Una, nessuna e centomila

In questo periodo infame ci si deve dar coraggio come si può, e c’è più di qualcuno che ritrova una stampella nell’orgoglio patrio, sempre risorto come l’araba fenice dalle ceneri del malcostume, del pressapochismo, dell’accidia, dell’opportunismo.
Ecco allora che spuntano, ai balconi fisici e su quelli virtuali, tante bandiere, poliestere o pixel è uguale, sempre pronte per una vittoria sportiva, e stavolta per una vittoria morale.
Vi confesso che dalle mie parti quest’usanza non è molto seguita, e vi risparmio una pedante spiegazione dei motivi che da tempo associano le bandiere a spirito di sopraffazione e fatti di sangue. Del resto quest’angolo di mondo fu per vari secoli più di un crocevia dove s’incontravano culture diverse, fu invece una porta dove si poteva gettare uno sguardo su tutto il bacino del Mediterraneo orientale, sull’Europa Centrale, e sul prossimo mondo slavo. A loro volta quei popoli erano i benvenuti, a patto che si conformassero agli usi e alle regole della Serenissima prima e degli Asburgo poi.
Con l’Armageddon del 1918 quella complicata struttura collassò, minata da nazionalismo, da razzismo e da spirito di revanscismo.
Comunque lungi da me ogni intenzione di tenervi una, sempre opinabile, lezione di storia, bensì vorrei sottolineare alcuni aspetti ipocriti di questa manifestazione ideale, ovvero come un simbolo possa essere tradito in maniera insopportabile (almeno per chi ci crede).
Come probabilmente già sospettate, non solamente la virulenza della malattia è preoccupante, ma anche la non tanto remota eventualità che il paese non disponga di tutte le attrezzature necessarie per affrontare questa pandemia, ovvero che in futuro possa risultare impossibile offrire un supporto terapeutico adeguato a tutti quelli che ne avranno necessità. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, sia dal punto di vista umano che da quello sociale.
Fate un minimo sforzo di fantasia, provate a immaginare la reazione delle persone quando verrebbe loro comunicata la decisione del nosocomio di abbandonare al suo destino una persona cara perché “non c’è posto per tutti”, se magari il posto c’è solo per quelli che se lo possono permettere o fanno parte di una qualsiasi nomenklatura, oppure, in forza di una spietata eugenetica, se verrebbero curati solamente quelli che sono più giovani e perciò hanno maggiori probabilità di cavarsela.
Dubito assai che tali draconiane decisioni verrebbero accettate dai malcapitati con calma olimpica, propendo invece per delle reazioni violente, persino incontrollabili, tali da rendere forse impossibile anche il trattamento dei più “fortunati”.
Per non parlare dello scoramento dei medici, costretti, nonostante il loro Giuramento di Ippocrate, a effettuare una distaccata selezione, non molto distante per i suoi effetti esiziali dalla “Selekcja” descritta da Primo Levi; più di qualcuno ne uscirebbe devastato.
Comunque forse stavolta ce la faremo, o, come dice quel tormentone, andrà tutto bene, stavolta.
Ma la prossima?
Domanda sbagliata.
I quesiti ai quali dovremmo rispondere sono diversi. Perché ci troviamo sul bordo del precipizio? Chi c’ha condotti qui? Come possiamo evitare che questa spaventevole situazione si ripeta?
Del perché sarebbe lungo trattare, diciamo solamente che sovrappopolazione, inquinamento e sfruttamento intensivo di risorse vegetali e animali sono componenti ideali per un composto in grado di deflagrare con intensità devastante, oppure, come in questo caso, di avvelenarci condannandoci alla stessa fine dei parassiti della farina, questi ultimi uccisi dai loro stessi escrementi.
Trovare il colpevole invece è compito assai facile: siamo stati noi.
Pur soprassedendo sui problemi causati dalla società consumistica, quella che i tanti Pangloss del dopoguerra hanno spacciato come il migliore dei mondi possibili, non possiamo esimerci dal valutare con severità la scala di valori che abbiamo accettato di seguire.
Questo nostro spendere e spandere, infischiandocene di quanto stava in cassa, c’ha viziato, c’ha condotto a ritenere importanti cose che importanti non sono, anche se, a parere di Oscar Wilde, niente è più necessario del superfluo.
Ebbene, non dovremmo limitarci a leggere superficialmente quel famoso aforisma, e magari trovarlo pure divertente, quando dovremmo tentare di interpretarne il significato, nel senso che esistono il necessario, l’indispensabile, il sostanziale, ma esiste anche il superfluo, ed è solamente la fatale debolezza umana che ne determina l’irrinunciabilità.
L’intelligenza dovrebbe indurci a mitigare quella debolezza, per renderla compatibile con il benessere proprio e quello di quel che ci sta intorno, ma, a quanto pare, così non è.
Usurai istituzionali hanno staccato cambiali su cambiali, e noi ora siamo indebitati fino al collo. Per far fronte al colossale dovuto, e nemmeno per appianarlo, ma soltanto per sostenere la spesa per gli interessi maturati, negli anni abbiamo approvato l’opera di maldestri boscaioli, i quali hanno operato grossolani tagli allo stato sociale, e la sanità pubblica non è sfuggita alle loro accette.
