Questo post poteva essere pubblicato mesi fa, e ciò che mi tratteneva era la consapevolezza della mia insopprimibile vanità.
Si dà il caso che qualche anno fa ebbi l’occasione di andare in Toscana per la premiazione di un mio racconto breve, e già il fatto che io, vile meccanico, mi permetta di partecipare a un concorso letterario la dice lunga sul mio eccesso di autostima. Però andrebbe parimenti considerato il fatto che, pur conscio delle mie inadeguatezze, mi avventuro in mari dei quali poco e male conosco le rotte, con l’unica certezza che non tutte le ciambelle riescono senza buco. In buona sostanza, non cerco una scusante per la mia vanità, ma vi pregherei di considerare come fattore mitigante l’assenza di qualsiasi ricaduta negativa, nel senso che non faccio danni a nessuno, tranne che a me stesso quando mi rendo ridicolo.
Come fu e come non fu, mi presi un paio di giorni liberi per visitare quella zona della Lucchesia, e tra le varie località non poteva mancare Pescia, per salire da quella a Collodi, luogo di nascita della madre di Carlo Lorenzini, più noto come Carlo Collodi, autore del celeberrimo romanzo “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”. Se si esclude il Castello con il grande giardino, per visitare il quale non ho ancora capito come avrei dovuto fare, il paese non era molto diverso dagli altri che sono abbarbicati sui colli della zona, però lì Carlo Lorenzini, nato a Firenze, trascorse l’infanzia presso gli zii materni, e mi venne naturale supporre che una parte dei suoi ricordi si fosse più o meno consapevolmente travasata nelle non sempre allegre vicende narrate nel famoso romanzo. Da quel pensiero al fantasticare sull’eventualità che Pinocchio si trovasse a bighellonare tra quei viottoli erti e costretti entro le mura di umili case il passo fu breve. Ritornato a casa ci ripensai un po’ su, e decisi di lanciarmi in un’altra delle mie missioni suicide, iniziando a scrivere una storia che ha come protagonista sempre Pinocchio, però in veste di bambino in carne e ossa. Si badi bene che non si tratta di una storia di sequel, sarebbe banale, se non addirittura imperdonabile, giacché ho tentato di trovare una collocazione narrativa diversa, seppur coerente col romanzo originale, riutilizzando alcuni dei personaggi già noti, però illuminati con una luce diversa, più attuale, con il capovolgimento di un paradigma diventato di uso comune.
Diversamente dal romanzo di Carlo Collodi, tutte le vicende si sviluppano nell’arco di qualche giorno (da cui il titolo del libro), però le loro conseguenze non sono meno sorprendenti e significative.
Le genesi del mio testo è costellata di incertezze, dubbi e svolte inattese, poiché a suo tempo presi la decisione di pubblicarlo su questo blog una puntata alla volta, e ribadisco letteralmente una puntata alla volta, nel senso che non avevo un plot completo da seguire, nemmeno per sommi capi, al massimo esisteva un’intenzione, forse un miraggio, per certo il desiderio di smarrirsi. Per farla breve, scrivevo una puntata, la pubblicavo nel blog e solo poi iniziavo a riflettere su come avrei potuto far proseguire la storia. Così ci sono stati momenti di scrittura creativa contrapposti a lunghe pause durante le quali l’ispirazione languiva. Il tutto si è tradotto in una ventina di puntate, la prima delle quali è di inizio 2022, mentre l’ultima è stata inserita nel blog più di due anni e mezzo dopo, nel dicembre del 2024. Ci si sarebbe potuto aspettare che le raccogliessi subito in un libro, ma così non è stato, e per due motivi. Il primo è che non ero abbastanza certo della bontà di quanto ero andato raccontando, e il secondo riguardava una sensazione, ossia quella di stare commettendo il reato di “Lesa Maestà”. Mesi e mesi di riletture, affinamenti, puntualizzazioni e ritocchi mi hanno condotto a supporre che, in fin dei conti, il testo era degno di essere pubblicato su carta, pur se passibile di scomunica, ma la spinta decisiva mi è stata offerta dalla consapevolezza che prima di me molti altri avevano “saccheggiato” il romanzo di Carlo Collodi, e non sempre rispettosamente, quindi confidavo di passare inosservato e di farla franca.
Non sto qui a dirvi molto di più su quanto si trova scorrendo le pagine di questo mio romanzetto, sappiate solamente che la lettura potrebbe risultare più godibile se già conoscete “Le avventure di Pinocchio” nella versione originale di Collodi e ne conservate una buona memoria.
Chiedo infine venia per le mie eventuali incertezze lessicali conseguenti al tentativo di dare un’aura di toscanità al testo. Pur non avendo alcuna intenzione di riproporre lo stile della lingua italiana di fine ’800, giacché ne sarebbe uscita quasi una forzata caricatura, mi è parso divertente dare una punta di colore tipica di quella terra al parlato diretto, senza alcuna pretesa filologica s’intende.
Ai posteri l’ardua (si fa per dire) sentenza.
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