Le persone che seguono questo blog dovrebbero aver già capito qual è la mia sfaccettata identità politica, la quale rifugge la prigione di una schieramento, le posizioni faziose e acritiche, gli slogan e le parole d’ordine, ma soprattutto diffido del pensiero comune.
Per contro, a conferma della mia irrazionalità, non nutro un’assoluta idiosincrasia nei confronti di quanto viene grossolanamente etichettato come “ideologia”. Ritengo infatti che una sorta di filo conduttore del proprio pensiero, quello stesso che tesse gli ideali e la forza propositiva sia necessario per non essere una banderuola al vento, o al contrario un inflessibile cinico.
Diciamo subito che alcune prese di posizione mi fanno orrore, e, di conseguenza, coloro che vi aderiscono più o meno spontaneamente, più o meno sinceramente, più o meno esplicitamente, non godono della mia stima (per quel che vale…).
Inizierei con la folta schiera di perbenisti, tutti ben allineati e coperti che si riconoscono nel cosiddetto “partito” del Grande Puttaniere, di quel personaggio da cinepanettone che obbligò i suoi accoliti della Santa Madre di tutte le Corruzioni a giurare che una ragazzina raccattata per strada fosse la nipote di Mubarak. Certo è che basterebbe un minimo di amor proprio per tenersi lontani almeno un miglio da un edificio sorto su fondamenta che puzzano di mafia, edificato senza regole, a misura di un “padrone” al quale era sufficiente elargire prebende e mirabolanti promesse per garantirsi una sorta di immunità sociale, un’orrida costruzione la cui lunga ombra è arrivata a oscurare anche i pilastri della democrazia.
Suppongo che costoro possano giustificarsi adducendo al fatto che “tengono famiglia”, e che in fondo si tratta di mantenere in vita una lunga tradizione italica, quel “do ut des” di millenaria memoria. Quindi ogni spinta ideale viene sopita, ogni sussulto di pudore viene soppresso, ogni verità viene valutata col metro della convenienza, e tutto si risolve in una palude dove sopravvive solo chi sa muoversi tra le sterili sabbie mobili che inghiottono ogni opinione non conforme.
Proseguirei con una genìa ben peggiore, e per certi versi non meno disgustosa. Hanno un leader indiscusso, il comandante in capo di una nave che un tempo fu di corsari, e oggi è di boccaloni che approvano con entusiasmo tutti i rumori molesti che il loro “Barbariccia” rosariomunito emette per far credere loro che sta parlando di politica. Nota: per chi non sapesse chi è Barbariccia, vi rimando alla Divina Commedia, Inferno, canto XXI, v. 139.
Nato decenni fa come movimento che avrebbe dovuto “legare” volgari interessi economici con una territorialità ben definita mediante una narrazione storicamente fantasiosa e vagamente surreale, sulla base di programmi che avrebbero dovuto “fottere” Roma ladrona e il parassitismo imperante a Sud della Linea Gotica, cambiò radicalmente quando i loro capi arrivarono finalmente nelle stanze dei bottoni, e allora quelli si accorsero che ‘o cummanna’ è meglio d’ ‘o fottere. Da quel dì il potere divenne la loro droga, e pur di procurarsela non esitarono di fronte a nulla e nessuno, amici e nemici, novizi e riciclati, gonzi e opportunisti, fiancheggiatori e voltagabbana, megalomani e complottisti, sanguisughe e foraggiatori, soloni e illusionisti, a tutti diedero via anche il culo.
Ora una stolida torma di disagiati è disposta ad applaudire il figuro che la spara più grossa, più antistorica, più inapplicabile, una sorta di pensiero magico condiviso che avrebbe il potere di plasmare la realtà a loro uso e consumo. Sogni, se non fossero incubi.
Andando avanti di questo passo acclameranno con furore ogni misura tesa a stabilire che ci sono razze e razze, uomini più e uomini meno, uomini più più e donne meno meno, che il Far West era l’età dell’oro alla quale dobbiamo tornare, che il dissidente non va contraddetto ma eliminato, che la terra è piatta, che la Bibbia ha sempre ragione e che Darwin era un impostore.
