Fuori porta(ta)

Ve lo dico subito: di solito, prima di arrivare al punto (compresi il punto esclamativo, il punto di domanda e il punto e virgola) io la prendo abbastanza da lontano, ma stavolta si cambia musica, stavolta la prenderò da lontanissimo.
Era il 1964, il miracolo economico iniziava a mostrare i suoi limiti e le le sue contraddizioni, ma per ovvie ragioni io non potevo rendermene conto. Di quel periodo ho i ricordi che può avere uno ragazzino di nove anni, i genitori, la scuola, i compiti a casa, le visite ai nonni, una villeggiatura in montagna e non molto di più se tralasciamo i lunghi periodi che rimanevo costretto a letto da ricorrenti bronchiti asmatiche. Però altri due dettagli di quell’anno mi sono rimasti impressi, e sono riuscito a decifrarne il significato solamente dopo decenni.
La mia aula scolastica stava al secondo piano di un edificio di fine ‘800 con le finestre che davano sulla vicina caserma dei Carabinieri, oggi come allora Comando Provinciale, e guardavano un grande cortile interno, ossia ciò che potremmo definire la piazza d’armi. Si sa che ai ragazzini di quell’età basta un niente per distrarsi a scuola, e ogni novità in quel cortile era l’occasione buona per sbirciare dalla finestra, seguita ovviamente dal richiamo all’ordine del maestro. Però nulla poteva la sua autorità quando dalle rimesse interne spuntavano dei carri armati. Già all’accensione dei loro potenti motori le vibrazioni si trasmettevano attraverso le pareti fino alla nostra pelle, ed era tutto un accalcarsi sulla finestra per scorgere i movimenti di quei mostri d’acciaio. Tutto sommato non era niente di che: uscivano nel cortile e si muovevano un po’ avanti e indietro, ruotavano la torretta con il cannone, si mettevano in fila per un giro o due e infine rientravano. Il tutto durava al massimo una mezz’oretta, con il maestro che lasciava fare, ben cosciente che non sarebbe riuscito a farsi ascoltare dalla classe nemmeno se avesse usato un megafono.
Oggi so che quelle manovre non erano affatto eseguite per il nostro diletto, erano preparatorie a un evento che avrebbe potuto cambiare drammaticamente le nostre vite. Si trattava del famigerato “Piano Solo”, chiamato così perché sarebbe stato attuato solo da carabinieri, alla cui testa c’era il comandante generale Giovanni de Lorenzo. Si trattava della cattura e successiva deportazione di importanti elementi socialisti che stavano premendo sul governo per l’attuazione di importanti riforme, un repulisti da effettuare con la benedizione dell’allora presidente della Repubblica Antonio Segni (e degli USA). Va da sé che quel movimento di carri armati era una sorta di esercitazione per manovrare in spazi ristretti, quali le vie cittadine, nell’eventualità di dover affrontare le proteste che l’attuazione del piano Solo avrebbe inevitabilmente comportato. Per fortuna il Partito Socialista, seppure ignaro di quanto era stato pianificato da de Lorenzo, ritenne prudente ritirare molte delle sue richieste prima “inderogabili” pur di evitare la nascita di un governo di destra, e perciò non vi furono azioni militari di sorta.
Il secondo ricordo è sempre di quell’anno e attiene a un evento minimo, quasi trascurabile, se non fosse che si tratta, secondo me, della punta di un micidiale iceberg che da decenni sta minacciando le rotte di ogni logica sociale.
In quegli anni i televisori non erano ancora una presenza essenziale, oserei dire preminente, nelle nostre case. Noi, per esempio, non ce l’avevamo ancora; sarebbe arrivato solamente l’anno successivo, un Minerva, con tanto di carrello dal telaio nero di profilo futuristico e due ripiani in cristallo, uno per l’apparecchio televisivo e l’altro per lo stabilizzatore.
