Vincere!

Anche questo racconto è una rivisitazione di un testo già inserito a suo tempo su My3Place. Risente ovviamente dello stato d’animo corrente, perciò non aspettatevi dei fuochi d’artificio.

 

Vincere!

Ci si abitua a vincere come ci si abitua a perdere, sempre troppo presto nel primo caso, sempre troppo tardi nell’altro.
Il tenente è preoccupato, lo vedrebbe anche un cieco. Il rosario di notti in bianco hanno regalato al suo sguardo l’aspetto di una camicia stropicciata, con gli occhi stanchi che si rifiutano di vedere, e anche il suo gesto è incerto. I sergenti se ne sono accorti, perciò gridano più forte. La truppa non deve avere il tempo di dubitare; ordini, maledizioni, incitamenti, tutto è urlato per coprire il ronzio della disperazione.
Ho chiesto al capitano, ma lui ha detto che va tutto bene. Ha parlato di coraggio, di eroi, di resistenza, di ottimismo, ma attorno a me il coraggio, se mai ce n’è stato, s’è diluito nelle nebbie mattutine, gli eroi sono tutti decorati alla memoria, e la resistenza è il pane raffermo che ci costringono a masticare con fatica infinita.
Pare che solamente l’ottimismo ancora abbondi, altrimenti uno non ci penserebbe due volte a piantarsi una pallottola in testa. Forse non si tratta di una speranza fondata, forse è un’allucinazione collettiva che fa circolare delle ipotesi lungo questo intestino di fango, voci che raccontano di uno straordinario piano d’azione elaborato dal nostro impareggiabile Stato Maggiore, vaticinano manovre che ci permetteranno nuovamente di avanzare, invitti, come succedeva prima che ci impantanassimo in questa battaglia di logoramento, anche se nessuno dei miei compagni di sventura è stato testimone di quel periodo aureo, e io nemmeno.
Sono abbastanza certo che nel loro intimo pochi siano convinti di una nostra riscossa, di certo non il nostro tenente. Una volta l’ho sorpreso a piangere, chino su dispacci che battono le esiziali parole di ordini inattuabili, fogli sparsi su logore mappe che mostrano impietose il terreno perduto, e con quello tutte le vite sacrificate per tentare di difendere un sogno.
Noi invece no, la truppa non piange, non c’è il tempo per farlo, dobbiamo scavare rifugi che franeranno al primo assalto o alla prima bufera, e a volte capita di scalzare delle ossa, i miseri resti di chi lì ha sofferto prima di noi, come noi, disgraziati dei quali s’è persa la memoria, lo schieramento, l’estremo pensiero. Smontiamo e rimontiamo le nostre armi, sempre più usurate, sempre più imprecise, e rammendiamo l’uniforme perché, anche se frusta, essa ci fa sentire stupidamente uniti. Contiamo e ricontiamo le magre razioni, facciamo i nostri agri calcoli, e il risultato è ben lungi dall’essere confortante. Per passatempo ci ingegniamo a inventare nuove maledizioni per il nemico, quei porci che non si fanno vedere e non si fanno beccare, troppo lontani per i nostri vecchi fucili.
I generali, e chi li ha visti mai quelli, se la passano meglio di noi, questo è poco ma sicuro. Pare che siano tanti, e che tutti loro si esprimano con saggezza e solennità, ma in buona sostanza non si capisce chi sia del tutto consapevole delle conseguenze di quel bizantino ragionare, e chi in quell’Olimpo abbia la forza o l’ardire di una decisione personale. Nei loro retorici messaggi si dicono orgogliosi di essere alla testa di truppe che hanno dimostrato, e dimostrano, tanto valore, ma nessuno di noi li ha notati in prima fila mentre si balza fuori dalla trincea per un furioso assalto, e nemmeno in ultima. Essi intendono tuttavia rassicuraci che la battaglia è tutt’altro che perduta, e che anzi, se ogni valoroso farà il suo dovere, non solamente fermeremo il nemico, ma torneremo all’attacco verso nuove vittorie.
