Ogni volta che mi capita di incocciare in qualche forma di pubblicità progresso istituzionale, non posso fare a meno provare ribrezzo per l’ipocrisia nella quale sprofondano quei castelli di parole.
Il tono innanzi tutto, così pacato, la manifestazione vocale del buon senso, tanto che verrebbe voglia di fare esattamente il contrario di ciò che recita quella predica condiscendente. Il destinatario di quei messaggi è una figura del tutto sprovveduta, poco intelligente e boccalona. Vedete bene che sentirmi dare del cretino non è per certo il migliore dei sistemi per carpire la mia benevolenza, a meno che io non sia un cretino fatto e finito, ma allora in quel caso non sarei in grado di comprendere il senso del messaggio.
Vediamone alcuni.
Ci sono quelli che con tenore paternalistico non stigmatizzano immediatamente l’oggetto del loro sermoncino, anzi quasi ne giustificano l’esistenza, salvo poi metterlo all’indice, paventando la stessa ignobile sorte per l’interlocutore, a meno che, ovviamente, non si ravveda. Si tratta della versione mediatica del paradigma “Mi dispiace, ma lo faccio per il tuo bene”.
Come sempre, non manco nemmeno stavolta di mettere in mezzo una certa propensione manicheista di un paese che ancora troppo si piega al vento che soffia da Oltretevere, ovvero tutto ciò che non concorda con i valori prestabiliti in accordo con la politica è, per definizione, un male da correggere o estirpare.
Uno delle argomentazioni che più stridono con l’effettiva volontà di risolvere un problema sono quelle che riguardano la violenza sulle donne, specialmente quando quella sfocia in atti brutali e irreversibili. Ho appena finito di leggere la notizia nella quale viene riportata l’ignobile sentenza che ha “graziato” un primate di sesso maschile (definirlo uomo non mi sarebbe parso corretto dal punto di vista darwiniano) che ha massacrato di botte la ex moglie, rea di non essere stata la sposina perfetta che lui si attendeva, e che per di più si era stufata dei venire trattata come una pezza da piedi. Da qui al ritorno del delitto d’onore è un passo.
Vedete bene quanto poco siano aderenti alla realtà tutti gli accorati proclami, i partecipati messaggi e i severi comunicati tesi a dissuadere i “bruti” dal compiere le efferatezze che la loro mente malata fa germogliare, e che trovano forza nell’indifferenza generale, nella pochezza di una prevenzione distratta e poco più che di facciata, per arrivare infine al disgustoso “forse se l’è cercata”.
L’ipocrisia stavolta sta nel proclamare la salvaguardia assoluta e irrinunciabile delle donne, mentre negli stessi enunciatori sopravvive, nemmeno tanto celata, una mentalità retrograda che rimpiange gli angeli del focolare, le femmine zitte e sottomesse, quelle che non danno “problemi”.
Ricordo che qualche mese fa mi capitò di passare davanti a un banchetto di raccolta firme, e si trattava di una mozione, l’ennesima, contro la violenza sulle donne. Forse i due baldi giovani m’avevano preso nel momento sbagliato, si sa che sono lunatico, ma non mi limitai a un vago gesto di diniego e feci loro questa domanda a bruciapelo: “Secondo voi, quanto vale la vita di una donna?”. Di fronte al loro imbarazzato silenzio risposi: “Solamente trenta Euro”. Vi lascio immaginare la loro reazione, stupefatta e scandalizzata assieme, ma non ebbi pietà. Perché, spiegai, quello è il costo di uno spray al peperoncino in grado di fermare un aggressore il tempo che basta a dargli una pedata tale da fargli andare i testicoli al posto del pomo d’Adamo, e poi vediamo se ci riprova. Se volevano essere efficaci, loro potevano far firmare anche l’ultimo dei passanti, ma dovevano anche regalare a ogni donna quella minuscola ma essenziale arma di difesa.