Nel 1964 molti altri miei compagni si classe erano nell’identica situazione, perciò accoglievamo con entusiasmo ogni proposta alternativa, comprese quelle che poteva offrirci la scuola, ossia le proiezioni di documentari più o meno propedeutici. Sullo schermo scorrevano le immagini di paesi lontani, storie di coraggiosi esploratori, nozioni elementari di scienze e astronomia, riassunti storici (all’epoca la storia nella scuola italiana terminava nel 1918), come pure dei filmini girati per il puro divertimento degli scolari. Di tutte quelle baluginanti immagini in bianco e nero ricordo però ancora bene quelle che scorrevano in una pellicola intitolata “Il giro d’Italia in Fiat 850”.
Dovreste già sapere che quando tiro in ballo qualcosa è perché quella cosa non mi va giù, e di conseguenza vi starete chiedendo quali siano i motivi di questa mia contrarietà nei confronti di un innocente filmino proiettato a scuola. E mo ve lo dico.
In primo luogo di innocente lì non c’era nulla, fatti salvi gli inconsapevoli spettatori. Il filmato era stato diffuso nelle scuole (indovinate da chi…) ancora prima che la Fiat 850 fosse messa in vendita, e già lì si denota la sottile (e perfida) strategia comunicativa.
Va detto poi che i luoghi percorsi da quella vetturetta erano incantevoli; dalla Sicilia alle Alpi era possibile ammirare bellissimi panorami; facevano la loro bella figura tutte le città più famose; si sfrecciava sull’autostrada e ci si arrampicava agilmente sui passi di montagna. L’unica costante in quella varietà di condizioni geografiche era la presenza della Fiat 850 in quasi tutte le inquadrature, sempre scattante, confortevole, sicura in curva e nei sorpassi, inarrestabile e incredibilmente bella, una promessa di libertà e il sogno di una vita migliore. Non possedendo il televisore ignoravo che messaggi equivalenti venivano diffusi sui teleschermi italiani con la partecipazione di personaggi dello spettacolo molto noti.
Sia come sia, se la pubblicità televisiva era rivolta a un pubblico adulto, seppure influenzabile, quel filmato era diretto a delle coscienze non ancora formate e consapevoli, era paragonabile a una sorta di imprinting visivo per generare un desiderio più o meno inconscio che si sarebbe potuto manifestare una volta raggiunta l’età minima per poter acquistare qualcosa a rate.
Parimenti a una mutazione genetica, l’affezione verso la quattroruote è stata trasmessa anche alle generazioni successive, grazie anche a un martellante battage pubblicitario che da sempre inonda ogni mezzo di informazione con una fiumana di immagini tanto ammalianti quanto fasulle e ingannatrici.
Alleate consapevoli e colpevoli di queste sirene inquinanti sono da sempre le amministrazioni pubbliche a tutti i loro livelli, una classe politica che ha fatto del suo peggio per disincentivare il trasporto pubblico nel paese. Timorosa di inimicarsi le multinazionali del settore, terrorizzata dalla possibilità di perdere le elezioni “disturbando” gli automobilisti, incapace di qualsiasi progettualità rivolta a un’evoluzione della mobilità, cieca a ogni statistica riguardante i morti e i feriti per incidenti stradali, indifferente alle esigenze dei cittadini più deboli, stolida nella certezza che, bene o male, le persone si sanno arrangiare, incurante delle conseguenze ambientali e sociali del traffico, ipocrita nell’emettere grida manzoniane con pene esemplari per poi sabotarle e infine compiaciuta dal fatto che il mondo dei motori comunque contribuisce alla crescita del PIL, incidenti compresi.
Il risultato di tale ignavia e complicità lo si nota nei numeri, quelli non mentono mai: l’Italia può vantare l’invidiabile primato della maggiore densità di autovetture in Europa, ben 700 ogni mille abitanti (minorenni compresi), e niente mi vieta di pensare che ancora si soffra delle conseguenze di quei precocissimi stimoli quasi subliminali a mettersi al volante di un’automobile.