Così adesso possiamo vantarci di possedere più di sessanta automobili ogni cento abitanti, neonati e ultracentenari compresi, il che ci pone in vetta alla classifica dei grandi paesi industrializzati d’Europa, mentre le nostre liste di attesa per una visita specialistica si allungano sempre più, oserei dire in maniera scandalosa se le persone veramente si scandalizzassero, ma a quanto pare nessuno va oltre al mugugno, lo stesso che si spende per una brutta giornata di pioggia.
Quindi non c’è speranza per il futuro?
Difficile a dirsi, ci sono troppi elementi da accordare, abitudini da modificare, interessi da sacrificare, malvezzi da eliminare, tutte azioni benemerite che andrebbero a cozzare contro l’atavico menefreghismo, contro le rendite di posizione, contro i piccoli e grandi egoismi, contro la paura del cambiamento.
Però una cosa la potremmo fare, potremmo raddoppiare le risorse che mettiamo attualmente a disposizione della sanità pubblica. Sarebbe facile, i soldi ce li abbiamo già, stanno lì, ma nessuno vuole allungare la mano per prenderli.
Avete ragione, sto veramente dando i numeri, e sono quelli dell’evasione fiscale in Italia, circa centomila milioni di Euro, ossia cento miliardi, ogni anno, e sono ospedali, ambulatori, attrezzature, specialisti, terapie, tutte cose meravigliose che restano nella scarsella di persone che si sentono protette da una politica che non li vuole disturbare troppo e dalla morale cattolica che condanna il peccato (a parole) e salva il peccatore.
Il bello di tutta questa faccenda è che molti di quei figuri, quando ne hanno necessità, si attaccano alla tetta della sanità pubblica, quella stessa che contribuiscono ad affamare, e pure hanno la faccia tosta di lamentarsi quando non ne rimangono soddisfatti. Altro discorso vale per coloro che, avendo evaso le tasse, hanno abbastanza denaro a disposizione per rivolgersi a strutture private, senza tempi di attesa, serviti e riveriti, ma non si accontentano di rubare e di godere del maltolto, nossignori, vanno in giro declamando ai quattro venti che tutto quanto è pubblico fa schifo e che la soluzione sta nell’impresa privata. Bravi loro, finché possono, ma aspetta che gli saltino un paio di grosse fatture e poi vedi come te li ritrovi in coda al CUP, a pitoccare un aiuto dallo stato.
Va bene, direte voi, ma tutta questa filippica a che ci porta, e cos’ha a che fare colle bandiere ai balconi, anche virtuali?
Tutto ha a che fare, perché per la legge dei grandi numeri (Bernoulli abbia pietà di me) è probabile che la percentuale di evasori nel nostro paese corrisponda alla stessa percentuale tra quanti hanno esposto il tricolore, e vorrei dire, senza tema di apparire irrispettoso, che tutti costoro hanno lordato quel simbolo peggio di quanto dichiarò di fare l’onorevole (onorevole?) Umberto Bossi in quel famoso comizio a Cabiate.
Si badi bene, non sono qui per difendere una bandiera, in quanto sono abbastanza refrattario tali crociate, ma quando avverto l’ipocrisia mi ribolle il sangue.
Samuel Johnson, in tempi che anticipavano di molto il nazionalismo, così scriveva: Il patriottismo è l’estremo rifugio delle canaglie.
Ecco, quelle canaglie si fanno beffe di noi ogni giorno, irridono la nostra etica, ci rubano un pezzo di civiltà, in questo caso forse anche la salute, ma si ammantano della bandiera come se fosse un sacro laticlavio, come se esporla, gàrrula o stilizzata, equivalesse a un’assoluzione plenaria per i loro infami peccati, dai quali, per inciso, non hanno la benché minima intenzione di recedere.
Una la bandiera tricolore, e questa è la regola che la nazione si è scelta.
Nessuna bandiera però ha valore se non si va oltre la stoffa e il pigmento. Si sappia fin d’ora che io non amo la patria, almeno non nella concezione che la retorica c’inculca.
Considero il mio paese come se fosse il mio corpo, il quale mi sostiene e mi offre tutte le possibilità di godere la vita. Però io lo devo contraccambiare col massimo rispetto, devo nutrirlo, evitargli i disagi e pericoli, mantenerlo in salute, tenerlo in ordine, per me stesso e per chi mi circonda, perché in caso contrario potrei vergognarmene. Ma amarlo no, sarebbe narcisismo, o peggio ancora egoismo. Solamente non idolatrando sé stessi è possibile diventare una “persona” e non restare, come diceva Leonardo da Vinci, “un travaso di merda”, e un pezzo di crosta terreste curato in armonia (con la natura, con sé stessi, con gli altri) da persone oneste diventa una nazione che sta in piedi, che non striscia come un vorace serpente o un misero verme.
Così come cerco di amare le altre persone, così cerco di amare le altre patrie, almeno finché queste e quelle non appaiono ostili o stupide, e mi sento libero di portare la mia “vera” patria sempre con me.
Quindi, anche se nessuna bandiera ha per me il valore iconico che altri, in buona o mala fede, manifestano, perlomeno cerco di non arrecare disdoro a quella che mi è toccata in sorte.
Una, nessuna e centomila.
Una, è scritto, nessuna, ho confessato, e centomila però vorrei vederne di quelle bandiere, una per ogni milione di Euro rubato da quelle canaglie ipocrite che ne fanno carne di porco, e finalmente restituito.
Però non ci spero troppo.

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