Le verità

Insomma, c’è questa zanzara che mi dà il tormento da parecchi anni. Gira e gira, ogni tanto la sento, poi sparisce e mi dimentico di lei, ma lei no, di me non si dimentica, e torna a punzecchiarmi con il suo incitamento a dar forma a un’idea pazza. “Scrivila!”, e per un pò il bozzo mi prude mentre ci penso su, ma poi lascio perdere. Così lei torna all’assalto. “Scrivila!”, e dagli, di nuovo. Ho un bel dire che non me la sento, non lo so fare, ma quella niente, fa orecchie da mercante, e a dirla tutta manco so se ancora c’è. Magari parlo da solo…
Gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra, e a me, che di pietra non sono, basta anche meno d’una serie di gocce d’acqua per farmi cedere. Oltre al puntuto sprone di quel fastidioso dittero, c’ha pensato la mia quinta colonna a farmi cedere, l’insopprimibile vanità che sempre accompagna i miei atti e che fa di me una sorta di Icaro spennacchiato.
Non dovete leggere questo testo come fosse un vero e proprio racconto, anzi non dovete nemmeno leggerlo se avete di meglio da fare. Se proprio avete deciso di insistere prendetelo più come una sceneggiatura teatrale, con i personaggi che hanno due voci, quella della mente e quella della bocca (che non sempre vanno d’accordo).
Per me è la cosa più stramba e difficile che mi sia capitato di scrivere, peggio di “Trittico” che già era fuori come un balcone, perciò sappiate che si tratta dell’azzardato esperimento d’un apprendista stregone.

 

Le verità

V: Speriamo bene. Chissà cosa vuole da me l’amministratore delegato. Bah, che situazione schifosa. La porta è già aperta, meglio bussare
– Ehm, permesso? M’ha fatto chiamare?
Guarda, c’è pure la Sfinge. Certo che ci vuole dello stomaco per andare a letto col suo capo. Avrà vent’anni più di lei.
– Buongiorno, scusate, se non è il momento posso passare più tardi.

AD: Chi c’è adesso? Ah sì, quel tecnico. Va bene, il resto lo vedrò dopo.
– No, no, venga pure giovanotto, un attimo e sono con lei. Si accomodi.

S: Porca miseria, sempre i lavori a metà mi tocca fare. Che poi devo spiegargli tutto daccapo a ‘sto rimbambito.
– Va bene dottore, non c’è problema. Se lo desidera riprendiamo più tardi. Intanto preparo il fascicolo di concessione.

AD: – Sì, è meglio. Grazie signorina.
Intanto chiudiamo questa faccenda che mi sta dando il tormento. Che poi me la voglio rivedere quella pratica di concessione, con calma. Non mi è chiara per niente..

V: Bene, via il dente via il dolore, al massimo mi licenziano. Ehi, tutto sommato la Sfinge non è male, però ce ne mette di malta sul viso per nascondere i suoi quaranta.
– Scusatemi, veramente non vorrei disturbare…
Veramente vorrei essere all’altro lato del pianeta, e perché tutta questa fretta?

AD: – Nessun disturbo signor… signor…
Porca miseria, mi sono dimenticato il suo nome, ce l’avevo qui sulla scrivania, che figura di merda.

S: – Vatta, Gianpiero Vatta, responsabile EDP di statistica.
Niente, non si ricorda niente, e gli ho messo pure un bigliettino sulla scrivania. Chissà dove l’ha imboscato.

AD: – Ah, Grazie signorina. Cosa farei io se lei non ci fosse.
Uffa, poteva anche fare meno la precisina. Non la sopporto più.

S: Già, dovrebbe provarlo, così vediamo se la prossima volta che chiedo un aumento mi fa quella faccia stranita.
– Ma le pare dottore. Dovere. Ora andrei se non le spiace. Arrivederci signor Vatta.
Ma dove si veste questo, al mercato degli stracci?

AD: – Ecco, prego, si sieda signor Vatta.
Bella camicia, hawaiana. Comoda, più comoda di questo colletto che mi sta strozzando.
– Allora, mi dica, si trova bene qui da noi?

G. Strana domanda. Banale, ma non me l’aspettavo.
– Sì, certamente.

AD: E vorrei vedere, con lo stipendio che gli passiamo ci mancherebbe solo che si lamenti. Però devo procedere con attenzione.
– E con i suoi colleghi come va, andate d’accordo?