Vi starete chiedendo cosa mai mi abbia spinto a ravanare nel passato per arrivare a questo caotico presente, e ve lo dico subito: un viaggio in Toscana.
Suppongo che sia innegabile la bellezza intrinseca dell’Italia, la quale si manifesta nell’orografia, nella cultura, nell’arte, nella storia e nelle tradizioni. Tra tutte le regioni italiane a vocazione turistica, la Toscana è sicuramente una tra le più gettonate, e per quel poco che ho visto e goduto vi posso confermare che tale fama non è immeritata. Ben altra faccenda è però girare per la Toscana.
Essendo affezionato al treno (e al mezzo pubblico in genere), la prima volta mi ci recai per un concorso letterario, prendendo appunto il treno. Fu un’esperienza gradevolissima per la bellezza del posto, la cordialità delle persone (per un mitteleuropeo si tratta di terra incognita), la buona cucina e altro ancora. L’unico aspetto poco piacevole è che talvolta pativo la sensazione di essere agli arresti domiciliari, nel senso che era molto difficoltoso (se non impossibile) raggiungere località interessanti con i mezzi pubblici. Comunque i posti mi avevano ingolosito e l’anno successivo scesi in Toscana in automobile, visitandola dall’Aretino alla Lucchesia. Tutto molto bello, un’esperienza indimenticabile, però guidare sulle strade toscane (e pure arrivarci) è stato abbastanza stressante e non so se ho voglia di riprovarci.
Dato che con i mezzi pubblici ho fatto anche qualche puntatina in Austria, in Cechia, in Francia, in Olanda, tanto per fare dei nomi, mi è venuto spontaneo fare un paragone con la mia esperienza toscana, e per essere certo di non essere preda di ingannevoli sensazioni del momento mi sono fatto aiutare, come sempre, dai numeri, in questo caso quelli degli orari. Conoscendo abbastanza bene la Boemia, ho voluto fare un paragone tra Praga e Firenze, valutando la possibilità di visitare i castelli nei dintorni, la classica gita fuori porta per intenderci.
Ecco i risultati.

Da Praga si arriva al:
Castello di Karlštejn in treno
Castello di Křivoklát in treno
Castello di Hluboká nad Vltavou in treno o in autobus
Castello di Konopiště in treno o in autobus
Castello di Zvíkov in treno
Castello di Český Šternberk in treno o autobus.

Invece da Firenze:
il Castello di Vincigliata è irraggiungibile senza automobile
per il Castello di Sammezzano c’è un autobus al mattino e uno al pomeriggio fino a Leccio, poi 20 minuti a piedi
per il Castello di Montegufoni c’è un bus nel tardo pomeriggio
per il Castello Sonnino c’è un autobus in tarda mattinata e uno nel tardo pomeriggio
per il Castello di Oliveto si va treno fino a Castelfiorentino e poi 6 chilometri a piedi
per il Castello di Poppiano c’è un autobus nel pomeriggio.

Due cose: primo, ho preso in esame un giorno feriale perché a Firenze nei giorni festivi la situazione è ancora peggiore, e secondo, i dati della Boemia sono reali giacché sono tutti posti che ho visitato in giornata partendo da Praga. Da parte mia ritengo inaccettabile che una regione a forte vocazione turistica come la Toscana, e per di più attorno a Firenze, non metta a disposizione un servizio di mobilità pubblica decente. Se a Firenze la situazione è questa, immaginate come potrebbe presentarsi in località con minore richiamo, luoghi bellissimi ma inavvicinabili da chi non dispone di un’automobile o non se la sente di guidare su quelle stradine, senza voler contare un’altra ovvia conseguenza, ossia lo spopolamento (e infine il decadimento) dei piccoli centri privi di un qualsiasi mezzo di trasporto pubblico. Per inciso, è noto che la Toscana attira molti turisti inglesi, ebbene, provate a mettervi nei loro panni, a guidare dal lato opposto al quale siete abituati. Immagino che quei turisti inglesi preferirebbero di gran lunga arrivare a destinazione con un confortevole mezzo pubblico, senza patemi per interpretare la segnaletica, senza stress a ogni incrocio, senza un colpo al cuore a ogni curva. E invece no. Secondo noi devono provare anche loro le gioie del traffico, dei pirati, dei danni al veicolo, dello sbagliare direzione, come se tutto ciò facesse parte del divertimento di essere “padroni” dell’automobile, e di conseguenza della strada.