Che strano, mentre sto scrivendo queste righe mi sono accorto che sono giusto i propositi del loro grande fratello d’oltreoceano.
A proposito di fratelli…
Ci sarebbero quelli nostrani, le truppe fedeli alla Santissima Trinità: Dio, patria e famiglia. Per puro caso, questa triade è la stessa dei serbi che assediavano Sarajevo e che hanno compiuto il massacro di Srebrenica. Ma sarà veramente un caso?
Comunque il discorso qui si fa lungo. Già cominciamo male col fatto che nel loro logo brucia la fiamma tricolore di un movimento che era l’erede del Partito Fascista Repubblicano fondato da Benito Mussolini.
Chi frequenta questo blog dovrebbe già conoscere le mie convinzioni, ovvero che per la mia terra gli eventi successivi al 1918 furono una iattura. La Serenissima Repubblica di Venezia ci garantì per secoli protezione, in mare e in terra, una certa tranquillità e la possibilità di sbarcare il lunario, anche se la maggior parte della popolazione era impegnata in lavori umili ma dignitosi, e non mancavano tasse e gabelle che andavano a riempire i forzieri in laguna. Dopo il Congresso di Vienna il buon Metternich si accaparrò i territori della fu Serenissima, anche perché la parola “repubblica” suonava stonata nel 1814. Comunque nel secolo sotto gli Asburgo l’Istria conobbe un certo periodo di prosperità, vennero costruite strade e ferrovie, e soprattutto arrivò la scuola pubblica e l’istruzione obbligatoria. Va da sé che non si trattava di un mondo perfetto, la vita del popolino era sempre dura, e sussistevano delle differenze culturali e linguistiche tra gli istriani dell’interno e quelli della costa, ma il modus operandi asburgico non consentiva prevaricazioni di sorta, anzi spingeva verso una frammentazione delle identità troppo refrattarie al cambiamento, per timore che minassero l’organizzazione imperiale.
Nel 1918 il mondo si svegliò dall’incubo della guerra per precipitare in un altro incubo di miseria, rivalse e odio. La multiculturalità divenne un errore del passato da correggere quanto prima. Se nel 1914 mio bisnonno avrebbe potuto viaggiare da Sarajevo a Praga o a Cracovia con un solo documento, e senza nemmeno la necessità di conoscere il tedesco, il ceco o il polacco, dato che il multilinguismo era diffusissimo, anzi richiesto per alcune mansioni pubbliche, nel 1920 avrebbe dovuto attraversare cinque o sei frontiere, e sempre sarebbe stato controllato e guardato con sospetto in quanto “straniero”, per non parlare poi del problema di farsi capire da persone che consideravano la loro lingua l’unica degna di esistere.
La crisi economica successiva alla caduta dell’impero austriaco accentuò le differenze tra le popolazioni interne e quelle costiere, e la sparizione dell’obbligo scolastico pesò molto di più sulle prime, con un analfabetismo di ritorno, in quanto ai bimbi vennero tolti subito quaderni e matite per sostituirli con un falcetto o un fuso.
Il peggio doveva arrivare negli anni ‘20, quando venne stabilito che tutto quanto non era italiano (lingua, tradizione, toponomastica, usi, feste, nomi, ecc.) non aveva diritto di cittadinanza nel Regno, e doveva “sparire”. Per una tale “pulizia” totale i fascisti italiani palesarono uno zelo degno di miglior causa, con la coercizione economica, politica, sociale e, ovviamente, con la violenza fisica.
Era inevitabile che una tale azione non scatenasse uno spirito di rivalsa, che si manifestò nel 1944 e 1945 con una brutale vendetta contro le popolazioni italofone di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia. Molti, troppi, dovettero abbandonare la loro terra, scacciati o semplicemente impauriti, oppure preoccupati dal fatto che il miserevole stato dell’economia jugoslava, con una valuta debolissima, non garantisse più un’esistenza dignitosa a chi viveva della terra o del mare.