G. Ma che cacchio di domanda è? Chi li vede i colleghi? Non lo sa che io sto tutto il giorno chiuso in un ufficio davanti a quattro monitor?
– Ah, beh… certamente, nulla da dire, siamo una bella squadra.
Che frase stupida, ma non m’è venuto in mente nient’altro. Forse farà effetto.

AD: Una bella squadra dice, come se fossimo un’associazione sportiva. Che modo di ragionare! Dove pensa di essere, in televisione? E questo qui ha la responsabilità dei computer di statistica. Mah…
– Vede Vatta, noi l’abbiamo assunta un paio d’anni fa perché ci è stato fortemente raccomandato da un nostro fornitore di fiducia, …
Che poi è anche amico mio, ma questo è meglio non farglielo sapere.
– … e posso dire che lei ha soddisfatto tutte le nostre aspettative.

G.: Uff, per un attimo ho pensato che avessero scoperto tutto.
– Grazie dottore, faccio del mio meglio.

AD: – All’epoca noi cercavamo una persona competente, ma anche riservata, lei sa bene che certe informazioni non devono uscire dall’azienda, e ci venne proposto il suo nominativo.
Perlomeno non era uno sconosciuto, un laureato piovuto da chissà dove, e c’era stato detto un gran bene di lui.

V: Chissà cosa mai gli avranno raccontato per spingere così in alto la mia candidatura a quel posto.
– Dovrei ringraziare il mio ex datore di lavoro per avervi fornito delle referenze tanto generose.

AD: Certo, erano state delle referenze eccellenti, e ci si chiedeva come mai la sua azienda l’avesse lasciato andare via
– Dovrebbe farlo. È raro trovare una persona talmente corretta da preoccuparsi di ricollocare un suo dipendente del quale deve fare a meno.

V: – Ha ragione dottore, è stata proprio una brava persona, e se non ci fosse stata quella crisi…
Meglio buttarla lì, tanto una crisi non manca mai di capitare prima o poi.

AD: La crisi, di quale crisi sta parlando? E perché lui non m’ha detto niente?
– Ah sì, la crisi, che sfortuna. Comunque è stata superata, e da quella è sorta una fortuna, anzi due, per lei che si trova occupato convenientemente, e per noi che abbiamo un fidato collaboratore.

V: Che idiota! Non sa che proprio il suo fornitore m’ha voluto qui e mi paga un extra per passargli i numeri che contano, così sbaraglia la concorrenza e controlla di essere pagato per tempo. Di questi tempi non ci si può fidare di nessuno, così m’ha detto.
– Certo dottore, non potrei mai lavorare in un’azienda che è scontenta del mio operato.

AD: Non potresti perché verresti licenziato, è ovvio. Altro che fiabe.
– Interessante punto di vista, e se lo manterrà prevedo per lei una brillante carriera presso la nostra azienda.

V: Sicuro, brillante come una cometa, perché dovrò filare prima che scoprano come sono entrato nel sistema. Per il momento mi stanno entrando dei bei soldi, e proprio a me è affidata la sicurezza intranet, però essere ingordi è da stupidi.
– Lei mi lusinga dottore.

AD: – Niente affatto signor Vatta, niente affatto…
Bene, ora che abbiamo rotto un po’ il ghiaccio è ora di vedere con attenzione cosa c’è sotto.
– E, mi dica, si è già fatto qualche amico tra i colleghi?

V: Dopo due anni? Una domanda simile la farai dopo un paio di mesi, non dopo un’eternità che ci lavori assieme, beh, assieme per modo di dire.
– Mi scusi, temo di non capire.

AD: Ecco, cominciamo male. Io non sono fatto per queste cose, mi scappa sempre qualche frase infelice. Ma se non le faccio io queste domande non le può fare nessuno.
– No, volevo dire, c’è qualche collega col quale va più d’accordo? Sa, noi siamo convinti che dei buoni rapporti interpersonali abbiano un effetto favorevole sull’efficienza.

V: Qualcosa non mi torna. Forse il capo sospetta qualcosa e spera che sia proprio io a fornirgli degli indizi. Sarà meglio restare sul vago, ma neppure fare il finto tonto, non sarei credibile.
– Senta dottore, non se la prenda, ma non vedo il senso di queste domande. Sapete benissimo che io lavoro da solo.

