palazzo la premiata società VEG.
– Siamo noi.
Pinocchio non credeva alle sue orecchie. Ma come, quella coppia di imbroglioni andava ancora in giro a vendere la storia dell’albero che fiorisce zecchini? Quindi, ne concluse, che di grulli al mondo non c’è mai carestia. Però con lui non attaccava più, e per buona misura sarebbe andato in giro per mettere sull’avviso la gente del paese.
– Così voi moltiplicate i soldi, e in che campo se mi è lecito chiedere?
– Nel campo finanziario – rispose la Volpe senza scomporsi troppo.
– E in che paese si trova codesto campo magico?
– Dappertutto, e poi non è magico, è matematico.
A quel punto fu il Gatto a prendere la parola. Spiegò a Pinocchio che avevano cambiato vita, giacché si erano stancati di vivere di espedienti. Si erano giurati l’un l’altro che mai più avrebbero grassato, imbrogliato, rubato, truffato e mentito. Così avevano messo in piedi un’attività onesta e rispettabile, una società che permetteva loro una vita discretamente agiata, e in più erano convinti di far del bene per riscattarsi delle passate malefatte.
– VEG significa Volpe e Gatto. Noi ci occupiamo di coloro che hanno pochi soldi e ne vorrebbero di più. Onestamente, s’intende.
– Non ci credo.
La Volpe allora gli mostrò le licenze, i libri contabili, le lettere di stima del Podestà, del padrone della fabbrica, del notaro, e alla fine anche una lucidissima cassaforte nera nella quale venivano depositati i soldi, i titoli e i documenti.
– Vedi Pinocchio, in banca ci va chi è già ricco, ma chi ha solo qualche spicciolo d’avanzo non sa che farne. A tenerlo in casa c’e sempre il pericolo di vederlo prendere il volo, rubato da un ladro o speso per una voglia.
– E allora, lo danno a voi. E perché?
– La nostra società si preoccupa di farlo fruttare e garantisce che alla fine del contratto quello spicciolo ne ha resi molti di più. A noi basta un piccolo margine di quel guadagno.
– Di quell’imbroglio intendete dire.
– Se non ci conoscessimo già mi riterrei offeso. Ti giuriamo sul nostro onore che tutto si svolge nel massimo rispetto della legge, e poi c’è sempre un contratto scritto. Casomai non lo rispettassimo qualsiasi giudice ci metterebbe in prigione senza pensarci troppo, e già che c’è darebbe ordine di buttare la chiave.
Belle parole, però Pinocchio non era ancora convinto. Come si dice, cane scottato dall’acqua calda ha paura anche della fredda. Il Gatto allora gli mise sotto al naso un prospetto.
– Quanti soldi hai?
– Solo quindici soldi, ma io ho bisogno di…
– Non ci serve sapere di quanto hai bisogno, noi dobbiamo solo pensare a come moltiplicare quei quindici soldi. Ecco, vediamo…
I due si misero a confabulare e a fare qualche conto a mente, poi la Volpe si mise a stilare una colonna di numeri che cominciava in alto col 15.
– Ecco, depositando oggi quei quindici soldi abbiamo calcolato che in soli cinque anni saranno diventati novanta. Garantito. Come vedi, questi sono i calcoli che lo dimostrano, puoi verificare tu stesso.
Da quando aveva smesso di essere un burattino, Pinocchio si era trasformato un bravo bambino, obbediente a casa e diligente a scuola, perciò i conti li sapeva fare anche lui, e poi lì bastavano solamente le operazioni elementari che aveva ben imparato. Chiese un foglio di carta e una matita.
Dopo una mezz’oretta passata sulla scrivania dell’ufficio, sollevò il capo per guardare bene in faccia la Volpe e il Gatto.
– I conti tornano, quindi…
– Quindi? – chiese la Volpe.
– Io vi consegno questi quindici soldi, e voi vi impegnate per iscritto che diverranno novanta.
