In attesa del treno

In attesa del treno

Le otto di sera di un tardo autunno padano. Un uomo sta aspettando il treno; è da solo, nemmeno un bagaglio piccolo piccolo a fargli compagnia. È rivolto nella direzione dalla quale dovrebbe provenire il treno, pare che quasi faccia fatica a distogliere lo sguardo tanto rimane immobile in quella posa. Però, contrariamente a quanto si potrebbe presumere, non mostra segni di impazienza e mai solleva il braccio per buttare un’occhiata al quadrante del suo orologio da polso, si direbbe che la sua pazienza sia almeno pari alla fiducia nella ferrovia, nel suo intreccio che avvolge persone e luoghi, partenze e ritorni, sensazioni e ricordi.
La luce non è molta, pochi i dettagli che si possono distinguere di quella figura abbastanza alta, giusto un giaccone verde bottiglia e un paio di pantaloni bluastri che non legano, un berretto nero calcato sulla fronte e due macchie più chiare sui fianchi, le mani, quindi niente guanti. Un accenno di barba impedisce di dargli un’età precisa, potrebbe avere trent’anni come pure sessanta.
Se ci si fermasse a questo esame superficiale sarebbe fin troppo facile affermare che l’uomo non sta facendo nulla, quando invece è impegnato in un’attività tanto impegnativa quanto invisibile: egli pensa.
C’è una prima volta per tutto, fin troppe volte s’è ripetuto questa frase nella vita, e quello che deve arrivare sarà il suo primo treno, un’esperienza unica. Chi non lo conosce bene potrebbe non credere che mai prima d’ora sia salito su un treno, ma invece è proprio così, a lui è sempre piaciuto guidare, perciò ogni viaggio o era in automobile o niente. Ricorda che un paio di volte gli accadde di prendere l’aereo, ma all’arrivo la sua prima preoccupazione era di recarsi all’autonoleggio.
Sua moglie no, lei utilizzava spesso in treno, per andare al lavoro in città, oppure per tornare dai suoi al Sud in occasione delle feste comandate. In ogni caso lui l’accompagnava in automobile fino alla stazione, per farle prendere ciò che lui definiva “la tradotta” nei giorni buoni, oppure il “carro bestiame” quand’era di umore meno soave, e andava puntualmente a riprenderla, cioè lui era sempre puntuale, mentre il treno non lo era quasi mai, il che portava acqua al suo mulino quando s’impelagavano in accese discussioni circa i pregi e difetti dei rispettivi mezzi di trasporto.
Il fatto è che lui si è sempre trovato a suo agio al volante, fin dal principio quando superò l’esame di guida al primo tentativo, e senza nemmeno la necessità della prova di parcheggio, constatata dall’esaminatore la sua padronanza del mezzo. Le sue automobili poi, sempre potenti, sempre veloci, scelte non per sfoggio ma per passione, e mai aveva perso occasione di sfidare chiuque dubitasse del fatto che lui potesse arrivare a destinazione prima di ogni treno. Memorabile rimase un suo viaggio di lavoro per recarsi da un cliente nei pressi di Brema, quando precedette di qualche ora un collega che aveva preso l’aereo.
Suo figlio era come lui, appassionato della velocità, e malsopportava i trasferimenti in treno ai quali era obbligato dalla madre. A sette anni aveva già elaborato un discreto numero di aggettivi per definirli: lungo, noioso, monotono, soffocante, affollato, triste, scomodo, pesante, complicato, assurdo, tanto che lui e lei ci scherzavano sopra immaginando per il bimbo un futuro da scrittore. Sia come sia, suo figlio non perdeva occasione di fiondarsi nell’automobile per chiedere di essere scarrozzato da qualche parte.
Poi ci fu l’incidente, colpa sua, la revoca della patente, l’incriminazione, il processo, la prigione, il sequestro dei beni, lo stigma, e infine i suoceri che riportarono al paese figlia e nipote.
È per tornare da loro che si trova lì, perché la distanza è troppa per riuscirla a sopportare, e ora non ha scelta, ora solamente con un treno può farlo. Rideva di gusto quando c’era chi gli ricordava che prima o poi anche lui non sarebbe sfuggito alla legge del contrappasso, che avrebbe ceduto al fascino misterioso e contraddittorio del treno, e invece ora è lì, il destino gli ha lasciato poca scelta, e su un binario d’acciaio sta tutta la sua speranza. Dopo anni e anni di guerra fredda lui si è arreso, finalmente ci sarà pace tra loro, e spera che il treno gli dimostri quanto lui si stesse sbagliando allora, quando negava la possibilità che potesse rappresentare il viaggio perfetto. Chissà se chi al tempo lo ammoniva scherzosamente troverebbe oggi il modo di ricordargli i suoi giuramenti di fedeltà all’automobile, ma è un’ipotesi remotissima. Bisognerebbe avere un cuore di pietra per rinfacciargli i suoi errori, in quella situazione poi, e del resto i suoi amici erano spariti tutti, forse stenterebbero persino a riconoscerlo.
Sa di aver infranto molte regole per essere lì in quel momento, la prima è quella di non aver rispettato i termini della detenzione domiciliare, però prima che se ne accorgano e che lo bracchino lui sarà arrivato a destinazione. A dirla tutta, neppure il biglietto ha fatto, ma non fa nulla, è sicuro che il capotreno, vista la situazione, capirà, e per una volta lascerà correre.
Fa un po’ più freddo ora, l’umidità si condensa in goccioline minutissime che restano sospese per aria come i suoi pensieri, incapaci di ancorarsi a un passato che si è schiantato in curva e a un futuro evanescente come un miraggio che sempre si rinnova.
Un fruscio sottile, quasi un sussurro, l’avverte che qualcosa sta cambiando. I pendini verticali fremono leggermente, accompagnando gli invisibili movimenti della linea aerea di contatto, un primo segnale del treno che sta arrivando, il suo di sicuro. Ecco poi il tipico suono sordo e continuo dell’acciaio che rotola sull’acciaio. Inizia piano, quasi inavvertibile, per poi aumentare d’intensità senza mutare di una virgola il tono. Infine eccoli, due piccoli Soli appaiati che testimoniano quanto sia reale ciò che finora era stato solamente una supposizione. Sono un po’ più grandi ora, e più distanziati, quando il locomotore emette un breve colpo di tromba che sembra il saluto da lontano a chi s’è preso la briga di aspettarlo, come se il treno fosse un vecchio amico in visita. Poi le cose precipitano, ora la tromba si mette a suonare ininterrottamente, urlando disperata e impotente, e a quel grido isterico si aggiunge, dopo una sorta di sospiro di rassegnazione, lo stridio meccanico delle ruote bloccate di colpo. Tutta la parte inferiore del convoglio emana fontane di scintille, i respingenti dei vagoni cozzano uno contro l’altro ripetutamente, e i colpi si trasmettono amplificati sulla cassa dei vagoni. Forse così poteva apparire la fucina di Efesto.
Troppo forti quei Soli ora, lo accecano, perciò egli non resiste più e dà loro le spalle. D’un tratto la visione cambia prospettiva. Davanti a lui non c’è più la bestia urlante, sa che c’è, sa di non avere scampo, però ora sono ben visibili i bordi della strada che finalmente lo porterà a casa, da loro, forse non in quel piccolo cimitero di paese, ma nel luogo dove sempre ci si ritrova. Corrono diritti, infiniti, lucido metallo che brilla di luce riflessa, imperturbabili traghettatori per l’aldilà. Un attimo prima della catastrofe alza lo guardo e scopre l’inaspettato. In tutta quella luce abbagliante che lo circonda, l’ombra della sua figura si staglia parallelamente al binario, e sembra che si allunghi in avanti fino a dove l’occhio riesce a distinguere. Sono le minuscole goccioline di umidità che vengono illuminate dai potentissimi fari, ma dove la luce non arriva esse si spengono e danno l’impressione di una scia scura. Non c’è tempo per discettare sulle leggi dell’ottica, all’uomo sembra veramente che sia un passaggio creato solo per lui in fondo al quale troverà finalmente pace.
Dire qualcosa?
Non c’è più tempo.
Troppo rumore!