Lo stesso vale per la messe di comunicazioni ufficiali molto edificanti, quella pioggia di parole che scivolano via dalla mente dei violenti come acqua sul vetro, mentre una comunicazione semplice, drammatica e praticabile diretta alle possibili vittime sarebbe risolutiva, molto di più dell’annuncio di pene esemplari che poi non vengono comminate. Cinque minuti in balia di una donna infuriata dovrebbero spaventare ben di più di un’improbabile condanna con tanto di attenuanti e messa in prova, perché non è la severità della pena a scoraggiare il delinquente, bensì la certezza della pena.
Per coerenza, saltiamo da palo in frasca.
Ho tirato in ballo le pene esemplari, e quale incriminazione potrebbe essere più grave di un’accusa di omicidio? Ebbene, per tentare di ridurre il numero di incidenti stradali con esito mortale, nel 2016 è stato introdotto nel nostro Codice Penale il reato di omicidio stradale. Più recentemente sono stati aggiornati il livello di alcolemia e di residui di sostanze stupefacenti o psicotrope, e come ogni legge scritta con le scarpe da questo governo di clericofascisti, si è arrivati ad accanirsi con stolida ossessione in maniera ideologica, arrivando a colpire persino chi di alcune sostanze ne fa un uso legalmente medicale. In parallelo è partita una campagna mediatica che dovrebbe sensibilizzare gli utenti (motorizzati) della strada sui rischi che si corrono guidando in condizioni psicofisiche non perfette, oppure eccedendo in velocità, o anche facendosi distrarre da qualche ammennicolo elettronico (leggi smartphone).
Un vero peccato che Barbariccia, il promotore di queste iniziative, nonché a tempo perso ministro delle infrastrutture e dei trasporti, abbia sempre difeso a spada tratta (suppongo quella di Alberto da Giussano) gli automobilisti poco inclini a rispettare il codice della strada, specialmente per quel che riguarda la velocità, evitando di mettere ordine sulle normative di omologazione degli autovelox, e anzi mettendosi di traverso contro i comuni che, per salvare vite umane, imponevano nel centro abitato un limite a 30km/h. In buona sostanza, per istituire una zona 30km/h i comuni devono passare sotto il giogo occhiuto delle Prefetture (di emanazione statale), e in più non possono installare degli autovelox in grado di segnalare il superamento del limite di velocità. Vuoi stabilire una zona 30km/h? E va bene, fai pure, tanto anche se un veicolo viaggia a 50km/h non è possibile sanzionarlo. Alla faccia dell’autonomia e del decentramento amministrativo (e della coerenza).
Che poi, di tutti quei delinquenti che hanno fatto del loro veicolo un’arma, non è che ne vedo andare in galera tanti, come quel primate (anche qui definirlo uomo non mi sarebbe parso corretto dal punto di vista darwiniano) che, per “giocare a 120km/h” in un centro cittadino con una Lamborghini a noleggio, ha ucciso un bimbo di 5 (cinque) anni e ferito gravemente madre e sorellina. Dopo qualche mese ai domiciliari (cioè a casa), è stato condannato a 4 anni e 4 mesi, meno dell’età della sua vittima, una pena (si fa per dire) che non sconterà in carcere.
Così, nonostante gli spot televisivi, i radiomessaggi, i proclami roboanti (sempre del Barbariccia), gli automobilisti se ne fregano del codice, non rispettano i limiti di velocità, gli attraversamenti pedonali, la distanza di sicurezza, la segnaletica orizzontale, convinti a ragione della quasi totale impunità, mentre, almeno nei centri abitati, chi dovrebbe vigilare viene impegnato a staccare multe per divieto di sosta, soldi facili.
Quando mi capitò di salire sullo Julierpass, in Svizzera, notai all’imbocco del passo una sorta di scultura contemporanea, e fu solo dopo aver scorto ciò che rimaneva di un volante che capii cos’era. Quel monito di ferro rugginoso valeva più di mille cartelli che invitano alla prudenza.
Vado avanti?
Vado avanti.
Nella vita ho avuto occasione di conoscere persone che facevano, e fanno, uso di sostanze stupefacenti, anche se la maggior parte si limita a qualche tiro di marijuana. Manco a dirlo che qualcuno ha pensato bene di lanciarsi in una crociata contro le droghe (la mia è il Refosco dal peduncolo verde), con un fervore ideologico degno di miglior causa.