AD: Ecco, ora la frittata è fatta, tanto vale essere chiari. Però è meglio che ci vada piano, potrebbe prenderla nel verso sbagliato, e allora sì che sarebbero dolori.
– Ha perfettamente ragione signor Vatta, e mi scuso per non essere stato sincero con lei, ma ora vedrò di rimediare.

V: Oddio, cosa succede ora? Mi spostano? Mi licenziano? Chiude l’azienda?
– L’ascolto.

AD: Da dove comincio? Ah sì, dalla festa.
– Si ricorda di quando abbiamo preso quella grossa commessa per la Croazia?

V: Grossa per modo di dire. Sarebbe stato meglio definirla estremamente lucrativa, quasi un furto. Per non parlare del foraggio sparso qua e là.
– Certamente. Ricordo che solamente la nostra offerta aveva soddisfatto tutti i parametri imposti dal cliente.

AD: Già, li avevano stabiliti assieme al cliente, siamo andati a colpo sicuro.
– E ricorderà che i dipendenti avevano deciso di festeggiare in un locale dove si esibivano delle ballerine, come dire, speciali? C’era anche lei, vero?

V: – In un locale,… era un night club con delle ballerine di Lap Dance., niente di che.
Se li ricorda bene i suoi colleghi che sbavavano e infilavano biglietti da cinque, i poveracci, e da cinquanta, i capi, tra la pelle della ragazza e l’elastico del tanga. Depressi e repressi.

AD: Pensa, pensa, pensa. Come servirla adesso quella pietanza che rischiava di diventare indigesta per entrambi?
– Dunque lei c’era.

V: E allora? C’erano quasi tutti i componenti di sesso maschile degli uffici. Perché adesso questo tono accusatorio?
– Sì, c’ero, ma non da solo, dovrebbe saperlo, e poi non vedo cos’abbia a che fare col mio lavoro.

AD: Qua si mette male. Mondo cane, riesco a trattare con personaggi della politica e della finanza, e adesso m’incasino con questa nullità.
– Nulla, le ripeto, siamo soddisfatti di lei. Però… alcuni suoi colleghi hanno raccontato in giro che lei se n’è andato quasi subito, anzi, per dirla con le loro parole, è scappato dal locale. Aveva forse qualche impegno a quell’ora di notte, oppure stava male?

V: – Ovviamente no. Sono tornato a casa, e stavo benissimo.
Sarebbe stato stupido inventare una storia poco plausibile, anche se era abbastanza stupida la domanda.

AD: Bene. Perlomeno vengono confermati i fatti. Adesso si tratta di vedere se verranno confermate le illazioni.
– Ecco, mi perdonerà se quanto sto per dirle potrebbe suonare offensivo, però qualcuno ha malignato che lei si sia trovato a disagio in quel locale, per, come dire, un suo disinteresse verso il sesso opposto.

V: Che stronzi incapaci di farsi gli affari loro. Adesso capisco il motivo di certe occhiate e malcelati sorrisetti.
– Ah, è così dunque.

AD: Ecco qua, ci siamo. Stamattina, quando gli era arrivato quel promemoria, gli era venuto un colpo, e già temeva che tutta la faccenda sarebbe risultata sgradevole. Purtroppo l’amaro calice non è ancora vuoto.
– È così? Sa, signor Vatta, questo suo abbigliamento colorato, il fatto che non ceda mai a espressioni volgari, e men che meno esprima apprezzamenti verso le nostre impiegate, tutti comportamenti ammirevoli i suoi, questo sia chiaro, ha ingenerato in loro la convinzione che lei sia… sia…

V: – Gay?
Ecco perché è stato chiamato su dal grande capo. Però, anche se lo fosse, perché scomodare l’amministratore delegato?

AD: Finalmente questa parola è uscita, non dalla sua bocca, ma è uscita, e ora non resta che far comprenderne al giovane le possibili implicazioni.
– Esatto. La prego di credermi, io non ho nulla contro questa scelta di vita, però lei di certo saprà da quale ambiente proviene la maggior parte dei nostri clienti.

G. Lo so, lo so, brutto bastardo, li ho visti passare nei loro i mantelli rossi e la berretta uguale, mi è capitato di scorgere benedizioni e genuflessioni.
– Suppongo che intenda la Chiesa, i preti insomma.