Vedete bene come in Italia ancora si patiscano le conseguenze di quell’addestramento pavloviano che ci fa preferire il mezzo privato rispetto al trasporto pubblico, come se ci fosse una distinzione tra “chi può” e chi è un poveraccio, quando invece dovremmo battere i pugni sul tavolo per ottenere la possibilità di viaggiare senza dover tenere gli occhi incollati sul parabrezza. E poi, tutti quei meravigliosi posti sommersi dalle automobili parcheggiate un po’ dove capita. Un autobus Gran Turismo trasporta 60-70 persone, con un ingombro di circa 35m². Se ogni coppia di turisti arrivasse in automobile, un modello medio, non un SUV o un camper, lo spazio occupato da una trentina di auto sarebbe almeno di 350m². Non voglio nemmeno pensare a quante automobili equivarrebbero a quelle necessarie per un numero di turisti che viaggia in treno.
E così siamo arrivati finalmente al punto, e cioè a voi.
Quello che vi propongo è di provare, per una volta, un viaggio in qualche città europea che offre una mobilità “civile” anche fuori porta. Se state leggendo queste righe è probabile che sappiate usare internet, perciò dovreste riuscire a verificare se la località che vi andrebbe di visitare consente di fare delle gite nei paraggi senza essere obbligati a muovere l’automobile, anzi meglio ancora se è possibile arrivare lì con il servizio pubblico. Lo so, per più di qualcuno potrebbe risultare un grosso sacrificio, e non nego che esista un certo livello di apprensione quando, lontani da casa, si è “alla mercé” di un treno o di un autobus, però fuori da questi confini ottusi è abbastanza agevole e sicuro muoversi con i mezzi pubblici, arrivo a dire “normale”. Poco sopra ho citato Praga, ma sappiate che lo stesso discorso vale per Strasburgo, una città dalla quale con i mezzi pubblici si possono raggiungere tutte le più belle località dell’Alsazia, come pure per Montpellier, Haarlem, Breda, Basilea, Birmingham, Klagenfurt, eccetera, tanto per dire. Ho scritto tutto ciò per suggerirvi di fare, almeno per una volta, questa nuova esperienza, e oso sperare che vi risulti sorprendentemente positiva. Hai visto mai che in futuro non vi succeda di preferire quei lidi che offrono la possibilità di muoversi agevolmente senza l’automobile al seguito, oppure che facciate opera di sensibilizzazione in tal senso presso le località che avete visitato o che avete intenzione di visitare. Non dovreste trascurare la potenza delle opinioni di riscontro, quelle che sul web vengono definite “feedback”. Se un numero abbastanza importante di visitatori si lamenta per le carenze di un determinato servizio in loco, è abbastanza probabile che lì la faccenda preoccupi non poco chi di turismo vive. La conseguenza più ovvia è che farà pressioni sugli amministratori locali per cercare di migliorare il servizio, e quello del trasporto pubblico non fa eccezione.
Se invece a voi sta bene così non so che altro dirvi, continuate pure a fare le vostre scelte inquinanti e antieconomiche in osservanza a una malintesa libertà di movimento, difendete con le unghie e con i denti il diritto di usare il mezzo privato per andare dappertutto, rovinate i gli ambienti, i paesaggi e l’atmosfera con i vostri scarafaggi di latta, andateci con l’automobile in quei meravigliosi luoghi, ma fatelo di corsa perché di questo passo non dureranno ancora a lungo.
Sapevatelo.

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