Pur non essendo noi in grado di comprendere dei loro piani le complesse e sottili strategie, una cosa la sappiamo bene: la battaglia è già perduta, e ora cominciamo persino a temere per le sorti del conflitto. Lo si capisce dal fatto che ognuno pensa a sé, arraffa quello che gli capita sottomano, si imbosca, mette in salvo ciò che immagina possa diventare prezioso o almeno utile utile per il suo futuro quanto mai incerto, e intanto ci si racconta delle balle nella speranza di sviare i sospetti di disfattismo, sperando solamente che domani non sia peggio di ieri, alla faccia della dignità personale e della lealtà verso il reggimento.
Dunque perderemo la guerra? E chi lo sa. Forse in passato è già avvenuto tale funesto evento, forse questo disastro si aggiungerà a una serie di umilianti disfatte, ma il tempo e la propaganda si sono premurati di cancellarne il ricordo. Si combatte, e nessuno saprebbe dire da quando, generazione dopo generazione, nuova carne per nuove armi, battaglia dopo battaglia, concreti macelli per aleatori trionfi. I miei figli si stanno già preparando; anche a loro presto toccherà urlare la loro rabbia e il loro terrore correndo ciechi dietro un garrulo vessillo; conosceranno l’odore del sangue, prego Dio che non sia il loro, e il sapore del fango, quello della buca in fondo alla quale si saranno rintanati per paura di voler fuggire.
Provo vergogna al pensiero di ritornare a casa da soldato di un esercito sconfitto, affidando a loro l’ingrato compito di organizzare la ritirata, di evitare il tracollo e la disfatta, di salvarci dalla resa senza condizioni, di preparare la riscossa, quando avverrà, se avverrà. Forse preferirei morire.
Non eravamo preparati a perdere, e forse non lo si è mai. C’è chi giura che troppe battaglie vincemmo in passato, e troppo facilmente. Si narra di armate che dettero dimostrazione di particolare valore, e comunque sempre avanzammo, di un passo o di un mondo, e le medaglie a quei tempi si sprecavano. Oggi invece la vittoria ci nega il suo sguardo ammaliatore, ci nega anche l’illusione di un fatale miraggio.
Nemmeno il nemico riusciamo a vedere bene. Sappiamo che c’è, ne percepiamo la presenza, il suo odore, la sua paura, ne valutiamo gli sbarramenti, le trappole, i punti deboli, e quando ci lanciamo alla carica lo facciamo con la stolida fiducia nella nostra formidabile forza d’urto, certi che il nemico a quella non potrà che cedere. E infatti quello scappa, si dilegua, non prima comunque di aver reciso molti esili gambi che sostengono il fiore della nostra vita. È una danza macabra la nostra, con movenze spaventose, il nostro fuoco di sbarramento al quale immediatamente rispondono con pari precisione e ferocia i cannoni del nemico; nemmeno la consolazione di vedere la devastazione delle linee nemiche ci è permessa, accucciati sul terreno mentre piovono sulle nostre teste granate di ogni sorta; le nostre mitragliatrici mietono funeste messi, e le loro non intendono essere da meno; si salta fuori da quella latrina maleodorante che è una buca sulla linea del fronte, e all’istante essa appare invitante come una suite di lusso, una metamorfosi fangosa della fiaba di Cenerentola; si corre avanti senza vedere niente, perché niente si riesce a vedere e niente si vuole vedere, potremmo incrociare lo sguardo della Morte mentre la grandine di piombo fischia da ogni direzione; infine, superato ogni ostacolo, si conquista una posizione ormai abbandonata, si distoglie lo sguardo dagli scomposti fagotti di stracci e carne che, forse, furono uomini, e ci si conta, quanti sani e quanti mai più, un piccolo prezzo da pagare per poter assaporare, da vivi, il gusto agro di un’effimera vittoria, per la gloria del reggimento e dei nostri generali.
Senza che nessuno avverta l’attimo del mutamento, la nostra spinta d’un tratto si esaurisce, si arena su un banco di sabbia, condotti giusto lì dalla presunzione di essere imbattibili, e anche chi si illude di avanzare ancora sta stupidamente girando in tondo. Questo ci tocca fare, e dopo ogni giro il mio zaino diventa più pesante, gli spallacci mi tagliano la carne, con gli gli scarponi che diventano due mattoni di mota rappresa. Avanti, avanti, le incitazioni a muoversi, a fare presto, ormai mi incalzano anche nel sonno, quando finalmente ci permettono di riposare un po’.