AD: Anche un cieco si sarebbe accorto del viavai di figure religiose negli uffici commerciali della società, perciò lui è stato scorretto non informarli subito delle sue tendenze sessuali. Si sa come la pensano i preti al riguardo, però questo non posso dirlo, almeno non in questi termini. Ci mancherebbe pure una denuncia per omofobia.
– Vedo che ha capito signor Vatta. Ora lei ci ha messo in una posizione difficile, e la soluzione è unicamente nelle sue mani. Le posso garantire che noi sapremmo ben ricompensare la sua scelta di sciogliere il nostro rapporto lavorativo, e quando dico bene, intendo molto bene. Le posso assicurare che provvederò io personalmente a un consistente supporto economico. Ovviamente mi dovrebbe garantire la massima discrezione.

V: Questa proprio non me l’aspettavo. Vediamo fin dove arriva questa pazzia.
– Dunque perché dovrei dimettermi? Perché sono gay e scandalizzo gli altri dipendenti? Perché sono gay e voi rischiate di perdere clienti? Perché sono gay e quindi non sono accettabile per il buon nome della società?

AD: Già, perché dovrebbe farlo? Ma lo deve fare, e lo deve fare in silenzio, altrimenti lo scandalo sarà peggiore del danno. Pagheremo quel che ci sarà da pagare, e anche di più, basta che che questa faccenda non salti fuori.
– La prego signor Vatta, lo farà?

V: Glielo dico o non glielo dico?
– No, non lo farò.

AD: Lo sapevo, lo sapevo che sarebbe finita così, che mi troverò di fronte un integralista disposto a farci finire tutti sul rogo piuttosto di cedere di un millimetro. E adesso mi toccherà pure pregare, io, che muovo miliardi, pregherò che un morto di fame prenda i suoi quatto soldi e si levi dai coglioni.
– Ma, mi dica signor Vatta, perché?

V: Ora glielo dico, o forse no, oppure sì. Teniamolo in sospeso ancora un po’.
– Perché,… Perché non sono gay.

AD: Orpo! Mi sta dicendo la verità o mi sta raccontando una balla?
– Guardi che non ci sarebbe niente di male se lei,… e comunque fuori da questo ufficio nulla si verrebbe a sapere.
Ma che cazzate sto dicendo, se proprio da fuori sono arrivate quelle voci sul suo conto. Sono proprio un fesso, ma forse, in questa situazione, è meglio comportarsi da fessi.

V: – Le assicuro dottore, non sono gay, e non capisco come qualcuno possa averlo immaginato.
Ma tu pensa, mi chiama il grande capo, perciò ho temuto di essere stato scoperto, e lui invece mi domanda se mi piacciono gli uomini, e pure giustificarmi mi tocca. È una roba da ridere.
– Mi scusi, ma a lei chi ha passato questa informazione fasulla?

AD: Se veramente non è gay io sto facendo una figura di merda, e qualcuno pagherà per questo, oh se la pagherà, ma prima di tutto io devo essere sicuro. ‘Sto tipo non mi convince del tutto.
– Vede signor Vatta, non è stata una persona sola a farsi questa idea, diciamo che il suo comportamento sempre educato, le gentilezze verso i colleghi e il suo abbigliamento estroso hanno suscitato curiosità, e poi c’è stata la fuga da quel locale…
Anch’io mi incazzerei se fossi additato solamente per non aver tenuto un comportamento grossolano, oppure per essermi dimostrato altruista, e poi uno, nei limiti della decenza, può vestirsi come cazzo gli pare. Ma c’è l’episodio di quel bar con le ballerine seminude.

V: – Ho capito, se mi fossi comportato da buzzurro e avessi indossato una felpa beige su dei pantaloni marrone di velluto a coste o, meglio ancora, se fossi arrivato in ufficio in giacca e cravatta nessuno avrebbe sospettato di me?
Calmati, stai esagerando, è pur sempre l’amministratore delegato, e anche se è un cretino che amministra un’azienda di stronzi, ha comunque il potere di cacciarmi quando e come gli pare. Finché questa vacca ha ancora latte devo preoccuparmi solamente di mungerla, anche se mi daranno della checca.
– Mi scusi lo sfogo dottore, non volevo mancarle di rispetto, sono certo che se avessi commesso qualcosa di inopportuno la direzione me l’avrebbe fatto presente, mentre ciò che ha sentito sono voci di comari, persone forse invidiose dell’apprezzamento che ricevo nello svolgimento delle mie mansioni.

