Maledetta internet!

Sono abbastanza certo che a più di qualcuno capiti di provare la sensazione di essere ormai un pesciolino intrappolato in una rete estesa come il mondo intero, la rete Internet intendo, alla mercé di onnipotenti e occulti pescatori, i quali attendono solamente di gettarti nella loro frittura di paranza.
E hanno ragione di temere.
Badate, non mi riferisco solamente a utenti permanentemente connessi mediante ogni forma di comunicazione digitale, ma anche a persone le quali prima o poi si trovano a dover fare i conti con la digitalizzazione dei contenuti, la loro archiviazione e disponibilità da remoto, ossia con supporti telematici sui quali non hanno nessun controllo.
A quanto pare ormai non si riesce a fare più nulla se non si dispone di una connessione Internet, ma non basta, la connessione deve essere veloce, a banda larga, anzi larghissima, ma non basta ancora, è necessario avere una certa dimestichezza con la lingua inglese e una laurea in informatica. Ove mancasse uno solo di questi parametri l’isolamento è totale, e per di più si aggiunge l’accusa di bizzarria e asocialità.
Così capita che anche per eseguire un’operazione semplicissima siano necessari arzigogolati passaggi in un ginepraio di form, download, cookie, login, username, cloud, password, email, router, banner, OTP, VPN, PDF, ecc. (cosa vi dicevo dell’inglese?), e viene voglia di mandare tutti a quel paese.
Ce lo meritiamo tutto ciò?
Seguendo il ragionamento di Fedro, direi di sì.
Sapete come recita quell’antico adagio “Chi si fa pecora il lupo se lo mangia”, e noi questo abbiamo fatto, abbiamo trasformato la libertà in schiavitù, e ora è giusto che se ne paghi il fio.
La rete Internet, come applicazione civile, agli inizi venne avvertita come una grande opportunità di comunicazione globale (ve lo dice uno che ci sguazza dal 1994), e per un breve periodo svolse alla perfezione questo compito consentendo agli utenti di condividere informazioni che altrimenti sarebbero rimaste difficilmente reperibili in breve tempo. Non veniva inventato quasi nulla che non fosse già presente nei libri, nelle riviste specialistiche, nelle schede tecniche e altri tipi di archivio, ma ciò che importava era che venivano finalmente infrante le barriere dello spazio e del tempo, consentendo l’applicazione pratica su larga scala di quel famoso aforisma di George Bernard Shaw: “Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee”.
Poi, come succede oggi per il Coronavirus, arrivarono le varianti più aggressive, e quelle presero il sopravvento. La condivisione divenne copia, l’inventiva venne soppiantata dall’emulazione, e infine ci si accorse che la rete poteva diventare una favolosa gallina dalle uova d’oro, inondando gli utenti con maree di informazioni definite da un insignificante valore aggiunto che non sia quello di un ritorno economico. 
Inoltre la visualizzazione dei contenuti divenne cervellotica e bizantina, nella scelta dei caratteri si preferì l’estetica alla leggibilità, vennero aggiunti banner, cornici barocche, animazioni, suoni, effetti speciali, tutte quelle inutilità che rendevano indispensabili una maggiore larghezza di banda, server più voluminosi e velocità sempre più elevate. Così, passo dopo passo, app dopo app, clic dopo clic, siamo arrivati alle pagine web di oggi, zeppe di informazioni animate, cangianti, tridimensionali, scintillanti, temporizzate, sovrapposte e, ovviamente, sponsorizzate.
Dove sta l’utilità di tutto ciò? Perché se devo comprare un biglietto ferroviario, la destinazione e la scelta della data di partenza occupano una sezione minuscola della pagina? E quando vado a controllare la posta, mi serve conoscere tutte le offerte speciali della compagnia telefonica? Un servizio postale on-line dovrebbe o no far prevalere la chiarezza sull’estetica? Perché dovrei sorbirmi una carrellata di immagini autocelebrative quando vado a prenotare una visita specialistica? E tutte quelle piccole finestre con i filmati che partono da sé, non vi danno fastidio?
In buona sostanza la rete è ingolfata di dati inutili, anzi peggio, fuorvianti e fastidiosi.
Però, eh, c’è un però, ovvero, per quanto possa sembrare dispersiva e stucchevole, la rete è riuscita a mostrare (di nuovo) il suo lato migliore durante l’emergenza pandemica. Si tratta di un lato che la roboante invadenza estetica aveva quasi nascosto del tutto, ma dal 2020 non si può più negare l’importanza della connessione telematica in ambito aziendale e scolastico.
Fate uno sforzo di fantasia, anche minimo, e provate a immaginare come avrebbero potuto lavorare le aziende con la maggioranza dei suoi operatori di concetto bloccati in casa dalla quarantena. Avete dei figli in età scolare? Avrebbero dovuto studiare a casa, senza insegnanti e senza alcuna possibilità di confronto e controllo dell’apprendimento. Lo so che la DAD in qualche caso ha parzialmente fallito, ma ciò è successo anche per l’assenza di infrastrutture adeguate e per la disomogeneità degli strumenti utilizzati.
Se la sopravvivenza delle attività lavorative e scolastiche nel primo anno di pandemia la dobbiamo all’esistenza di Internet, sarebbe buona cosa riflettere sull’importanza di una rete stabile ed efficiente, con degli standard qualitativi uguali per tutti, come lo sono per l’acqua potabile e l’energia elettrica. È necessario che tale parificazione venga imposta per legge, essendo ormai dimostrato che una connessione inefficace o assente potrebbe ostacolare i diritti al lavoro e allo studio, fondamentali in una società democratica. E già che ci siamo dovrebbe essere vietata ogni forma di traffic shaping, quella tecnologia subdola che consente l’analisi dei dati in transito al fine di favorire il passaggio di determinati pacchetti, ovviamente quelli che fanno business, a scapito dei dati neutrali di condivisione.
Il resto degli obiettivi si possono raggiungere con la formazione, ma che sia onesta e definita negli scopi. Non abbiamo bisogno di allevare dei fanatici retedipendenti, anzi sarebbe il caso di sfatare qualche mito, ma è auspicabile che ci si approcci a Internet come si fa per ogni strumento, dal frullatore all’automobile, con fiducia e prudenza, e soprattutto con un minimo di verità.

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