Siamo d’accordo sul fatto che fare uso di sostanze stupefacenti non è il massimo, ma non lo è nemmeno bere alcool, fumare, annegare nelle bevande zuccherate, sfondarsi di cibo spazzatura, e pure lo stress fa il suo bell’effetto, però solamente la droga è nel mirino. Immagino perché i problemi derivanti dalla dipendenza siano poi la causa scatenante di comportamenti sociali inaccettabili, spesso autolesionistici, talvolta criminosi.
I proclami, le misure, le campagne, le espulsioni dalla società civile (si fa sempre per dire) a ben poco servono, è come voler fermare l’alta marea con le mani. Se il proibizionismo ha fallito in un paese bigotto come gli USA, non vedo come qui potrebbe ottenere risultati migliori, ma a quanto pare più di qualche politico nostrano ne ha fatto la sua bandiera per scopi elettorali.
Nel 2006 un programma televisivo usò un semplice trucchetto per indagare sull’eventuale uso di sostanze stupefacenti di una cinquantina di parlamentari, ovviamente a loro insaputa. A quanto lessi sui giornali, risultò positivo il 30% dei parlamentari testati. Il Garante della Privacy venne immediatamente promosso a Garante del Buon Nome dei parlamentari, e bloccò la messa in onda della trasmissione (modello censura sovietica). Rimane il fatto che nulla mi vieta di pensare che proprio qualcuno di quegli “onorevoli” malamente pizzicati sia stato uno di quelli che più si scagliava, e magari ancora si scaglia, contro ogni eventualità di legalizzazione delle droghe leggere.
Così, tra leggi draconiane, spot elettorali e misure di facciata, lo spaccio delle droghe, tutte le droghe, resta in mano alla malavita organizzata, con la Mafia che da perfetto lobbista fa del suo meglio per mantenere lo status quo.
Che poi, a dirla veramente tutta, quei messaggi che ogni tanto passano in televisione o in radio fanno veramente cagare. Sembra di assistere alla recita natalizia di una terza elementare, con dei testi che fanno venire il latte alle ginocchia, e delle interpretazioni stucchevoli, da videocitofono.
Ignoro come la pensiate voi sui vaccini, ma ricordo bene gli spot televisivi che avrebbero dovuto persuadere gli indecisi a vaccinarsi contro il Covid. Premetto subito che mi sono sempre vaccinato, non per cieca fede ma per calcolo probabilistico (in effetti, resto sempre un tecnico), però, giuro che, se fossi stato anch’io parte di quella non ristretta schiera di dubbiosi, quegli spot m’avrebbero convinto che chi si vaccina è un idiota, pertanto è facile immaginare come mi sarei comportato.
E già che parliamo di cose mediche, che dire della campagna “La salute è la partita più importante”, oppure la campagna “Prendi a cuore la tua salute”? Ma dico, altro che prendere a cuore, questo è prendere per il culo! In un paese dove, colpevolmente, la sanità pubblica viene depauperata in favore di quella privata, dove spariscono i medici di famiglia, dove le liste di attesa hanno tempi scandalosi, dove si susseguono gli scandali causati da corruzione e malasanità, dove guarire talvolta è una questione di fortuna, dove il 10% dei malati rinuncia a curarsi a causa di questo ed altro ancora, mi confidano che “Aderire alle terapie salva la vita”. Seee, come se fosse facile…
E lo stesso vale per gli spot contro il bullismo, che in fin dei conti è lo specchio di una società supercompetitiva, dove il forte ha tutti i diritti, e guai ai vinti! In questa futuribile Utilopoli conta il successo, personale ovviamente, e chi non si adegua perché non è in grado, perché dissente, perché è un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, perché è diverso, perché non sa odiare, sarà sempre una voce improduttiva nel bilancio economico-sociale, qualcosa che, se non si può cancellare, si può sempre disprezzare, come sempre più spesso fanno mostra di auspicare i politici da strapazzo che fanno carriera sulla nostra pelle.