Ricordo che un giorno le mie gambe cedettero, e poco dopo anche quelle degli altri. Avevano un bell’urlare i caporali e i sergenti, ma non ci fu niente da fare, non riuscirono a far rialzare quelle bestie da soma dai garretti spezzati. Gli ufficiali passarono e ripassarono, osservandoci uno a uno con occhi furenti. Diedero ordini, chiesero rapporti, promisero premi e punizioni: fiato sprecato.
Allora cominciammo a scavare, una buca, una tana, un fossato, un camminamento, una trincea, un rifugio, sicuri che prima o poi il nemico sarebbe arrivato a reclamare la sua rivincita. E così fu.
Viziati dall’ingannevole successo, nulla sapevamo di come si resiste tenendo duro oltre ogni limite, oltre ogni speranza e ogni paura, pertanto, com’era nell’ordine delle cose, fummo presto travolti. Quando ci ritrovammo circondati e attaccati alle spalle, quando le difese si dimostrarono inadeguate, le palizzate si schiantarono, si aprirono dei varchi nei reticolati e le pareti delle nostre trincee cominciarono a sgretolarsi, chi aveva ancora le gambe buone a correre scappò, e lasciammo lì solamente dei poveri resti e qualche esaltato che sparava alla cieca, l’ennesimo eroe.
Allora scavammo altre trincee, più profonde, alzammo sbarramenti, più alti, studiammo nuove tattiche, più efficaci, ma a ogni scontro ci trovammo sempre costretti a fuggire, almeno di un passo, e dopo quello di un altro ancora, fino a lasciare tutto al nemico. Ma nemmeno sotto il fuoco, nemmeno nei primi istanti del distruttivo attacco, nemmeno quando arretravo già conscio della sconfitta, nemmeno durante la precipitosa fuga ebbi modo di riconoscere il vero volto di quelli che avevano l’intenzione, la possibilità e il potere di massacrare il mio corpo.
Nello sconforto generale andiamo ormai cercando dei responsabili, qualcuno o qualcosa su cui caricare il peso dei ripetuti insuccessi, e capita di considerare inevitabile il rovesciamento della sorte. Chi ci aveva preceduto si era spinto troppo avanti, aveva preteso troppo. Da tempo la linea del fronte era diventata lunghissima e noi, stanchi o appagati, non avevamo più sufficienti energie e risorse per controllare tutti i territori conquistati. I nostri generali, così brillanti nel pianificare le gloriose avanzate, non riescono a mettersi d’accordo per organizzare nemmeno una linea di rifornimenti decente, ognuno di loro geloso delle sue prerogative e della sua linea di comando. Un tempo erano forse osannati e circondati dall’entusiasmo della truppa, ora sono ormai detestati e costretti a circondarsi di pretoriani per paura di un attentato o per ostentare il loro potere. Tutto è pervaso da una bruciante sensazione di sconfitta, e le previsioni per il futuro non promettono altro che terrore e disonore. Se nessuno si arrende è solamente perché ignoriamo quale sia la sorte di chi cade prigioniero tra le grinfie del nemico.
Già, il nemico, questo misterioso demonio che nessuno ha mai visto in faccia, com’è riuscito a fermarci e a ricacciarci indietro? Di quali armi si è dotato se, questo ci viene detto e ridetto, le nostre sono le più potenti in assoluto?
Allora, prima di finire stritolato da una granata, prima di essere tutt’uno col fango, prima di allungare quella lista di nomi da dimenticare quanto prima, voglio sapere chi ci ha sconfitti, voglio vedere il volto del mio carnefice, voglio vedere se quello ha il fegato di mostrarsi prima di macellarmi. Così raccolgo le briciole di coraggio che mi sono rimaste nell’animo e mi sporgo dal bordo della trincea. Gli altri mi urlano di stare giù, che sono un pazzo, che mi farò uccidere, ma io neanche li sto a sentire; che volete che sia, se non è oggi è domani, ma almeno saprò, io saprò.