AD: – Nessuna offesa, signor Vatta, lei ha tutta la mia comprensione. Se lei non è… volevo dire, dato che non è… insomma, metteremo a tacere quelle voci maliziose.
Qua va sempre peggio, sto parlando come se fossimo in un tribunale, e poi io non ho nemmeno il potere di zittire qualcuno, tanto meno di impedire che si formino delle idee sbagliate, sempre che siano sbagliate…

V: Quasi quasi mi viene voglia di dar corda a quei pagliacci della contabilità. Vedrai come mi vestirò, e come mi comporterò i prossimi giorni. Se quelli sospettano che io sia gay li farò morire, e quando andranno a riferirlo in direzione si prenderanno una bella musata.
– Grazie dottore, non avrei mai immaginato che il mio modo di fare potesse essere d’imbarazzo per la società. Vedrò di fare più attenzione in futuro.

AD: Uff, la sta prendendo bene, però vorrei non averlo mai assunto. Speriamo che non mi dia problemi in futuro…
– Ottimo, e penso che non sia il caso di parlarne oltre. Mi sarebbe dispiaciuto privarmi della sua collaborazione, e sono certo che i suoi colleghi cambieranno idea. Si ricordi, se ci fossero problemi la mia porta è sempre aperta.

V: – Grazie dottore, e già che lei si è dimostrato così disponibile nei miei confronti, troverei corretto offrirle anche la mia versioni dei fatti per quella serata strana.
Lo vedo da me che non è ancora convinto. Chissà da quanto tempo circolano quelle voci, e più di qualcuno sarebbe disposto a giurare che sono vere affermando di aver visto chissaché.

AD: Bene, bene, benissimo. Hanno detto che appena lui ha visto quelle donne nude è scappato via come se avesse visto il diavolo. Comportamento da integralista religioso o da gay. Quale dei due è lui?
– No signor Vatta, non occorre, lei ci ha già offerto tutte le spiegazioni del caso, troverei offensivo nei suoi confronti farle altre domande.

V: Come no, offensivo come hanno fatto finora, dandomi della checca perché mi vesto come mi pare, non bestemmio e non palpo il culo alle giovani segretarie.
– Lo so, cioè so che il caso è chiuso, però non mi neghi la soddisfazione di levarmi questo sassolino dalla scarpa.
Che poi sarà il sasso che cascherà sulla testa di quelle malelingue.

AD: – Prego, se le fa piacere. L’ascolto allora.
Meno male, non avrei mai saputo come chiederglielo.

V: È chiaro che non posso dirgli la verità. Che ne sa lui di gioco d’azzardo, di debiti, di strozzini e degli ambienti che quelli frequentano? Quando ho visto tra la folla il Fanelli con i suoi compari ho preferito dileguarmi subito. Ora, per fortuna, non mi cercano più, ma quella sera m’avrebbero affettato.
– Vede dottore, forse le sembrerò uno stupido, so che a certe cose non ci tiene più nessuno, ma io non me la sentivo di restare lì perché mi sono impegnato con un’altra persona. Insomma, sono fidanzato.

AD: – Con una donna?
Ma che scemo che sono! Dopo tutto quanto è stato detto finora vengo fuori con una domanda del genere? Ci mancherebbe che rispondesse che è fidanzato con un uomo. Speriamo che non se la prenda.

V: A una domanda scema si riceve una risposta scema, però se l’è cercata.
– No, con un marziano. È ovvio che si tratta di una donna, anzi una ragazza.

AD: Non se l’è presa, meno male. Ora devo ricordarmi di pensare prima di parlare.
– Benissimo, congratulazioni. Immagino che sarà una bella figliola, lei se la merita, un così bel giovane…

V: – Ah dottore, non serve che se la immagini, lei la conosce già.
Ma guarda che faccia ebete gli è uscita. Spero che non sia la stessa cosa quando tratta gli affari. I bilanci sono a posto, però con questo tipo al timone non si sa quando dureremo.

AD: La conosco, e chi sarà? Non ho mai visto questo bel tomo bazzicare con le amiche di mia figlia, anche se non so mai veramente cosa faccia durante il giorno.
– Allora non faccia il misterioso, su, mi dica chi è.

V: Bah, glielo dico, tanto prima o poi sarebbe venuto fuori egualmente. È matematico.
– Si tratta di una delle assistenti della sua segretaria personale, quella ragazza che è venuta a lavorare qui circa quattro mesi fa. Si chiama Karin.