I più vennero accolti come dei paria, più sopportati che accettati, rinchiusi in grandi campi di raccolta dai quali l’unica via d’uscita accettabile era spesso l’emigrazione verso gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia.
Va detto che la ferita non si è ancora del tutto rimarginata, anzi c’è chi fa del suo peggio per farla sanguinare, e io li conosco bene, tutti, sono i nazionalisti. Nel post Frontieri spiego un po’ di come andava la faccenda, e di come certi errori del passato possano ancora trovare degli stolti ammiratori.
Ma più di tutto non mi spiego come i revanscisti istriani non abbiano compreso che tutte le loro pene trovano origine nel nazionalismo italiano degli anni ‘20, e fu proprio quel tricolore a tradirli, a usarli come complici degli aguzzini, che ne siano stati consapevoli o meno. Quando nel 1938 Mussolini annunciò il contenuto delle leggi razziali, lo fece da un balcone della più grande piazza di Trieste, una piazza gremitissima dalla quale si levarono entusiastiche ovazioni, e so per certo che tra la folla non mancavano gli istriani, quindi nessuno può proclamare la sua completa innocenza, nessuno può ergersi a vittima sacrificale, nessuno può puntare l’indice e pretendere soddisfazione, nessuno può ammantarsi di virtù, e nemmeno utilizzare una bandiera per nascondere il proprio difetto.
Il discorso va ancora più in là, in quanto non ho simpatie per le bandiere, nessuna bandiera, le ritengo un confine che può racchiudere un popolo ma separa le genti, come non ne ho per le divise, gli inni, le cerimonie, le liturgie, le feste comandate e via dicendo.
Bene, chiuso il discorso sulla patria, restano Dio e famiglia.
Sappiamo bene a quali sciagure porta la religione quando viene fatta atterrare per usarla a mo’ di clava. Tranne mirabilissime eccezioni, la divinità pretende fedeltà assoluta, e il suo verbo, ovviamente compreso e diffuso da una ristretta élite, promette l’immunità da ogni futuro castigo divino e la protezione da ogni male terreno. Se per il primo punto la faccenda sarebbe tutta da dimostrare, per il secondo mi pare abbastanza evidente che si tratta di una truffa. Però sembra che nessuno ci faccia troppo caso, e anzi alcuni si incaponiscono nello spingersi ancora più in là nell’osservanza ai dettami religiosi, e in genere lo fa applicandosi nello sterminio dei cosiddetti “infedeli”, come se la loro semplice esistenza inficiasse la suprema azione di Dio.
I governanti disonesti, cioè quasi tutti, hanno ben capito come funziona questa potente leva psicologica, e fanno sempre mostra di operare nell’ambito di un credo, ovviamente con la consapevole complicità di chi lo amministra, ben conscio dei vantaggi che se ne ricavano da una tale joint venture. Per questo motivo, quando sento un politico, un demagogo, un militare, una persona potente citare Dio, non posso che provare disgusto e sperare che quel “suo” Dio esista veramente, che si senta “usato” e perciò lo fulmini sul posto. Purtroppo non succede mai, e così sorgono dei dubbi…
Resta da considerare la famiglia, ma qui il cerchio si restringe.
Suppongo che in tale concetto i “fratellini” comprendano solo quella formata da un uomo/marito (maschio, virile, gagliardo, anche un po’ violento) e una donna/moglie (femmina, svenevole, debole, anche un po’ scema), qualche figlio (con le caratteristiche dei genitori), e basta, ovviamente uniti in regolare matrimonio. Al maschio sono concesse delle scappatelle (l’uomo non è fatto di legno), mentre alla donna no (sarebbe una puttana).
Altre forme di famiglia sono “innaturali” e perciò andrebbero bandite, o almeno ostacolate, e pazienza se i più fieri propugnatori di questa purezza matrimoniale sono pluridivorziati, hanno amanti a destra e a manca, o si dilettano col sesso a pagamento (evento altrimenti noto come “cena elegante”).