Ecco, mi aiuto col fucile per arrampicarmi, sono fuori, completamente, sono in piedi, ma nessuno mi ha ancora sparato; strano. Aspetto di sentire una martellata sul petto, il piombo rovente che mi attraversa la carne e mi sbatte a terra, giù, nel buio della trincea, nel buio della fine.
Niente.
Con la mano sinistra sulla fronte cerco di schermare la luce, perché il sole ha deciso di fare capolino tra le grevi volute di fumo nerastro che si alzano da mille incendi. Mi ci vuole poco per individuare le trincee nemiche, sono vicinissime, centocinquanta, duecento metri al massimo. E vedo. Vedo i camminamenti, vedo i sacchi di sabbia, vedo le tettoie, vedo la lunga ferita serpeggiante, e vedo qualcuno che si arrampica sul bordo della trincea, esce, si alza in piedi. Un temerario o un pazzo, e probabilmente non mi ha visto perché mi sta dando le spalle.
Sì, io vedo, vedo il nemico finalmente! A prima vista direi che indossiamo la stessa uniforme color fango, ma la distanza non mi consente niente di più di un’impressione, e anche se fosse arrivato qui con una divisa verde smeraldo, a quest’ora la mota avrebbe saturato tutto il suo universo, i vestiti, il cibo, la pelle, il sangue che ancora resta da versare.
Nella destra tiene un fucile, ma non lo solleva per mirare a qualcosa, alza solamente il braccio sinistro e porta la mano alla fronte per schermarsi dai raggi solari. Non si muove, anche lui sta osservando qualcosa, e aguzzando la vista noto, a una certa distanza oltre la sua trincea, un altro soldato che si alza in piedi, sempre di spalle, e più in là mi sembra di vederne un altro ancora, poi la foschia, la polvere e il fumo mi confondono la visione.
Per un’ispirazione o un presentimento mi guardo alle spalle, e lo vedo il mio nemico. Per un istante mi è parso di riconoscere il suo volto, ma ora è semplicemente una figura che in piedi fuori dalla trincea che sta fissando qualcosa dietro a lui, e allora guardo anch’io: è un soldato in piedi che sta giusto volgendo lo sguardo alle sue spalle, verso qualcuno che non faccio fatica a immaginare chi sia e cosa stia facendo.
Fino a un momento fa ero sicuro di cosa fosse la paura, la paura di morire, la paura del dolore, la paura delle malattie, la paura per la sorte dei miei figli, e, sarebbe stupido negarlo, la paura di un nemico imbattibile, ed ero convinto che fosse inevitabile ma comprensibile, conseguente ma umana, condivisibile e meno insopportabile, ma mi sbagliavo. Ora ho veramente paura, ora che ho visto il nemico, il mio nemico, ed è una paura che nemmeno immaginavo esistesse.
Da legno che erano, le gambe diventano di burro, non mi sostengono più, e allora mi lascio cadere di sotto, nel fango. Appena sono dentro altri si accalcano accanto a me, e tra un’ingiuria e una bestemmia mi chiedono se l’ho visto il nemico, come sono, quanti sono, dove sono, e quando arriveranno.
Rido, rido e non rispondo alle loro domande. Rido mentre gli infermieri mi portano via; so cosa stanno pensando: ecco un altro che è impazzito, uno scemo di guerra, e si capisce, uscire così allo scoperto, solamente uno svitato può farlo. Rido perché ho compreso che siamo tutti spacciati, e le brillanti vittorie del passato altro non erano che la zelante preparazione della disfatta. Rido perché la nostra tragedia è una commedia surreale, dove ogni avanzata è una fuga, e il costruire è distruzione.
E infine piango, piango perché in tutto l’universo non esiste una sola divinità in grado di salvarci se continueremo ancora a perdonare noi stessi per essere così stupidi. Piango perché anche un lombrico, se veramente lo volesse, potrebbe spiegarci cos’è veramente la vita, ma evidentemente lo ritiene tempo sprecato. Piango perché ciò che edifichiamo con maggior orgoglio sono i cimiteri per i nostri figli, e per quelli che verranno dopo di loro. Piango perché non arriverà l’Apocalisse a svelare ogni cosa, ma ci aspetta solamente un lento naufragio nei profondi abissi dell’oblio.
E sino ad allora non ci sarà fine alla sofferenza.

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