AD: Forse si tratta di quella biondina pallida che ho visto un paio di volte in segreteria. Non conosco i nomi di tutti, lì girano le persone a ogni stagione.
– Ah sì, Karin, ricordo, una ragazza veramente carina, mi perdonerà il gioco di parole.

V: Ma questo qui è veramente tutto scemo, e poi vorrei proprio vedere se sa chi è. Karin ha un contratto di sei mesi, al posto di una stagista, e poi ciao. Solo la Sfinge è inamovibile.
– Certo, i suoi sono dell’Alto Adige, ma lei preferisce stare qui, al calduccio dice. Ci sposeremo presto, giusto il tempo di trovare un appartamento adatto a una famiglia.
E che mi possa permettere, perché lei tra due mesi è in strada.

AD: – Bravo, mette su famiglia quindi, auguri.
Benissimo, è fatta. Con questa Karin abbiamo dato scacco matto a quella banda di idioti, e sarei tentato di detrarre dal loro stipendio il tempo che m’hanno fatto perdere per niente.
– Per niente rinuncerei a conoscere la sua fidanzata. Aspetti che la faccio venire qui.

V: Lo fa davvero, sta chiamando la Sfinge per far venire qui Karin. Speriamo che lei non faccia la timidona come al solito.
– Dottore, lei mi fa troppo onore.

AD: Con questa crisi di matrimoni, due che si sposano è già un evento, e guarda, tutti e due nella mia società. Chi so io ne rimarrà molto compiaciuto. Devo solo convincerli a sposarsi in chiesa.
– Arriva tra un momento. Non tema non ho intenzione di rubargliela, lo jus primae noctis è stato abolito da qualche secolo.

V: Ah sì, quella roba medievale della prima notte di nozze. Ma sta a vedere che crede pure di essere stato spiritoso. Allora se fa le battutine lui me le posso permettere anch’io.
– Ah ah, buona questa, comunque non farebbe a tempo, non sarebbe la primae. Sa, Karin attende un bambino, è di tre mesi.

AD: Ahi, questo è un problema, o forse no, è la prova definitiva che le voci sono infondate. Comunque la Chiesa è più permissiva oggi, non possono permettersi di fare troppo gli schizzinosi, quindi nulla è ancora perduto.
– Benissimo, doppi auguri allora, e io vorrei proporvi una cosa, ma attenderei che ci sia qui anche…
Come cazzo si chiama quella?

V: – Karin?
Già non si ricorda più come si chiama. Siamo a posto, non ha ancora sessant’anni e perde colpi.

AD: Sì, Karin, Karin, Karin, e non me lo dimentico più adesso. Spero.
– Lo so che si chiama Karin, ero incerto se usare una formula un po’ demodè definendola la sua promessa sposa. Lei, abbigliamento a parte, non mi pare insensibile a certe formule.
Salvataggio in calcio d’angolo.
– Ah, eccola qui, prego signorina, si accomodi. Sa, il signor Vatta m’ha raccontato tutto. Congratulazioni.

K: Ma perché cazzo quello scemo è andato a raccontare le nostre cose al capo? E che gli frega a quello di noi. Tanto tra due mesi il contratto scade e mi licenzia.
– Grazie dottore, ma non penso che Giampi, volevo dire il signor Vatta, avesse il diritto di disturbarla. Sappia che non è stata un’idea mia.

AD: Ma guarda, non sono ancora spostati e quella già lo sta scaricando. Andiamo bene.
– Mi perdoni se la contraddico signorina, il suo Giampi, a causa di un malinteso del quale è stato vittima, può accampare tutti i diritti che vuole.

K: Spero che non sia una delle sue solite alzate di ingegno. Già siamo messi male, l’appartamento non si trova, e io tra sei mesi sarò una disoccupata con un bambino da crescere. E chi me lo dà più un lavoro?
– Ma cos’è successo, sei di nuovo nei guai? Cos’hai combinato stavolta?

V: Uffa, che stress. Per una volta che mi sono indebitato al gioco. Certo è che se questa crede che una volta spostati mi comanderà a bacchetta ha sbagliato burattino.
– Ma no Karin, non è successo niente. Ti spiegherò tutto più tardi. Semplicemente stavamo discutendo ed è saltato fuori che mi sposo, e così il dottore ha voluto saperne qualcosa si più. Punto.