Però, intanto, mandiamo in onda qualche spot buonista, giusto per prendere tempo e prepararci al nuovo turbocapitalismo.
Altrettanto fantastica, nel senso che si tratta di pura fantasia, è la campagna “Ogni goccia conta”, la quale intende sottolineare l’importanza dell’acqua e di come sia indispensabile non sprecarla. Ma chi ha lanciato questa campagna? Non vorrei sbagliare, ma si tratta degli stessi enti pubblici che disperdono nel terreno, ovvero sprecano, più del 40% dell’acqua proveniente dagli acquedotti.
Ci sono zone del paese dove l’acqua è scarsa, distribuita col contagocce (perché ogni goccia conta), altre dove è di pessima qualità, dura, pesantemente clorata, inquinata, e altre ancora dove gli interessi economici prevalgono sul benessere della popolazione.
Comunque la dispersione idrica dipende da fattori diversi. Il primo e più importante è la scarsissima manutenzione degli acquedotti, il che porta al collasso strutture vetuste e magari deficitarie già all’origine. Ci sarebbe poi un fattore esterno, ovvero la variazione di carico sul manto stradale. Sappiamo bene che la quasi totalità della rete idrica scorre a qualche decina di centimetri sotto l’asfalto, e se in origine sopra a quello transitavano pochissime autovetture (magari anche nessuna), oggi quelle stesse strade sono percorse da un’ininterrotta teoria di veicoli, dai motocicli ai mezzi pesanti, e non sempre il manto stradale regge, le cui deformazioni poi si scaricano sulle tubature sottostanti, con i risultati che ben conosciamo.
E per finire, la madre di tutte le ipocrisie, la campagna istituzionale di un governo che si vanta di combattere l’evasione fiscale, perché “Da oggi la bella vita è finita. L’evasione si paga”.
Ahahahahahahahah, rido per non piangere.
Una classe politica che è figlia di governi guidati da un evasore fiscale dichiarato, che ancora oggi parla delle tasse come “pizzo di stato”, che anela alla pace fiscale con chi ha evaso il dovuto, che fa dei condoni fiscali e delle sanatorie il suo passo di marcia, che ipotizza una “tassa piatta” uguale per tutti, dal cassintegrato all’amministratore delegato di una multinazionale, un’imposizione al ribasso che finirebbe col distruggere ogni forma di stato sociale, che in Europa viene accusata di “dumping fiscale” che avvantaggia le persone più ricche (le persone, non le aziende come in Irlanda e Olanda), che ha ripetutamente tentato di scoraggiare il pagamento tracciabile tramite POS, e che anzi nel 2027 si affretterà a innalzare a 10.000 (diecimila) Euro il limite del pagamento in contanti, che prevede di eliminare dalla dichiarazione dei redditi IRPEF molte detrazioni, spingendo chi non potrà più avvalersene verso i pagamenti in nero, che progetta di mettere in piedi un nuovo carrozzone che si dovrebbe occupare della riscossione dei tributi pendenti, l’ennesima manovra di facciata per mascherare la colpevole (e forse anche dolosa) inefficienza, che si avvale dei buoni uffici del Garante della privacy, il quale si guarda bene dall’autorizzare un capillare incrocio dei dati in grado di scovare gli evasori fiscali, ci viene a dire che “Da oggi la bella vita è finita. L’evasione si paga”? Ma chi vogliono prendere in giro? Ci prendono per scemi? Ah no scusate, errore mio. Se abbiamo mandato al governo questi personaggi forse siamo scemi per davvero.
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Guarda, sottoscrivo anche le virgole! Ci sono dei passaggi che ho ripetuto con le stesse identiche parole. E sì, siamo (sono, e sono tanti) quelli che li hanno votati. Ora ce li teniamo, con tutti i pericoli che questo comporta. Perchè gli altri non è che siano dei fulmini di guerra, ma almeno sono un po’ più onesti, almeno intellettualmente. Un pochino
Eh già, in questo caso non si può dire “mal comune, mezzo gaudio”. 🙁
Comunque nel post “Forever young” avevo anticipato che i miei scritti sarebbero stati più salaci.