Tutto bianco.
Tutto nero.
Niente.
Il treno merci passa sferragliando, carri chiusi che trasportano chissà che cosa.
L’uomo solo è ancora lì, sul bordo del marciapiede del primo binario. L’altoparlante aveva avvertito di questo transito, intimando il rispetto della linea gialla di sicurezza. Durante il passaggio del treno lui non s’è mosso, non ha fatto nemmeno un plissé, e rimane lì a prendere freddo e umidità. Un operatore della stazione m’ha raccontato che arriva nel pomeriggio e poi se ne sta lì in silenzio fino a sera. Non si sa bene dove abiti, e tanto meno che ci faccia in stazione quasi ogni giorno; nessuno l’ha mai visto salire su un treno, ma nemmeno è capitato che importuni i viaggiatori chiedendo l’elemosina di una moneta o una sigaretta. Poi, giusto qualche minuto prima che giungesse il mio treno, ho capito. Lui era lì per me.
Andando verso la mia carrozza passai dietro a lui, quando quello si voltò per osservarmi, e l’unica parola che mi venne alle labbra fu – Grazie -. L’uomo contraccambiò con un fuggevole sorriso. Ero rimasto per un’oretta su quella spartana panca di acciaio plastificato, e in quel tempo che gli stolti definiscono “perso” non avevo smesso di osservarlo. Avevo imbastito una storia, bislacca fin che si vuole, una trama che lui non conoscerà mai, ma sono abbastanza certo che si era accorto di me, e con me aveva giocato semplicemente restando immobile, regalandomi il divertimento di fantasticare in attesa del treno.

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