K: Ma da quando in qua gli amministratori delegati si preoccupano della vita sentimentale degli impiegati? E poi, che diritto ha lui di mettere il naso nelle nostre faccende, mica vorrà anche assistere al parto?
– Lei è troppo gentile dottore, ci mette in imbarazzo.

AD: – Al contrario Karin, posso chiamarla Karin?
Eh, stavolta me lo sono ricordato il nome.
– L’imbarazzo è mio perché non ci siamo accorti che due giovani con i quali siamo a contatto ogni santo giorno stavano costruendo qualcosa di bello, di straordinariamente bello: una famiglia.

K: Ma dico, da dove viene fuori questo, dal libro Cuore? Che poi io ho ben detto a Giampi di non dire niente di noi. Nessuno si è accorto che sono incinta, e me ne sarei andata da qui senza dover sopportare la solita trafila di domande.
– Purtroppo tra un po’ sarebbe stato impossibile nasconderlo, perlomeno per me, e avremmo comunicato a tutti la notizia.

V: Non s’era rimasti d’accordo così. Che figura ci faccio io, mettere incinta una giovane segretaria appena arrivata. Anche se poi la sposo, puoi stai sicuro che sopra la mia testa apparirà un cartello di avvertimento per tutte le stagiste: pericolo, stare lontane. E ciao divertimento. Karin non lo sa, ma posso vantare un discreto curriculum. Sul lavoro sono un angelo, ma se riesco a ottenere un appuntamento non hanno scampo, tanto prima o poi se ne vanno. È che con lei non sono stato attento e mi sono fregato con le mie mani, anzi non erano proprio le mani.
– Sa, non sapevo come dirlo ai miei colleghi, mi sarebbe parso come di vantarmi.

AD: Non mi sembra il tipo, comunque se ci teneva tanto a rispettare l’etica del fidanzamento poteva anche aspettare di essere sposato prima di mettere incinta la ragazza. Questi giovani hanno sempre fretta.
– Invece io credo che ci si possa vantare di sposarsi con una bella ragazza come Karin.
Per la verità è abbastanza slavata, e non è strano che non mi sia nemmeno accorto della sua presenza in questi mesi.
– E poi m’hanno detto che è una ragazza seria, sempre puntuale e corretta sul lavoro. Mi creda signor Vatta, creda a me che ne ho viste tante passare di qua, Karin è una perla rara, non se la lasci scappare. Piuttosto, mi perdoni una piccola curiosità, ormai ce la potremmo concedere qualche confidenza, vi sposerete in chiesa?

K: E che gli frega a lui se io mi sposo in chiesa, in comune, con un rito celtico o con una cerimonia giapponese? Non mi pare che Giampi sia particolarmente osservante, e a me importa solo di avere le carte a posto per il bambino, che poi al Giampi ci penso io a farlo rigare diritto, gli faccio io da messa e sacerdote.
– Ma, vede dottore, non so se nel mio stato…

AD: – E che c’è di male nel suo stato? Nel matrimonio si fanno i figli, voi vi siete semplicemente portati avanti col lavoro. Lasciate che faccia una telefonata a chi so io e avrete una cerimonia in chiesa coi fiocchi.
Ottimo, una giornata cominciata malissimo sta girando verso il bello. Questi me li cucino io, li faccio sposare in chiesa e poi me li tengo qui come famiglia felice, la famiglia tradizionale, quella che piace ai miei clienti.
– State a sentire, si dice che gli amministratori siano persone senza scrupoli, che badino solo al fatturato, ma non è così. Non potrei accettare che voi non disponiate di quanto è necessario per crescere bene i vostri figli.
Chissà se l’hanno capita la differenza tra vostro e vostri, perché uno solo non basta nella famiglia felice.
– Lei signorina verrà assunta a tempo indeterminato, così non dovrà mai crucciarsi per trovare un’occupazione stabile, e dopo la cerimonia in chiesa partirete subito per il viaggio di nozze che io personalmente mi occuperò di organizzare. Dite, dove vi piacerebbe andare?

V: – Ma… ma… veramente noi non avevamo ancora deciso, forse dai suoi, in montagna. Sa avevamo altri pensieri, il bimbo in arrivo, l’appartamento…
Cosa sta succedendo? Sono arrivato qui per essere licenziato e ora il capo mi sta facendo ponti d’oro. Certo è che se non avessi messo incinta Karin tutto questo non sarebbe successo. Pensavo che questo mio figlio mi avrebbe complicato la vita, e invece sembra che sia un segno per darle una svolta.