Vedete bene come io possa avere la più bassa considerazione di chi si schiera con questa congrega di ipocriti metafascisti, persone che a quanto pare hanno problemi nell’avere un pensiero proprio e si rifanno a usi e costumi del Neolitico. Non oso immaginare quale dolore stiano provando a causa della cervicale, marciando tutti compatti con lo sguardo rivolto all’indietro. Un vero peccato, perché se questi “fratelli” guardassero in avanti si accorgerebbero di come tutto l’entusiastico patriottismo viene sfruttato per realizzare un futuro sistema economico ultracapitalista, nel quale loro, piccole persone a basso costo, saranno i primi a venire stritolati e digeriti.
Dopo questa tirata, si potrebbe pensare che io stia invitando a rivolgere la vostra preferenza verso uno dei partiti dell’opposizione, e invece non è così. Non lo è perché non ho ancora terminato di prendermela con qualcuno, e adesso è il turno dei peggiori di tutti.
Mi aiuterò con un esempio.
Immaginate che, per mangiare, siate costretti a servirvi di una grande mensa, un’organizzazione nella quale sono presenti due staff di cucina al completo, dallo chef allo sguattero. La prima squadra è specializzata nella preparazione di piatti a base di carne, mentre nella seconda la carne lascia molto spazio alle verdure. Ogni giorno vi propongono due menù, uno per ogni squadra, e vi danno la possibilità di scegliere, dopodiché verrà servito il menù che ha riscosso la maggioranza di preferenze.
Fin troppo facile a questo punto individuare dei collegamenti tra il mio esempio e le elezioni politiche, ma il mio racconto prosegue.
Ci sono dei problemi. I primi nascono dal fatto che molti di quei sedicenti “cuochi” non hanno le competenze adeguate, anzi in più di qualche caso sono dei veri e propri inetti, incapaci persino di mettere a bollire una pentola d’acqua. Sono lì perché sono amici degli amici, parenti di, mandati da, utili per, in affari con, eccetera.
Non meno gravi sono gli inconvenienti causati dai contrasti tra i due staff, i quali tentano sempre di intralciare le operazioni dei loro competitori, dove parole e azioni si sprecano, dalla calunnia al vero e proprio sabotaggio, passando per i moti di protesta più o meno organizzati dei sostenitori del loro specifico menù. Le conseguenze sono una preparazione frettolosa e distratta dei piatti, nonché un servizio approssimativo e perennemente in ritardo.
La sciagura più grande è però causata dalla disonestà di chi opera in cucina. A partire dallo chef, il quale è il primo a non credere alla bontà di quel che va preparando, passando per tutti i gradi dello staff, fino al più basso, sono lì per altri motivi, per essere presenti, per far carriera, per vanità, per servire un padrino, perché non sanno fare altro, per autotutelarsi, e infine anche per rubare.
Capita che in cucina arrivino meno provviste di quelle che erano state ordinate, succede che parte di quelle siano in pessimo stato di conservazione, talvolta arriva dell’economica cicoria invece dei promessi ma costosi spinaci, spesso i fornitori sono amici, parenti, sodali, creditori di chi lavora in cucina, perciò esistono degli ordini di acquisto riservati o preferenziali, se non addirittura obbligati, e non manca chi sottrae dalla cucina i piatti già bell’e pronti per indirizzarli verso lidi suoi ben celati. Che sia una semplice cresta sul prezzo o una plateale corruzione, sempre rubare è.
La qualità di ciò che viene servito a tavola ne risente, eccome se ne risente, ma chi ha scelto quel menù non protesta, al massimo mugugna tra sé e sé, giusto per non dare soddisfazione a “quegli altri”, mentre chi avrebbe preferito altri piatti può legittimamente lamentarsi, ma la sua azione è sterile, tacciata di vittimismo, di asocialità, di provocazione, perché chi è in minoranza non conta nulla, si tratta di un “nemico” che è stato sconfitto, e ci sta pure bene l’umiliazione. Ubi maior minor cessat, punto.