– Certo, come se li avessi già in tasca. Prepariamo subito il contratto – disse il Gatto.
La Volpe prese su da un cassetto un foglio stampato, ci aggiunse il nome di Pinocchio, il valore depositato, la data di quel giorno e il periodo di deposito, quindi lo mise sotto al naso di Pinocchio.
– Prego, devi solo firmare qui e consegnarci i quindici soldi.
Così lui fece, vergò il contratto e posò i quindici soldi sulla scrivania.
– Ecco fatto, quando posso passare a ritirare i miei quaranta soldi? Domattina va bene?
La Volpe e il Gatto risposero all’unisono – No.
– Doman l’altro allora?
– No.
– E quando allora?
– Tra cinque anni, non un giorno di meno – precisò la Volpe.
Pinocchio non era certo di aver capito, oppure aveva paura di aver già capito.
– Ma… ma, tra cinque anni me ne dovrete dare novanta. È come se li avessi già in tasca, così m’avete assicurato.
– Precisamente, detto, scritto e sottoscritto.
– E allora mi anticipate adesso i quaranta soldi, e tra cinque anni me ne darete solamente cinquanta.
I due compari smisero di osservare Pinocchio e si volsero l’uno verso l’altro, poi, dopo qualche attimo di silenzio, sbottarono in un’irrefrenabile risata.
– Ahahah, quaranta subito, ahahah, buona questa! – questo era il Gatto
– E perché non novanta subito? Ahahah! – e questa era la Volpe.
– Ma sì, diamogli anche una mancia! – rincarò il Gatto.
– Ahahah, sì, sì, la mancia, in zecchini! Ahahah! – rispose la Volpe, quasi piegata in due dalle risate.
Pinocchio, rosso in viso come un pomodoro da salsa, si stufò di sentirsi preso in giro, aveva ben poca voglia di scherzare.
– Bastaaa! S’è capito, i quaranta soldi non me li volete dare, e allora mi ripiglio il mio e non se ne fa nulla.
Fu la Volpe a rispondere, ma senza mostrare neppure un minimo segno dell’allegria di prima.
– Ah no, questo non si può fare, siamo spiacenti.
– Come sarebbe a dire? Quelli sono i quindici soldi miei, e io li rivoglio, e li rivoglio subito.
Il Gatto allora allungò la sua zampetta e indicò a Pinocchio un punto del contratto sotto la sua firma. Ci stava una singola riga scritta in caratteri abbastanza piccoli che recitava pressapoco così: ”… inoltre il sottoscrittore si impegna a non richiedere alcun rimborso prima della scadenza della polizza, pena la cessione dei 2/3 del valore investito”.
– Cosa significa?
– Significa che se annulli il contratto ti costerà dieci soldi.
– Ma così me ne resteranno solamente cinque!
– Bravo, vedo che i conti li sai fare anche a mente – commentò con ironia la Volpe. – E chi ha mai detto che studiare non serve a nulla?
– M’avete imbrogliato di nuovo!
– Assolutamente no – rispose il Gatto con aria vagamente risentita. – È tutto a norma di legge. Allora, che intenzioni hai?
– Di riprendermi quel che è mio! – gridò Pinocchio, e con un guizzo raccolse i quindici soldi che stavano ancora sulla scrivania, quindi infilò la porta della stanza e si trovò nel grande ingresso, e stavolta non sembrava più tanto fresco e lussuoso, bensì una grande trappola fredda. Con quattro balzi fu fuori in strada. Il portone non s’era ancora accostato che sentì alle sue spalle le grida della Volpe e del Gatto.
– Fermatelo! Al ladro! Al brigante! All’assassino! Prendetelo!
Allora, senza badare alla direzione, si mise a correre per allontanarsi il più velocemente possibile da quei richiami, e anche per scappare dalla vergogna di essersi fatto abbindolare di nuovo.

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