K: Ma tu guarda, ora avrò un lavoro, un marito, un figlio, e mi sposerò in chiesa come desideravano i miei. Tutto sta andando per il meglio, e quasi ne sono spaventata. Avevo appena trovato questo contrattino di sei mesi, e parlando con le ragazze non mi ci è voluto molto per scoprire chi era il galletto che più si dava da fare, così gli ho fatto credere che è stato lui a mettermi incinta, tanto, un mese più un mese meno, e chi ci bada. Mai più avrei pensato che mettendomi con lui avrei risolto tutti i miei problemi. È un vero portafortuna.
– Tutto quello che vuole lei dottore, mi mariterò in chiesa, coll’abito bianco, sarò una sposa bellissima per il padre di mio figlio, o figlia, non lo sappiamo ancora. Come si può dire di no a una persona gentile come lei?

AD: Filotto!
– E guai a voi se mi ringraziate, per me è un dovere, e lei Vatta riceverà un aumento di stipendio, così potrete permettervi un appartamento con le comodità che spettano a ogni famiglia che si rispetti.

V: – Dottore, se non possiamo ringraziarla non sappiamo che altro dire, lei è una persona incredibile, e su di me potrà sempre contare, sempre.
O almeno finché saranno utili e redditizi i dati che passo al suo amico.

AD: – Beh, per cominciare potreste dire che è ora che torniate ai vostri posti di lavoro. L’azienda non va avanti da sola, c’è bisogno del vostro lavoro come del mio, e dobbiamo sempre cercare di fare nel nostro meglio, qui e, perché no, anche fuori da qui. Arrivederci e buona giornata.
Via, via, ho già perso troppo tempo per questa cazzata.

K: Meglio scappare prima che mi svegli e scopra che è tutto un sogno
– Vado dottore, arrivederci.

V: – Sì, torno anch’io alla mia postazione. Graz… volevo dire arrivederci.
Spero che la mia faccia non mi tradisca. Sto per scoppiare a ridere, e aspetta che arrivi giù…

AD: – Signor Vatta. Mi scusi, ancora un attimo.
Non è superfluo, è necessario un punto e a capo, per fare chiarezza e passare ad altro, per pensare ad altro.
– Non servirebbe che le raccomandi la massima riservatezza su quanto ci siamo detti qui, vero? Cioè lei e la signorina fate come volete, annunciate pure il vostro matrimonio come la cosa più naturale del mondo, però quel che è successo qui rimane qui, dubbi, domande, illazioni, risposte, conferme, eccetera.

V: Sarà dura tacere, qualche frecciatina me la vorrò concedere, e comunque sanno che il capo m’ha chiamato, e non per chiedermi di che colore ritinteggiare l’ufficio. A ogni modo già il fatto che io rimanga dovrebbe irritarli parecchio.
– Sarò una tomba.

AD: Devo sapere, devo, a costo di sembrare ridicolo.
– Gianpiero Vatta…

V: Che c’è ancora?
– Sì dottore?

AD: Aspetta prima di parlare, respira, è indispensabile essere sicuri al cento per cento, al duecento per cento.
– Parliamoci chiaro, da uomo a uomo, so che ci sono degli omosessuali con moglie e figli, e nella mia posizione io devo saperlo, perciò te lo chiederò un’ultima volta. Tu… sei sicuro di non essere gay?

V: Uffa.
– No dottore non sono gay, si fidi. Buona giornata.

AD: Bene, anche questa è fatta. Non è gay. L’azienda non corre il pericolo che qualche berretta rossa alzi un sopracciglio a causa della scoperta di un dipendente omosessuale. Potrò raccontare ai prelati di come ho aiutato quei due giovani a farsi una famiglia, una di quelle belle famiglie che piacciono tanto a loro. Nessuno del mio giro di benpensanti potrà mai malignare su una presunta tolleranza nei riguardi degli omosessuali, la mia reputazione è salva.
Guarda che bel panorama si vede dalla finestra, quanti altri edifici massicci e puliti come il mio, con le loro vetrate che riflettono la luce del sole come io ancora rifletto su quel colloquio bizzarro, o almeno così lo è stato per me, per un amministratore delegato di una grande società, ma ciò che più conta è che Gianpiero Vatta non è gay.
Peccato.

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