Però, e c’è un però, in quella mensa ci sono persone, moltissime persone, troppe persone, che non hanno scelto questo o quel menù. Oltre alla noia di dover scegliere, un fastidio che non sempre ripaga dello sforzo, i più ritengono che, comunque ci si orienti, il cibo farà sempre schifo, e in tutta onestà non mi sento di dar loro torto. Ma proprio perché hanno le loro ragioni li considero i peggiori di tutti, sono loro il male oscuro della democrazia, il più pericoloso perché è invisibile, pervasivo, esiziale. Quelle persone scelgono di non scegliere un menù, ovvero non vanno a votare, e ciò è nel loro diritto, però non dovrebbero MAI lamentarsi di quanto viene loro ammannito, questo diritto nego a loro. Se veramente volessero che le cose cambino, sperabilmente in meglio, non dovrebbero sperare che qualcuno scelga al loro posto, dovrebbero prendere posizione, una posizione che definisca il loro perenne scontento. Continuando nell’esempio, su ogni menù dovrebbero scrivere quanto poco stimino i cuochi, non risparmiando critiche salaci e apprezzamenti poco lusinghieri sulle capacità e sull’onestà degli chef, e sono certo che una tale valanga di invettive farebbe il suo effetto dirompente in cucina.
Lo stesso dicasi per il voto. Non sopporto chi non va a votare perché “tanto sono tutti uguali”, e poi si lamenta della sanità, del trasporto pubblico, della scuola, delle tasse, dell’inquinamento, dell’inflazione, dello stipendio (chi ce l’ha…), dell’evasione fiscale, del caro casa, e di tutto ciò che non funziona in questo disgraziato paese. Zitti, dovrebbero stare zitti, potevano farsi sentire forte e chiaro quando è stata data loro la possibilità di farlo. Dato che sono una persona “velenosa”, con un’inesauribile riserva di cattiveria, niente mi vieta di pensare che qualcuna delle recenti vittime sul lavoro sia anche vittima della neghittosità di chi non è andato a votare ai referendum di quest’anno, a quelli che dovevano mettere un freno nella girandola di appalti e subappalti che premia il profitto e penalizza la sicurezza. Ai seggi si sono presentati circa quindici (15) milioni di aventi diritto e, dato che dei quesiti riguardavano il mondo del lavoro, ci si sarebbe dovuto aspettare che almeno i dipendenti delle aziende private sentissero l’urgenza di una migliore regolamentazione. Questi sono sedici (16) milioni circa, e suppongo che parte di loro abbia una famiglia che tiene a loro, al benessere e alla sicurezza. Se tanto mi dà tanto, il quorum doveva essere agevolmente raggiunto, ma invece non è stato così, il che ha un solo nome, “autolesionismo”, e niente di vieta di immaginare che qualcuna di quelle vittime, quel giorno, è “andato al mare”.
So benissimo di essere perfido, ma, come disse lo scorpione alla rana prima di affogare “, è nella mia natura”, però sono in buona compagnia, e lo sono ai piedi di chi mi sovrasta in tutto e che aveva così bassa considerazione degli ignavi da giudicarli indegni persino dell’Inferno.
«E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.
Ed elli a me: “Questo misero modo
tengon l’anime triste di coloro
che visser sanza infamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
delli angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé foro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.
E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.»
Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto III
Il mio invito a questo punto dovrebbe essere chiaro. Se veramente ci tenete a che le cose funzionino, per voi e per tutti, se veramente credete nelle vostre opinioni, se veramente considerate la dignità un bene essenziale e non un lusso, se vi siete stufati di farvi prendere in giro, se vi considerate degni di rispetto, alla prossima occasione presentatevi in massa ai seggi, e poi esprimete sulla scheda il vostro pensiero, e che sia depresso, irato, incerto, utopico, ingenuo, incomprensibile, provocatorio, non ha importanza, sarà sempre meglio di niente. È ovvio che la scheda verrà annullata, ma nessuno avrà il potere di zittirvi, e dovrebbe costituire un severo monito verso chi vi considera semplicemente un gregge da tosare o da portare al macello.
Auguri.
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